Piazza del Duomo e via Plinio in attesa della discesa della Befana (gennaio 2016)

Opportunità e rischi della città turistica

21 febbraio 2017

Si chiedeva nel 2012 don Daniele Denti nella presentazione del rapporto Disagio sociale a Como e dintorni:

che futuro può avere una città di meno di 80.000 abitanti, in buona parte anziani? È una questione improrogabile. La risposta più semplice è dire che non sarà più una città. Almeno ci fosse qualcuno che teorizza questo, cioè Como città impostata solo sui servizi, sulle attività pubbliche, sulla cultura e il divertimento. Bisognerebbe dargli contro, però sarebbe almeno un’idea chiara, per quanto a mio avviso impossibile da realizzare. Invece tutti vogliamo una città viva, abitata e abitabile, accogliente e aperta alle novità del nostro tempo e assistiamo impotenti al fatto che si vada nella direzione esattamente opposta ai nostri desideri.

La nuova attrattività di Como

Sarebbe interessante sapere cosa pensa oggi don Denti della piega che ha preso la città, soprattutto in questi ultimi due anni, per effetto della sua straordinaria attrattività, che anche i più scettici verso l’operato di questa amministrazione non riescono a negare.

Le città sono organismi vivi e spesso hanno reazioni che non è semplice prevedere. Se qualche anno fa avessimo dovuto immaginare lo sviluppo di questa città prendendo come elemento di partenza il fatto che l’elemento di maggiore attrattività, il lungolago, era occupato da una cantiere del quale non era chiaro perché fosse lì e per quanto tempo, probabilmente avremmo detto: nessuno. Poi le cose sono andate diversamente. Nonostante metà del cantiere sia ancora area cantiere e che solo l’altra metà sia stata (sia pure provvisoriamente ma più che meritoriamente) trasformata in passeggiata, sta di fatto che arrivi e presenze sia dei turisti stranieri che totali a Como sono al massimo storico, mentre il turismo interno mostra segnali di recupero dopo anni difficili.

Fonte: Il turismo in provincia di Como, 2015, elaborazione CCIAA

Al turismo tradizionale si è aggiunto, da un paio d’anni a questa parte, il turismo da eventi. L’edizione 2016 della Città dei Balocchi ha catalizzato 1.850.000 presenze in 44 giorni (fonte). Numeri straordinari che non richiedono tanto risposte straordinarie quanto una programmazione seria e consapevole. Di tutto questo dovrà farsi carico il prossimo strumento urbanistico e, nello specifico, il Piano dei Servizi, utilizzando gli strumenti di analisi che l’amministrazione è in grado di mettere in campo. Così come Piano delle Regole e Piano dei Servizi dovranno farsi carico della crescita inarrestabile della ospitalità non alberghiera.

Case vacanza e B&B

Come sta evidenziando, sia pure con qualche eccesso nei titoli, la stampa in questi giorni, l’offerta di questa tipologia di ospitalità (198 case vacanza, a cui bisogna aggiungere un ostello, 2 foresterie, 11 bed & breakfast e altre 4 strutture ricettive) è il frutto della impressionante successione delle dichiarazioni d’inizio attività depositate agli sportelli comunali, così che “non c’è quasi giorno nel 2016 senza che qualcuno non abbia fatto aumentare a ritmo di 4, 5, 6 alla volta i posti letto a disposizione dei turisti” (La Provincia di Como, 20 febbraio 2017).

Ospitalità non alberghiera a febbraio 2017

Dove sono localizzate queste strutture? In massima parte in centro storico. Motivo per cui, scriveva il quotidiano in questione:

I numeri sono eclatanti e la realtà è quella di una città che, con il turismo, ha già cambiato pelle. In meglio, va da sé. Eppure non mancano i rischi perché se continuasse il boom di aperture delle cosiddette case vacanza (gli alloggi che principalmente finiscono su Airbnb e Booking) si profilerebbe il serio rischio di spopolare il centro storico. Con i turisti al posto dei residenti così come è avvenuto, ovviamente con le debite proporzioni, in città come Venezia e Firenze. […] E sbaglia chi pensa che alle spalle di queste strutture ci sia magari la signora anziana che offre una stanza e prepara la colazione a qualche straniero ogni tanto per arrotondare la pensione, tra Porta Torre e piazza Cavour sono le grandi società ad investire recuperando interi palazzi.
Dislocazione spaziale e per densità delle strutture di ospitalità non alberghiera

Nuove forme di ospitalità e centri storici

L a concentrazione di esercizi non alberghieri nel centro storico o immediatamente a ridosso è certamente una grande opportunità e un fattore di ricchezza diffusa. Più turisti che pernottano significano più bar, più ristoranti, più servizi, più lavoro i negozianti. Significano anche case e appartamenti ristrutturati. Non è un caso se gli spazi per l’occupazione di suolo pubblico con dehors (tavolini) siano triplicati, passando dai 1.150 mq del 2013 ai 3.300 mq del gennaio 2017.

Certo, l’offerta non alberghiera non è strutturata come quella alberghiera, offre minore crescita di posti di lavoro ed è per sua natura mutevole, più vicina ad adattarsi alle esigenze del mercato. Ma esiste, e non è scontato che lo sia. Per inciso, la richiesta di insediamento è concentrata nelle aree vietate al traffico (ZTL): cosa che dovrebbe far riflettere chi non perde giorno per denunciare la “morte” del centro storico per le (a suo avviso) scellerate politiche viabilistiche di questa giunta, tese (si sostiene) solo ad ampliare spazi interdetti al traffico veicolare senza considerare le ragioni dei commercianti.

Detto ciò, davvero il centro storico di Como corre il rischio di uno spopolamento? Oggi, davvero, no. Al contrario, oggi aumentano i residenti insieme agli esercizi commerciali insieme all’ospitalità non alberghiera, in un gioco che piace descrivere come a somma diversa da zero, dove tutti vincono. Como non è Firenze, che ha perso oltre 20mila residenti italiani (quasi tutti fiorentini), mentre sono aumentati di circa 12mila i residenti stranieri. Nè Venezia, dove trovare casa è praticamente impossibile se non si è stranieri o di passaggio.

I titoli dei quotidiani comaschi che denunciano il possibile spopolamento del centro storico sono quindi un po’ arditi, mentre fantasiosi sono quelli per i quali l’amministrazione starebbe pensando a una ^tassa^: non è così, ci mancherebbe altro.

Il problema è un altro ed è tutto urbanistico. Certo esiste un rischio, ed è un rischio molto concreto nella misura in cui la sua gestione è affidata unicamente al mercato: non solo il tasso di occupazione di una struttura non alberghiera consente una redditività molto superiore a quella di affitti residenziale, con facilitazioni fiscali non disprezzabili, ma soprattutto una massiccia penetrazione della destinazione turistica può portare con sé la trasformazione dell’intorno, con negozi monomarca, banche e minimarket al posto degli esercizi di vicinato e, alla fine, degli stessi servizi pubblici.

Se si vuole che il trend di ripopolamento della città murata continui, sono necessarie scelte politiche anche forti che incentivino i nuovi insediamenti, come una politica di parcheggi interrati al servizio dei residenti a ridosso delle mura e il mantenimento di servizi pubblici (asili, scuole, uffici).

Se si vuole che i centri storici fioriscano come ambienti commerciali, sono necessarie politiche di valorizzazione e fruizione degli spazi aperti: so che qui può sembrare curioso ma Ravenna ha messo come primo punto in quest’ottica la mobilità sostenibile (piano della mobilità ciclabile, aree di sosta per la mobilità ciclabile, postazioni di bike sharing, aree di sosta attrezzate per le bici private).

Se si vuole che gli enti locali cerchino di mettere ordine in un mercato caratterizzato da ampie zone grige, è necessario stringere accordi con i grandi operatori. Firenze ha firmato un accordo con Airbnb (che in città gestisce la bellezza di 7.500 appartamenti) per la tassa di soggiorno: cosa che consentirà di riversare nelle casse di Palazzo Vecchio 10 milioni di euro dall’imposta che sarà riscossa dal colosso delle locazioni turistiche.

Se si vuole che le amministrazioni siano in grado di gestire, senza soffocarla, la ricchezza dell’ospitalità non alberghiera, qualche riflessione va fatta anche sotto il profilo urbanistico: una residenza trasformata in casa vacanza è, per la normativa urbanistica, una residenza. E, davvero, così non può essere, essendo assai diversa l’impronta sul territorio. Anche senza volere classificarla tra le destinazioni alberghiere, una soluzione mediana deve essere trovata.

Ma questa è un’altra storia.