Un’idea per risollevare l’economia italiana

Demolire tutto


Un viaggio in Scozia per le selvagge e incontaminate terre delle Highlands mi ha fatto pensare a due cose: 
1. Gli esseri umani sono 7 miliardi ma non ricoprono tutte le terre emerse e vi sono milioni di km quadrati di territorio vergine e disabitato
2. In Italia ci sono ormai pochissime zone non antropizzate.

Nella stupenda Scozia non c’è molto altro da fare oltre a guardare il paesaggio mentre guidi. E quindi guidi e guardi la strada e il paesaggio. E pensi alle due cose dette prima e anche al fatto che facendo la stessa cosa in Italia — suppergiù in tutta Italia — vedresti brani di paesaggio incontaminato violentati da costruzioni e piazzali e oggetti più o meno grandi e generalmente più brutti che belli che rendono impossibile capire come fosse prima l’Italia. 
Come era l’Italia prima dell’industria e dei capannoni e dei centri commerciali? Come era la campagna e come erano le colline? Abbiamo antropizzato ogni cosa e abbiamo anche fatto bei vigneti che hanno steso una trama regolare sulle colline del Collio o della Franciacorta o della Toscana, ma abbiamo anche costruito cose orrende e ormai in disuso. Quel tipo di industria che quelle cose ospitavano non è nemmeno più in crisi: è morto e non risorgerà probabilmente mai più.

Per vedere l’Italia com’era devi immaginarla, devi operare sottrazioni: togliere al visibile gran parte del costruito degli ultimi decenni e provare a figurartela così, a occhi chiusi.

L’Italia ha un territorio diverso: meno esteso e climaticamente più incline ad essere abitato. Il clima è generalmente mite ovunque e storicamente vi sono più centri che hanno prodotto popolazione, ricchezza e industrie. 
Ma è proprio nell’attuale snodo storico ed economico che credo bisognerebbe fare qualcosa di radicale e impensabile. Invece che tentare di risollevare un’industria che produce cose che nessuno nemmeno compra più e di cui nessuno ha più bisogno, bisognerebbe avere il coraggio di fare una cosa rivoluzionaria.

Distruggere tutto. Riportare indietro il tempo, a prima che sorgessero questi volumi che ospitavano industrie superate dalla storia e dall’attualità.

E non solo le zone industriali ma anche quelle residenziali di nuova costruzione: milioni di metri cubi costruiti inutilmente, in ossequio a programmi di urbanizzazione ed espansione sbagliati e strategicamente fondati sull’esigenza dei comuni di far cassa piuttosto che su quella di fornire alloggi per una popolazione che non si espande più in numero, anzi.


Quando guardo un quadro rinascimentale amo soffermarmi sui paesaggi alle spalle delle figure ritratte. Mi chiedo dove si trovano oggi. Esistono ancora? Sono opera di fantasia? Forse esistono, molto più probabilmente sono sotterrati da milioni di metri cubi di cemento e ferro. Raffaello cosa dipingerebbe oggi? Forse, ancor più di quanto fece a suo tempo, si ritrarrebbe in un mondo utopico e perfetto. E la Gioconda cosa avrebbe dietro di sé? Un Auchan e prima ancora un ampio parcheggio? 
Eppure la natura ha questa forza: si riappropria di ciò che le appartiene, di sé stessa. Lasciata indomita rifiorisce dove l’uomo ha costruito e non ha più mantenuto. Case abbandonate, scatoloni in cemento armato svuotati da anni di ogni presenza umana. L’edera avanza, l’erba cresce irregolare, i fiori crescono nei luoghi più impensati.

In Italia non c’è più bisogno di costruire. Lo si dice da anni: recuperare il patrimonio edilizio esistente (già ormai esuberante rispetto alle esigenze abitative) e costruire il vuoto piuttosto che il pieno: parchi, giardini, strutture sportive. Fare spazio al vuoto distruggendo il pieno. E ricononquistando un’immagine cancellata dalla storia recente: quella dell’ormai mitico Bel Paese, una cartolina sbiadita e illeggibile. Il Bel Paese non esiste. Non c’è più da decenni. Sopravvive nei depliant delle agenzie turistiche e nella memoria o nella fantasia dei turisti. L’abbiamo cancellato e ci abbiamo scritto sopra il nome di un’industria che aveva fame di territorio e di case per metterci chi ci lavorava. Ma ora quell’industria non esiste più e quel modello economico è clinicamente morto.


L’architettura in Italia è in crisi. Non c’è più bisogno di costruire niente di nuovo o, se anche ci fosse, mancano i soldi per farlo.
Forse gli architetti non devono più immaginare il nuovo, ma reimmaginare il vecchio. Ricostruire ciò che era prima, conservare, aggiustare, far risorgere un’immagine offuscata e annerita da decenni di mancanza di programmi, di emergenze costruttive, di bisogno di fare e costruire in nome di un progresso così impetuoso da non aver tempo di essere pianificato, perché si sarebbe perso lo slancio, perché ci penseremo dopo, perché tutto si aggiusta ma soprattutto perché nessuno aveva voglia di pensare o capire dove stavamo andando e quanto sarebbe durato.

Questo ci ha lasciato quello sviluppo: periferie brutte, zone industriali inquietanti e vuote, promemoria giganteschi e implacabili del fallimento. E un paesaggio irriconoscibile nel quale non riusciamo a identificarci. Possiamo abituarci forse al brutto, ma non ci vogliamo vedere riflessi in esso.

Il brutto è tale ma non ci restituisce la nostra immagine, quello non siamo noi. Eppure è lì, ogni giorno più decrepito, ogni giorno più sinistro e pauroso.

Ho pensato a come era l’Italia senza quel brutto. Ho pensato ad attraversarla guidando, mentre riflettevo sul fatto che siamo 7 miliardi ma ci sono migliaia di km quadrati di territorio ora di nuovo vergine e disabitato. L’abbiamo restituito alla natura chiedendole scusa. Abbiamo demolito quello che avevamo costruito e abbiamo bonificato i terreni. Abbiamo lasciato il verde libero di rifiorire ed espandersi. Non siamo più una nazione industriale e ora non abbiamo più zone abbandonate e desolate che ce lo ricordano. Si vedono di nuovo le dolci colline, i campi, gli alberi. Siamo più poveri forse, ma ci riconosciamo nei nostri fiumi e nelle nostre terre.
Per costruire il nostro futuro abbiamo dovuto distruggere il nostro passato.

È il ciclo della vita: essa risorge dalla distruzione, non può sempre essere l’esito di un progresso lineare.
Demoliamo tutto.