Vanna Venturi House, Chestnut Hill, Philadelphia

Learning from Robert Venturi

Riflessioni dalla lettura di “Complessità e contraddizioni nell’architettura”

Spesso il confronto con ciò che riteniamo diverso da noi è il modo migliore per imparare o quantomeno ampliare-modificare-integrare le nostre conoscenze e competenze in un determinato campo. A dimostrazione di questo vi è il fatto che ho intrapreso la lettura di questo testo fondamentale della critica architettonica del Novecento in quanto inserito nella bibliografia di uno dei corsi che seguo quest’anno, mosso da immancabile curiosità ma - sbagliando - senza troppe speranze.

Il punto di vista di Venturi è quello di chi pensa che l’architettura debba includere tutti i problemi e gli aspetti che un progettista affronta nel realizzarla: essa deve incarnare le tensioni e le contraddizioni che necessariamente si creano durante il percorso — non lineare — del progetto di architettura. Si tratta di una visione ‘inclusiva’ dell’architettura, al contrario di quanto avveniva nel Movimento Moderno e avviene in parte della produzione contemporanea in cui si giustifica l’esclusione di fattori importanti per scopi espressivi (“less is more”).

“Il desiderio di un’architettura complessa, con le conseguenti contraddizioni, non è solo una reazione alla banalità e leziosità della produzione architettonica corrente: è caratteristica comune a tutti i periodi di manierismo: il Cinquecento italiano (o) l’Ellenismo nell’arte Classica; è una tendenza riscontrata continuamente nell’opera di architetti fra loro molto diversi come Michelangelo, Palladio, Borromini, Vanbrugh, Hawksmoor, Soane, Ledoux, Butterfield, alcuni architetti dello Shingle Style, Furness, Sullivan, Lutyens, e più recentemente Le Corbusier, Aalto, Kahn e altri.”

Con una sottile ma efficace analogia linguistica Venturi assimila l’architettura inclusiva alle congiunzioni “e-e”, mentre l’architettura dell’esclusione alle congiunzioni “o-o”. Leggendo la seguente serie di esempi è facile comprendere cosa intenda Venturi quando afferma che l’architettura debba essere basata su “contraddizioni a livelli diversi di programma e struttura”:

“La House Shodhan di Le Corbusier è chiusa e tuttavia aperta: un cubo, chiuso rigorosamente agli spigoli, ma aperto casualmente sulle facce; la sua Villa Savoye è semplice all’esterno e tuttavia complessa all’interno. L’impianto Tudor di Barrington Court è simmetrico e tuttavia asimmetrico; la Chiesa dell’Immacolata Concezione di Guarini a Torino presenta una dualità in pianta e tuttavia è unitaria; l’ingresso alla galleria di Middleton Park di Edwin Lutyens è uno spazio orientato direzionalmente e tuttavia termina contro un muro bianco; la facciata del padiglione del Vignola a Bomarzo contiene un portale e tuttavia è un porticato vuoto; gli edifici di Kahn sono finiti in cemento a vista, e tuttavia in levigatissimo granito; una via urbana ha la direzionalità di un percorso e tuttavia la staticità di una piazza”.

Venturi ci spiega, sempre attraverso numerosi esempi, quali siano i modi di risolvere la contraddizione in architettura: imponendo modifiche e compromessi agli elementi oppure evidenziando i termini contraddittori e tenendo adiacenti gli elementi contrastanti.

Il primo caso è quello della Villa Savoye in cui “la posizione di alcuni pilastri nella maglia modulare ortogonale è lievemente modificata per rispondere a particolari requisiti spaziali” oppure del Palazzo Massimo (Baldassarre Peruzzi) la cui facciata si deforma fino a diventare curvilinea per adattarsi alla strada. Il secondo caso è invece, ad esempio, quello della loggia di Michelangelo al piano superiore della facciata posteriore di Palazzo Farnese: “le aperture della loggia contrastano violentemente in scala ed in ritmo con i tipici elementi dei settori laterali” e “i pilastri, a causa del loro prospetto e della loro altezza, interrompono violentemente il fregio che corre al di sotto del cornicione ed il cornicione stesso indietreggia”. Questo è quello che Venturi chiama “sovradiacenza”, ossia la sovrapposizione di elementi eterogenei al fine di evidenziare la contraddizione.

Un altro tema fondamentale dell’architettura qui affrontato è il rapporto fra interno ed esterno dell’edificio: nel secolo scorso si è avvertita l’esigenza di una continuità fra di loro e l’espressione di questo dogma moderno è il cosiddetto spazio continuo. Venturi afferma invece che “i contrasti fra interno ed esterno possono essere una importante manifestazione di complessità architettonica”. […] Un’ architettura può includere oggetti dentro oggetti quanto spazi dentro spazi; la configurazione interna può contrastare con il contenitore in vari modi”. La storia dell’architettura ci mostra infatti come le differenze fra interno ed esterno aggiungano valore e possano creare effetti inaspettati: la doppia calotta nelle cupole delle chiese rinascimentali, la pianta di molte ville cinquecentesche (ma anche di alcuni edifici di Kahn) in cui il perimetro interno e quello esterno sono costituiti da figure geometriche diverse, la facciata concava della chiesa barocca che riconosce la necessità di una pausa spaziale nella via davanti alla chiesa nonostante la funzione interna richieda anch’essa una concavità.

“Progettare dall’esterno verso l’interno, come dall’interno verso l’esterno, produce delle tensioni necessarie che aiutano a fare architettura. Se l’esterno si differenzia dall’interno, il muro, punto di transizione, diviene fatto architettonico: l’architettura si ha quando si incontrano forze interne ed esterne d’uso e spazio. Tali forze, interne ed ambientali, sono generali e particolari, principali e secondarie. L’architettura, parete fra interno ed esterno, diviene la registrazione spaziale di questa risoluzione e del suo dramma. E riconoscendo la differenza tra interno ed esterno, l’architettura apre ancora una volta le porte ad un modo di pensare più legato a principi urbanistici.”

Arrivando all’ultimo capitolo e osservando le opere di Venturi che vi sono raccolte faccio molta fatica ad apprezzarne gli esiti formali ma la lezione che ci fornisce è chiara: l’architetto deve cercare di riunire i compromessi, di cui l’architettura è piena, in un’unità, non l’unità facile ottenuta attraverso il processo esclusivo, bensì l’unità difficile, da raggiungere attraverso il processo inclusivo. Questo non significa che l’architettura debba essere ricca di elementi (formali, strutturali, materiali, ecc…) seppur superflui ma significa che essa deve esprimere — non saprei dirlo meglio — la complessità e le contraddizioni che le sono proprie.

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