Innova per morire

E preparati a risorgere

Photo by Joe Yates on Unsplash

Era marzo del 2002, e 2night stava per chiudere.

Le vendite stagnavano, e avevamo cassa per tre mesi. Seduti attorno ad un tavolo posticcio, in fondo ad un corridoio vuoto che ci faceva da sala riunioni, io e i miei 5 soci ci siamo guardati negli occhi. Dovevamo fare qualcosa.

I due elementi che per noi erano vantaggi competitivi — grandi innovazioni di cui eravamo fieri! — si erano rivelati fallimentari.

  • Nei primi anni 2000 il nostro era un servizio ad altissimo valore tecnologico (live streaming, crowdsourcing, mobile access e molto altro), e lo stavamo proponendo ad un mercato tradizionalista, fatto da piccoli locali e ristoranti di provincia. Non c’erano ancora Facebook né iPhone. In Italia eravamo alla preistoria. Il mercato non era pronto.
  • I team sul territorio: dall’inizio ci eravamo affidati alle Junior Enterprises, associazioni di studenti universitari che svolgono — professionalmente — consulenze o attività per terzi. Copertura nazionale in un batter d’occhi. Molto valide per la creazione del database dei locali, ma senza le competenze per la vendita e promozione del progetto a noi necessarie.
Innova o muori, dicono.

Quello che però nessuno ci aveva detto:

  • che innovare non è (solo) fare qualcosa di nuovo.
  • che saper cogliere il momento giusto è fondamentale. Se arrivi troppo presto, non va.
  • che nell’innovazione non ci sono scorciatoie. Se ti sembra di fare prima, spesso è troppo bello per essere vero. Ci vuole pazienza.
  • che l’innovazione è un sottoprodotto dell’empatia. Sapere quali sono le aspettative delle persone che abbiamo deciso di servire. Conoscere le persone. Parlarci.
  • che ci vuole sostanza: una buona idea, non realizzata, non innova niente.

Sono passati sedici anni dal 5 marzo 2002. Le decisioni prese quella sera hanno impresso un cambio di direzione radicale. Non siamo in dieci, ma più di cento. Non siamo in crisi, ma in costante crescita. Non siamo più nel corridoio, ma sparsi in tutta Italia.

Photo by Emile Guillemot on Unsplash

Avremmo potuto rimanere romantici, innamorati delle nostre idee convinti che “alla fine vedrai che va”, o cambiare drasticamente.

Innovare usando tutti quegli ingredienti che avevamo imparato per strada. Una visione, l’empatia, la creatività, la competenza. Una nuova storia.

L’innovazione è un sottoprodotto dell’empatia — Bernadette Jiwa

Abbiamo modificato il modello di business e il prodotto. Abbiamo creato una nuova forza di vendita. Testato, ascoltato, verificato, modificato e daccapo: l’innovazione è un circolo virtuoso, non un balzo in avanti.

L’innovazione è un atteggiamento, non un’idea grandiosa. E’ il coraggio di ascoltare, semplificare, superare “quello che abbiamo sempre fatto” e alzare l’asticella.

E’ raccogliere un oceano di puntini, e scoprire un nuovo modo di collegarli.

E’ il coraggio di chiedersi ogni giorno cosa bisogna fare domani per mettersi fuori mercato. Prima che lo faccia qualcun altro.


Sull’innovazione sono stati scritti molti libri. Il più famoso rimane Il dilemma dell’innovatore, di Clayton Christensen. Ma vorrei consigliarne un paio di meno conosciuti, ma ricchi di spunti: Meaningful: The Story of Ideas That Fly, di Bernadette Jiwa e What’s the Future of Business: Changing the Way Businesses Create Experiences di Brian Solis.