10 ore all’EXPO (sono anche troppe)

Di F. Santaniello e A. A. Terranova


Milano è frenetica, senza sosta. La capitale del nord sembra non voler dormire mai, non voler esitare nella ricerca di nuove attività da proporre, cantieri da aprire e boutique da illuminare. Vuole fare, fare, fare. Si carica di proposte, iniziative, inizia progetti, ci prova. Ci prova ad essere una capitale europea della cultura, della moda, dell’intrattenimento. Ci riesce, in parte: è innegabile il fascino e l’attrattiva che risuona lungo tutto lo Stivale ed anche oltre la cintura delle Alpi che ci separa dai nostri vicini; ma rimane pur sempre italiana, profondamente italiana. Si concentra sul “botto”, succube di una mentalità ancora legata al fascino della rivista patinata, superficiale e passeggera, dove basta il gran titolo di testa in grassetto a fare la notizia ed il pettegolezzo, mentre il resto dell’articolo, i fatti collaterali, l’approfondimento, i problemi, rimangono tutti in secondo piano.


Il cinque giugno Nike ha organizzato una maratona da 10 km per sole donne con partenza da piazza Gae Aulenti — quella alla base della Torre Unicredit, sulla quale si affaccia un megastore del marchio — , andando a toccare le principali attrazioni della città: Padiglione di Arte Contemporanea, piazza San Babila, poi piazza Duomo, Castello Sforzesco, poi il Parco Sempione fino all’Arco della Pace, l’Arena Civica, il Bosco Verticale e infine il Palazzo della Regione, per concludere di nuovo in Piazza Gae Aulenti. Circa 7000 ragazze (e qualche amico accompagnatore travolto da una marea di maratonete con la maglietta color salmone che la Nike offriva a tutte le partecipanti) si sono sfidate nel pieno centro di Milano, dalle 20.30 per circa un’ora e mezzo, intasando completamente il traffico impreparato della città. Sì, totalmente inconsapevole, il milanese medio non poteva avere nessun sentore della corsa sino a quando, pronto per tornare a casa da una lunga giornata lavorativa, si è trovato totalmente bloccato da un’orda di maratonete che per almeno un’ora hanno invaso i principali nodi del traffico cittadino: nessun manifesto, nessun avvertimento sulle strade.

Per l’EXPO certo non si può dire invece che Milano e l’Italia intera non siano state avvertite: in televisione ogni pubblicità di un marchio anche lontanamente legato col cibo è sponsor o partner ufficiale dell’evento, ricordandoci costantemente di acquistare i biglietti (che costano 34 euro, e poco meno per gli studenti) e fare un salto al più grande evento “sul cibo” mai programmato.

Abbiamo passato dieci ore all’EXPO, da poco dopo l’apertura delle porte fino all’ora di cena, e l’esperienza è stata tutt’altro che quello che ci si aspetterebbe da uno dei maggiori eventi di rilievo mondiale. O forse no, ricordando il paese ospite e avendo sentito le prime critiche che sfrecciano su internet e su qualche programma televisivo.

Vista dall’inizio del Decumano.

H. 10.30

Arriviamo alla security area all’entrata dopo una lunga camminata sul bianchissimo ponte che collega la stazione della metro di Rho all’ingresso, il caldo è già insopportabile, ma per fortuna la fila al metal detector è breve e scorrevole. Entriamo passando a fianco del padiglione Zero ed arriviamo all’inizio del Decumano, dove una fila ingestibile non ci consente di visitare l’Irlanda; proviamo con la Repubblica Ceca, che si apre sul viale con un baracchino che vende panini e birra il quale si affaccia su una piscina con una sorta di scultura, un misto tra un piccione, un’auto e un aeroplano che getta acqua dall’ala. Bizzarro. All’ombra dell’aggetto un gruppo di tre ragazze canta in modo a dir poco ridicolo canzoni fine anni ’80, ma passiamo oltre e saliamo al primo piano dove ci aspetta una specie di terrario terribilmente posticcio che avrebbe dovuto essere una “stanza del silenzio”: in sottofondo le tre cantanti strimpellavano ancora senza sosta. Un’altra stanza mostrava qualche pezzo d’arte vetraria di Karlovy Vary e poco altro. Sul tetto una terrazza panoramica a simulare un sottobosco con muschio rinsecchito e cocci di ardesia: “oltre 350 metri quadri di ‘laboratorio di vita’” dice il sito expo2015.org.

Dalla terrazza della Repubblica Ceca.

H. 11.00

Nepal, Sudan, Belgio, Brasile, Angola: tutti inagibili per le file. Ci domandiamo come sia possibile che i padiglioni siano stati progettati così male da non permettere un’agile afflusso di persone in un giorno senza particolari eventi in programma — non osiamo immaginare il caos dei primi giorni di apertura. Ci rifugiamo nel Bahrain, dove un percorso organico di cemento bianco ci fa scoprire passo dopo passo piccole aiuole e terrari con piante tipiche del paese, culminando in un bar che vende cornetti e panini poco invitanti.

Torniamo sul Decumano, punteggiato da stand della Technogym che si alternano ai diorami prodotti a Cine-città dal maestro scenografo Dante Ferretti — tanto ben realizzati quanto inutili ed inappropriati — rappresentanti frutta, verdura, formaggi, carni e pesci: finte scene di mercato da film ambientato in un florido medioevo dove i pomodori non hanno ammaccature e i porci scorrazzano liberi nell’aia tra fango e paglia. Ma i turisti paiono apprezzare questi incisi d’altri tempi, e si scattano molte selfie in pose ridicole.

H. 11.30

Il padiglione spagnolo è maestoso ed invitante. Alla fine della giornata ci renderemo conto che è un po’ l’emblema dell’intera esposizione. L’architettura in legno richiama la forma di una colossale casa, formata dalla ripetizione di portali in legno cuspidati alti intorno agli 8 metri. Un gioco di forme e tecnologie che contiene una presentazione delle pietanze e dei maestri del cibo spagnoli. Un’installazione di megaschermi e fotografie che accompagnano il visitatore in un percorso tanto breve quanto inutile. Sulla mappa che abbiamo in mano c’è scritto che il tema dell’EXPO “Nutrire il pianeta, energia per la vita” è sviluppato dai vari paesi secondo convenute linee guida e approfondite ricerche teoriche e tecnologiche. Ci pare piuttosto che ognuno abbia sbattuto in un contenitore gli avanzi sconnessi della propria cena tradizionale, a base di sperpero e insufficienza di idee.

H. 12.00

Inizia la stanchezza e la fame: cerchiamo un padiglione che offra del cibo tipico, qualcosa di particolare e diverso dall’hot dog o da un panino crudo e fontina. Niente all’orizzonte; per fortuna il “supermercato del futuro”, una Coop avvenieristica ci salva dai prezzi proibitivi dei baracchini dei paninari non dissimili di quelli che si trovano nelle sagre di paese: qui una bottiglia d’acqua da mezzo litro è quotata dal’euro e mezzo ai due euro.

H. 13.00

Il Cardo, vetrina delle Regioni italiane… o forse meglio dire delle maggiori ditte alimentari italiane. Architetture di facciata, nessun contenuto, pura e semplice pubblicità: San Pellegrino, Ferrero, Algida, Granarolo, Birra Moretti e via dicendo; un edificio all’angolo di Piazza Italia, la piazza che si forma all’incontro dei viali e totalmente al sole, è vuoto, disabitato. OK.

Interessante il parallelo che si riesce a fare con l’esperienza di John Foot che scrive per Internazionale: «Mi dispiace dirlo, ma il ristorante del padiglione di Slow food è deserto. Il McDonald’s accanto, invece, è strapieno. Nutrire il pianeta. Non c’è che dire.

È dunque arrivato il momento di mangiare. Questa parte sarà sicuramente buona. Deve esserlo, dopo tutto: il senso di tutta l’Expo è parlare di cibo. C’è uno stand del Trentino con un cartello che dice “degustazione”, intorno al quale sono in attesa molte persone. Eppure nessuno sta mangiando.

Opto per il ristorante delle Marche (i ristoranti sono organizzati per regione). Un vassoio di plastica e una piccola scodella di plastica piena di pasta scotta e fredda. Dieci euro. Sembra un po’ la mensa delle Acli. La natura surreale di questo pranzo è amplificata dalla colonna sonora: La locomotiva di Guccini (è vero, giuro). Almeno qualcuno ha il senso dell’umorismo.»*

H. 14.00

Continuiamo la passeggiata, il caldo è devastante ma per fortuna almeno i due viali sono all’ombra e si alza un po’ di vento. I Padiglioni sono tutti irraggiungibili per le lunghe file, che invece sono al sole. Proviamo con la Russia: spreco di tempo. L’Oman sembra una grossa riproduzione del setting di un film di Aladino girato nei primi anni ’70, con tanto di rocce finte in fibra di vetro ed un “castello” di lusso nel deserto.

A fianco della Piazza della Biodiversità con il padiglione Slow Food c’è la Collina Mediterranea: un cumulo di terreno di risulta coperto di rosmarino e salvia rinsecchiti ed assolati. Facciamo dietrofront e proviamo a fare un secondo giro.

Il padiglione dell’Estonia è li accanto, alto due piani: se sali le scale trovi due tavoli con candele profumate e souvenir.

Padiglione Francia.

Facciamo un giro esterno alla Germania concedendoci una birra, nell’auditorium all’aperto presentano un videogioco online, passando poi dalla Coca Cola, dai baracchini food truck americani, Federalimentare, Alitalia, Ethiad airways per poi arrivare alla Francia. Ecco, lei merita una visita: tutta in legno lamellare, organicamente modellata e da un’atmosfera interessante, uscendo si vendono baguette intorno ai 4 euro.

H. 15.00

Padiglione Italia. Un esemplare di nonfinito, peccato che non l’abbia firmato Michelangelo. Se questa è l’architettura che dovrebbe rappresentare l’eccellenza della progettazione in Italia al giorno d’oggi, siamo messi male.

Troppa fila per entrare, e poca voglia di essere ancora delusi: ci accontentiamo di notare l’infinita quantità di dettagli che fanno capire come l’edificio sia stato mal progettato, mal realizzato e non concluso, confermando in pieno tutte le opinioni negative che avevamo solo sentito sino ad allora. Rozza e ineducata l’architettura, le fughe tra i pannelli di rivestimento lasciano il passaggio a un braccio intero, non si capisce se alcuni sono intarsi voluti o deficienze di montaggio. Tornati a casa, uno sguardo al sito dei progettisti sembra farci optare per la seconda opzione.

Piastre in acciaio che avrebbero dovuto reggere la struttura portante dei pannelli di rivestimento, ma terminati di montare.

Un punto a favore: scopriamo una lectio magistralis di Steve McCurry sul suo nuovo lavoro con le piantagioni di caffè; parlando con la p.r. Lavazza che ci ha invitato a tornare alle 18, anche lei ci dà conferma che molti visitatori con i quali ha parlato le hanno confessato la loro delusione per il padiglione e per l’EXPO in generale… niente di nuovo sotto il sole.

Ci vuole una pausa e riusciamo ad appisolarci su un fazzoletto di prato a lato del Decumano.

L’interno del Padiglione Italia con le sue opinabili scelte progettuali ed estetiche.

H. 16.30

Sbandieratori sul Decumano. In calzamaglia e mantelli di velluto sfila un revival medievale, una delle tante attrazioni fuori luogo che contaminano la coerenza dell’esposizione, se mai se ne fosse ricercata una. Le persone si accalcano intorno al gruppo durante un’esibizione mediocre, a causa del caldo e della mancanza di spazio. Insieme alla banda che passa due volte al giorno e alla parata delle mascotte che sembrano essere appena uscite da una delle raccolte punti di un supermercato, fatichiamo a trovare il nesso col tema dell’esposizione.

H. 17.00

Un salto alla Coop per i rifornimenti di acqua e zuccheri per l’ultimo sprint, ci affacciamo su qualche padiglione senza attrattive per poi andare alla conferenza: l’anonimo auditorium di Palazzo Italia si raggiunge da quelle che sembrano scale di servizio e una porticina che potrebbe benissimo essere quella di un ripostiglio. Incontriamo McCurry che in attesa delle 18 si fa portare un caffè, chiedendo ai suoi ospiti dove potersi sedere in un posto comodo per berlo. È tornato mezz’ora dopo, forse il caffè sono andati a berlo in piazza del Duomo.

H. 19.00

Impossibile usare le biciclette nell’EXPO, sono tutte legate agli alberi di ingresso al piazzale security: non si può far altro che camminare. Che scelta discutibile. Facciamo un salto ai padiglioni del caffè, dove l’unica cosa davvero interessante sono le enormi foto di Salgado promosse da Illy: i due giganti del caffè si fanno lotta a suon di scatti fotografici d’autore.

Si avvicina l’ora di cena e decidiamo di tornare verso casa: l’idea di un altro panino, di patatine e altro cibo spazzatura ci dà la nausea, ma il nostro budget è già stato messo a dura prova e non possiamo permetterci un pasto in uno dei ristoranti dei padiglioni e la fila nei posti più a buon prezzo fa perdere ogni speranza di mettersi a sedere ad un’ora decente.

H. 20.00

Torniamo in metropolitana e facciamo il resoconto della giornata. L’EXPO ci è parso un parco divertimenti non molto divertente. Chissà cosa faranno con quei padiglioni una volta finito, chissà se sui cantieri aperti manterranno i cartelloni con scritto EXPO2015. E dire che solo dieci anni fa, 100 metri da quella stessa stazione metropolitana, avevano fatto costruire a Fuksas un’avveniristica gridshell proprio per valorizzare una zona di Milano per le esposizioni internazionali.

Non siamo certi di ricordare il tema, forse qualcosa qualcosa riguardo il cibo. O forse era qualcosa riguardo sperperare molto denaro e acqua. Certo la seconda opzione, lungo il Decumano, si sfoggia più della prima.



Originally published at www.centoventigrammi.it.

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