Italo Ghersi e il diritto all’oblio

Una persona stranamente sconosciuta, nonostante la sua vita sia stata rocambolesca a dir poco. Ma se fosse vissuto oggi, potremmo non saperne nulla.

Probabilmente, anzi oserei dire bayesianamente, se siete amanti dei giochi di matematica avrete sentito parlare del libriccino Matematica dilettevole e curiosa dell’ing. Italo Ghersi. Esso è ancora in commercio e credo che per decenni sia stato l’unico testo di matematica ricreativa scritto da un italiano, anche se oggi il libro ha un interesse più che altro storico. (Insomma, non vi consiglio di acquistarlo, potreste rischiare di trovare cose molto diverse da quelle che vi aspettate). Quello che probabilmente non sapete è chi fosse e cosa abbia fatto esattamente Ghersi, nonostante le due dozzine di manuali da lui pubblicati con Hoepli un secolo fa. A dire il vero non sapevo nulla nemmeno io fino alla scorsa settimana, quando un meritorio utente di Wikipedia in lingua italiana è andato a caccia di informazioni sull’archivio storico del Corriere della Sera (e mi ha segnalato la cosa…) e ha creato una voce su di lui nell’enciclopedia libera, da cui ho tratto tutte le notizie riportate qui sotto. La sua vita ha dell’incredibile, roba da farci un film.

Tanto per darvi un’idea, Ghersi, nato nel 1861, a 25 anni era assistente di geometria proiettiva all’Università di Genova mentre al contempo insegnava alla Scuola Tecnica di Sampierdarena; ma fu cacciato perché — come scrisse lui stesso — soffriva di «una forma di psicopatia per la quale, specialmente in tram, commettevo atti offensivi per le signore». Trasferitosi a Milano con la moglie, per sbarcare il lunario cominciò a scrivere manuali per la casa editrice Ulrico Hoepli che in quegli anni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX si stava specializzando in questo tipo di pubblicazioni. L’unico problema è che, allora come adesso, la professione dello scrittore di rado dava di che vivere: così Ghersi pensò bene di inscenare il proprio suicidio, naturalmente dopo avere stipulato una ricca assicurazione sulla vita che contemplasse anche quel caso… Immagino si fosse appassionato al libro di Jules Verne Le tribolazioni di un cinese in Cina. Notate che la notizia del suicidio arrivò fino a Torino, tanto che La Stampa all’epoca riportò un trafiletto: insomma Ghersi doveva essere sufficientemente noto. Il piano però non riuscì, perché l’assicurazione si rifiutò di pagare per mancanza del corpo. Ghersi non si perse d’animo, e per fare soldi, oltre che continuare a scrivere manuali sotto falso nome, pensò bene di sfruttare le sue conoscenze ingegneristiche e metallurgiche… e diventare falsario. Evidentemente però era più bravo in teoria che in pratica: fu quasi subito arrestato a Monte Carlo, imprigionato a Nizza e dopo qualche mese rimandato a Ventimiglia, dove la polizia italiana lo aspettava per incriminarlo come falsario e per l’inscenato suicidio. Persino Cesare Lombroso si interessò di lui, definendolo «un cleptomane soggetto ad eccessi di pazzia, mancante di ogni affettività». Dopo una condanna a 3 anni e 4 mesi, negli ultimi quindici anni della sua vita si limitò all’attività di compilazione di manuali, spesso riscrivendo opere straniere.

Ma non è solo di Ghersi che voglio parlarvi. Come scritto da Guido Scorza, la scorsa settimana la Cassazione ha depositato la sentenza di condanna (la trovate qui) per il quotidiano online abruzzese Primadanoi.it, che aveva lasciato nei suoi archivi la notizia del coinvolgimento di un ristorante in una vicenda giudiziaria. Quella vicenda non è tra l’altro ancora terminata e nessuno è entrato nel merito della verità o no di quei fatti: i gestori del ristorante hanno citato il quotidiano perché la notizia “era ormai vecchia” ma una ricerca in rete la dava come primo risultato. Per unire al danno la beffa, il sito aveva anche tolto la notizia all’inizio del procedimento: il tribunale quindi lo ha condannato perché l’aveva tolta troppo tardi, valutando quindi in due anni e mezzo la data di scadenza di una notizia. Citando la sentenza:

«La facile accessibilità e consultabilità dell’articolo giornalistico, molto più dei quotidiani cartacei tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giornale online, consente di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale sia trascorso sufficiente tempo perché perché le notizie divulgate con lo stesso potessero soddisfare gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica, e che quindi, almeno dalla data di ricezione della diffida, il trattamento di quei dati non poteva più avvenire…»

Avete capito? È la stessa storia per cui un blogghettino è colpevole di diffamazione a mezzo stampa con la stessa gravità di un grande quotidiano. Se le notizie sono nascoste in emeroteca — sarebbe meglio fossero in fondo a un casellario chiuso a chiave che si trova in un gabinetto inservibile sulla cui porta era stato affisso il cartello ‘Attenti al leopardo’, ma non si può pretendere tutto dalla vita — la cosa può ancora essere tollerata, ma se Google ti ha indicizzato allora cambia tutto. E ribadisco che il tutto è indipendente dalla verità o meno di quanto scritto: è la mera sua esistenza che deve essere stroncata, almeno se uno ha i soldi e gli avvocati migliori. Più che di diritto all’oblio, io parlerei di dovere di omertà.

Se come temo questa sentenza farà scuola, scordatevi pure la possibilità di fare ricerche online su fatti di cronaca: quale quotidiano può permettersi il rischio di essere citato a giudizio per qualcosa di cui in realtà a esso interessa ben poco? Gli archivi torneranno a essere inaccessibili, a meno che qualcuno decida di salvarli fuori dall’Italia, magari facendoli aggiornare da un cittadino non italiano che vive all’estero per maggiore sicurezza. Le notizie su Italo Ghersi insomma sarebbero potute restare nascoste per sempre, e un sia pur minuscolo tassello di conoscenza perdersi del tutto. Diciamocelo: ai tempi di Winston Smith le cose erano molto più semplici.