15 maggio 2015, Pisa.

Intervista a Luigi Prestinenza Puglisi

In una società che tende alla superficialità, fra tanti che svolgono questo mestiere, ha svoltato verso la semplicità, cercando di esporre idee e critiche anche molto complesse in modo chiaro e semplice, quasi colloquiale, utilizzando mezzi “social” come Facebook. Ci chiediamo allora perché abbia scelto questa strada così innovativa e cosa spera di riuscire ad ottenere.

Per evitare di farmi fare domande così lunghe e insegnarvi che quando si fa una domanda si fa molto più semplice! Perché voglio scrivere su Facebook, perché scrivo su Facebook: perché credo che bisogna creare dibattito. La filosofia nasce come rapporto, come confronto tra le persone che si vedono sotto un pergolato e si mettono a discutere. Poi c’è stata la scrittura che ha reso il pensiero molto più interessante. Io credo che con i nuovi mezzi si possa ottenere interazione e nello stesso tempo anche alcuni vantaggi della scrittura; quindi credo che i nuovi mezzi vadano molto più incontro alla fluidità del pensiero di quanto lo possa fare un mezzo tradizionale come il libro.

È per questo che molti pensieri che esprime su queste piattaforme si pongono volutamente più fuori dal coro, in maniera forse più forte ed esplicita?

No, non necessariamente. Anche quando scrivi puoi sostenere delle teorie che sono fuori dal coro. L’opportunità che ti da Facebook e ti danno i nuovi media è che ti costringono alla sintesi, ti costringono a confrontarti, nel senso che quando scrivi in un libro, tu scrivi per l’eternità, il tuo interlocutore è Dio. Stai scrivendo una cosa che deve rimanere per sempre. Quando tu scrivi invece su un media tu pensi sempre alla risposta che ti può dare il tuo interlocutore, e ti mette in un approccio più dialogico. Questo mettersi in un approccio più dialogico, più di confronto, io credo che sia più vicino a quella che è la realtà del pensiero, che è sempre alla ricerca di nuovi punti di vista, di aggiustamenti. Scusa, quale idea tu hai avuto nella tua vita che è rimasta sempre la stessa per cinquant’anni. Il libro ti costringe a dare un’idea una volta per tutte. Invece questi nuovi mezzi ti permettono sempre e costantemente di affinare il tuo punto di vista, di guardare la realtà in maniera diversa, di arricchire la tua conoscenza, anche contraddicendoti rispetto a quello che hai detto prima, perché la vita è fatta anche di contraddizioni. Io credo che sia più vicino al modo in cui funziona il pensiero di quanto lo sia il libro; detto questo anche il libro ha dei vantaggi, delle specificità che lo rendono insostituibile. Ma oggi c’è qualche cosa di più, e con questo bisogna confrontarsi.

Il futuro dell’architettura: cosa lasciamo, cosa acquisiamo, cosa manca totalmente. Calvino scrisse le Lezioni Americane, con sei proposte per il nuovo millennio. Lei cosa vorrebbe rimanesse da ciò che abbiamo oggi in una nuova architettura? E cosa auspica?

A me piace molto la definizione da Eduardo Persico dell’architettura: “l’architettura è sostanza di cose sperate”, cioè io attraverso l’architettura prefiguro un frammento di futuro, mi immagino un frammento di futuro. Cosa vorrei che ci fosse? Vorrei che l’architettura avesse questa capacità, quest’ansia sperimentale di prefigurare sempre un futuro migliore da poter raggiungere. Ognuno lo prefigura in modo diverso, quindi di sperimentalità ce ne possono essere tante. Però il fatto che nella vita ci sia quest’ansia di pensare che il mondo può migliorare, che possiamo costruirci un habitat sempre migliore credo che sia la cosa più interessante dell’architettura. Una buona architettura è quella che ti fa vedere un passo avanti; la storia ce l’abbiamo alle spalle, dobbiamo cercare di pensare come può essere migliore il monde. Se l’architettura fa questo, è speranza per il futuro.
A volte si, a volte no. Non dobbiamo neanche pensare che si vada sempre in direzione diretta: a volte ci sono degli arretramenti. Questo è un momento di ripensamento; gli anni ’90 e gli inizi del 2000 furono un’età di grande esplosione, di grande accelerazione. Adesso si sta un po’ cercando di vedere se si era troppo ottimisti, e stiamo facendo alcuni passi indietro, secondo me troppi passi indietro. La storia è fatta così: accelerazioni e poi anche decelerazioni; questo purtroppo è un momento di decelerazione. Però anche questa ha una sua funzione per preparare poi una nuova accelerazione. Non è un periodo bellissimo quello che stiamo vivendo, ma è un periodo che frutterà delle cose.

Sicuramente non per primo, Giedion a metà del secolo scorso, citando come esempi l’agorà dei greci, il foro dei romani, i castelli medievali, parlava di monumentalità, di spirito del tempo, di sentimento collettivo. Oggi queste parole ci sembrano lontane dalla pratica come allora devono essere sembrate a lui, ma dove sono finite? Dove dobbiamo cercarle?

La monumentalità, se c’è, deve nascere spontaneamente, è come la poesia. Non la poi imporre, non puoi dire “oggi faccio il poeta”. Se c’è, è perché è una cosa talmente importante che rimane. Ma se tu vuoi fare una cosa importante, probabilmente non la farai mai.

Victor Horta sosteneva che la scultura fosse l’unica arte davvero dipendente dall’architettura in cui si inseriva. Secondo lei al giorno d’oggi scultura, pittura, fotografia ed architettura sono lontane tra di loro, o esiste un rapporto di simbiosi olistica?

Sono due problemi diversi. Uno è il fatto se varie arti possono coesistere spazialmente. Nel senso, ho un’architettura, dentro questa ci sono dei pezzi di scultura e dei pezzi di pittura; e questo è un approccio tradizionale. E sì, normalmente possono coesistere. Anche una bella architettura all’interno può avere delle statue o delle pitture. Ma la cosa più interessante è quando queste discipline si confondono l’uno con l’altra, sino a perdere il loro confine. Per esempio una cosa interessante che è successa nell’architettura dell’ultimo periodo è che ha messo in discussione la sua differenza con la scultura. Questo ha portato a degli eccessi ma ha portato anche a delle cose significative. La cosa importante è quando le discipline cominciano a perdere i loro confini. Tu hai sempre pensato che la pittura è una cosa, mentre io ti dimostro che è un’altra cosa. Tu hai sempre pensato che la scultura era differente dall’architettura, e io invece ti faccio un’architettura che è una scultura. Tu pensavi che la pittura sia dipingere delle cose, e io ti faccio vedere che si può fare una pittura dove non si dipinge. È in questo voler perdere i propri confini, più che affiancare una disciplina con l’altra, che credo che vengano le cose più interessanti. Come sempre quando si mettono insieme idee diverse quando le idee vengono portate fino alle ultime possibilità, a volte si corre il rischio di fare degli errori; ma si aprono strade e direzioni di ricerca nuove che sono molto interessanti. In questo senso, sì, devono coesistere ma ognuna mettendo in discussione se stesse rispetto alle altre. L’architettura si può ispirare al cinema e fare delle sequenze meravigliose di spazi; si può ispirare alla pittura e diventare un’opera gestuale; si può ispirare alla scultura e diventare un oggetto scultoreo. Io non credo nell’autonomia delle discipline, le discipline acquistano interesse quando si intersecano.

Quale è la maggior critica che si sente di fare alla metodologia di insegnamento dell’architettura? In cosa andrebbe migliorato?

Che è noiosa! È fatta vedendo poco le opere; spesso si insegna facendo vedere una piccolo figurina. L’architettura la si capisca quando la si vive, quando vi si sta dentro. Poi deve essere raccontata. È difficile da capire, e molte volte quelli che scrivono di architettura non riescono a farti vedere le cose perché forse la conoscono poco anche loro.
Pochi libri di architettura mi hanno entusiasmato. Uno dei pochi è la storia dell’architettura di Zevi: lui aveva questa capacità di farti vedere attraverso l’architettura la storia della libertà. Un racconto di architettura deve essere in grado di farti vedere bene le opere, ma attraverso queste opere farti un grande racconto. Se non ti fa un grande racconto, cosa sono due pilastri, un infisso? Ecco, l’architettura come tutte le storie delle cose, è la storia della libertà dell’uomo. Se tu riesci a vedere l’architettura attraverso questo filtro, è entusiasmante. Appunto, una sostanza di cose sperate, di speranze dell’uomo. Se la vedi attraverso altri filtri, sono quattro muri messi insieme che non si capisce per il quale motivo tu ti devi appassionare al fatto che una finestra sia messa in un modo o nell’altro. Ma se attraverso questo tu vedi la storia della libertà dell’uomo, la storia del pensiero dell’uomo che vuole collocarsi all’interno del cosmo e della natura, diventa entusiasmante. Se diventa entusiasmante, la storia ti piace. Se diventa un racconto di date o di personaggi, non ha più interesse.

Originally published at www.centoventigrammi.it.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.