TELEBOX. OVVERO: E’ POSSIBILE FARE FANTASCIENZA RESTANDO ITALIANI? (PARTE PRIMA: PRE PRODUZIONE)

Durante le riprese di TELEBOX (2017). Foto by Chiara Ceccon.

Building a Telebox

Una volta completato il nostro primo cortometraggio, è seguita una pausa (per varie ragioni) lunga due anni.

Dopo aver pubblicato Isolation, l’idea era ovviamente quella di progredire con un secondo corto. Avevamo diverse idee, ma tendevano a scontrarsi con problemi logistici o narrativi.

Verso la metà del 2016 avevamo finalmente una storia soddisfacente da raccontare.

Se Isolation era stato più che altro un esercizio di stile (non c’era stato un vero tentativo di trasmettere un idea) per il nostro nuovo lavoro volevamo che la storia raccontasse un particolare punto di vista, un’idea.

Ci è sempre sembrato che il cinema italiano fosse intrappolato in un particolare circolo vizioso che porta i registi del nostro paese a cimentarsi sempre in un certo tipo di narrazioni e situazioni. Da una parte è cinema di genere (commedia becera o dramma borghese), dall’altra è il disperato tentativo di “americanizzare” i nostri prodotti (personaggi con nomi anglofoni, produzioni all’estero e cliché ridondanti).

Perché dunque non trovare una via di mezzo? Perché non raccontare una storia italiana, con nomi italiani, in una città italiana ma in un ottica di genere diversa?

Ecco che da questa domanda nasce Telebox. Con due protagonisti Italiani (Sandro e Carlo), in una città italiana (Padova) ma di un genere inusuale per il nostro cinema: la fantascienza.

Secondo noi, Padova ha un appeal particolare per questo genere di narrazione. Sede di una delle migliori università del paese (terza secondo il Censis), con numerose facoltà scientifiche e un numero altissimo di studenti (quasi 60 mila secondo l’ultimo censimento).

Inoltre, il cinema italiano sembra dimenticarsi di quella categoria che in questi tempi di crisi riempie le pagine dei giornali: i giovani laureati.

Lavorare nel pubblico è una giungla fatta di piccoli contratti e promesse mai mantenute, mentre il privato è percepito dai ricercatori come una svendita della ricerca scientifica.

Ecco dunque che nel nostro script prendono forma due personaggi agli antipodi tra loro:

Carlo e Sandro.

I personaggi

Carlo e Sandro ovviamente non erano gli stessi personaggi nelle prime stesure, così come non lo erano le loro backstory. Abbiamo sempre considerato la storia come il conflitto tra due personaggi. Prima erano due colleghi con un impiego in un laboratorio privato, poi due studenti con un progetto segreto nel garage di casa (à la Primer di Shane Carruth) e infine due ex colleghi dell’università.

Carlo e Sandro hanno studiato insieme fisica. Si sono laureati e sono entrati nel mondo del lavoro.

Carlo è sempre stato un idealista, convinto che il sapere di un ricercatore sia un dono da restituire attraverso la ricerca universitaria, per il progredire del genere umano. Ma Carlo è anche incapace, nel bene e nel male, di venire a patti con i compromessi della vita lavorativa. Così, dopo tre anni, si ritrova senza impiego, senza un soldo e con l’acqua alla gola.

Ecco che Sandro, dopo anni di silenzio, lo contatta e gli offre un caffè per parlare di lavoro.

Nel conflitto tra i due Sandro doveva rappresentare per Carlo un misto di disprezzo e invidia. Sandro accetta i compromessi, Sandro è interessato principalmente ad un tornaconto personale (presumibilmente economico) e nonostante tutto è quasi brillante quanto Carlo.

Ora Sandro lavora per una misteriosa società privata, e vuole che Carlo lo aiuti a risolvere un problema tecnico legato ad un nuovo dispositivo.

All’inizio Carlo e Sandro dovevano incontrarsi direttamente nel laboratorio per discutere del lavoro e portare subito la narrazione nel vivo, ma per dare più spessore ai personaggi abbiamo deciso di dargli uno spazio per esprimersi prima che la vicenda si spostasse sugli aspetti tecnici.

I due si incontrano in un bar in centro (in realtà non lontano dai dipartimenti) per parlare ma la conversazione prende presto una piega particolare, diventando un bilancio delle scelte professionali dei due, oltre che un occasione per sviluppare il punto di vista dei protagonisti.

I temi della narrazione

Diventa subito chiaro che i due non condividono lo stesso punto di vista sulla ricerca scientifica.

“Sai, secondo me non ti saresti dovuto fermare all’ambiente universitario. Avresti dovuto proporre le tue idee a dei privati o magari svilupparle per conto tuo” esordisce Sandro. Carlo non sembra recettivo alla critica costruttiva dell’amico, il quale rincara la dose: “Pensi che chi fa ricerca non lo faccia anche per vedere il proprio nome su una rivista importante o per soldi?”

E’ chiaro che Sandro ha un punto di vista smaliziato sull’argomento, quasi cinico.

Tuttavia, Sandro non è necessariamente un antagonista nell’accezione classica del termine. Il suo opportunismo potrà sembrare crudo, ma è inteso in realtà come un altro modo di vedere la ricerca (non a torto).

Il dialogo serve anche a dare alla storia un chiaro contatto con la realtà. Sempre Sandro afferma poi ad un allibito Carlo: “Le università non sono più il centro intellettuale del paese. La gente dopo la laurea va a fare altro”, ricordandoci il doloroso fenomeno attuale tutto italiano conosciuto come “fuga di cervelli”.

Carlo (Ettore Mariotti) e Sandro (Leonardo Monico) discutono al bar. Monitor Lilliput 664.

Da qui dunque che la nostra storia si delinea come un espediente per raccontare il presente. Due brillanti professionisti, con opinioni sul loro ruolo diametralmente diverse, nel caratteristico panorama di una delle più importanti università italiane.

Da qui può entrare in scena la parte fantascientifica della storia.

Italian Sci Fi

Se chiedete a qualcuno un esempio di fantascienza cinematografica, vi citerà senza pensarci due volte il nome di qualche classico del passato, quasi certamente americano. Non sorprende dunque che alla domanda più specifica di citare un titolo europeo, anche il cinefilo più hard core avrà qualche difficoltà a trovare un titolo utile.

Non che gli esempi celebri non manchino (molti dimenticano che Il Quinto Elemento è una produzione francese) ma si tratta spesso di prodotti creati con un appeal chiaramente internazionale (attori americani, lingua inglese, ecc.).

Altri tentativi di costruire una variante del genere nostrano, come Nirvana di Gabriele Salvadores, sono ormai ricordati come le stravaganze di registi ecclettici.

Un altra opinione errata, è che per la realizzazione di un film Sci Fi servano per forza mezzi ed effetti speciali complessi e costosi.

Nulla di più sbagliato.

Come nella migliore tradizione del techno thriller, in Telebox l’elemento fantascientifico è rappresentato da un semplicissimo (all’apparenza) dispositivo.

Sandro conduce Carlo ai laboratori dove lavora e gli mostra con un certo orgoglio il macchinario su cui sta lavorando.

Il Telebox del titolo è un semplice prototipo. Cavi e display si attorcigliano in modo caotico, dando l’idea di qualcosa in divenire, non definito.

La scatola (che si rivela poi essere un dispositivo per il trasporto a distanza della materia) è stata costruita con componenti vari recuperati da ferramenta e vecchi computer. L’unica parte funzionante era rappresentata dal display e da un set di led luminosi controllati da un hardware Arduino.

Il laboratorio è uno spazio preso in prestito dal TalentLab di via Monselice, con i suoi lunghi corridoi e stanzoni asettici. Quanto agli effetti speciali, abbiamo usato diverse soluzioni, pratiche per le scene di teletrasporto (ghiaccio secco per il vapore) e digitali per il finale (composizione di immagini).

Insomma, nulla di impossibile, considerando il genere scelto.

Una nuova sfida

Fin dall’inizio della pre produzione, ci è stato chiaro che si sarebbe trattato di un lavoro moto più complesso rispetto al precedente.

Più location (l’appartamento di Carlo, il bar ed il laboratorio), più attori (nove tra protagonisti e comparse) e mezzi (avevamo in mente molte riprese in movimento ed effetti speciali digitali per il finale).

Date le premesse ci siamo subito adoperati per trovare nuovi collaboratori. Abbiamo ingaggiato un nuovo regista perché ci aiutasse a sviluppare la trama e diversi attori con esperienza teatrale per migliorare la qualità della recitazione (nota per chi legge: se volete un risultato decente, trovate attori veri!).

Dopo una lunga pre produzione, abbiamo dunque iniziato le riprese nel gennaio del 2017 (28,29 e 30).

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