012Factory life: Augusto Coppola, dall’idea all’exit passa un mare di competenze, risorse e ambiente favorevole

La cultura del fallimento come leva di crescita imprenditoriale

Ciao Augusto, sei stato uno giurati dell’Academy 012factory. Presentati alla nostra community. Che percorso hai avuto e di cosa ti occupi?
Sono un imprenditore e investitore, dopo aver fondato due startup, tra cui la prima venduta con una exit di successo dopo circa 4 anni con un moltiplicatore di x60 la cifra investita (500.000 euro), la seconda invece fallita negli anni successivi, ho dato vita ad InnovAction Lab, un corso principalmente rivolto a studenti universitari per acquisire la capacità di presentare un’idea interessante davanti agli investitori. Ad oggi sono Managing Director dei programmi di accelerazione LUISS ENLABS, uno dei principali hub dell’innovazione in Europa nato da LVenture Group, venture capital tra i primi quotati in borsa e tra i 10 più attivi secondo il ranking Venture Pulse Report e in partnership con l’Università LUISS.

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Qual è la differenza tra un’azienda e una startup? Quali sono gli indicatori, le dinamiche, che le differenziano?

Qualche tempo fa si è fatto un gran parlare di come si scrive la parola startup: tutto attaccato (startup)? Con il trattino (start-up)? Oppure con lo spazio (start up)? La questione nasce perché il verbo “start up” in inglese indica l’avvio di qualcosa e quindi, per estensione, si è ritenuto che “start up” fosse anche il modo corretto per indicare tutte le aziende nella fase di avvio della loro esistenza. In realtà, nel mondo anglo-sassone è piuttosto chiaro che dire “start up a company” (avviare un’azienda) è cosa diversa dal dire “start up a startup” (avviare una startup), nel senso che, al contrario di quello che si possa pensare e che (purtroppo!) continua a leggersi anche sulla stampa, una startup NON è una versione appena nata di un’azienda tradizionale, ma altro. Nasce quindi la domanda: ma allora cos’è esattamente una startup?

A questa domanda sono state date molte risposte, ma io preferisco quella che ha dato D. McClure (Fondatore dell’acceleratore 500Startup, 330 milioni di dollari gestiti, diverse exit tra cui Wildfire per 350 milioni, Makerbot per 400 milioni, Behance per 150 milioni, SunRise per 100 milioni) che ha definito una startup come un’azienda come le altre, ma con tre piccole differenze: (1) non sa cosa vende; (2) non sa a chi lo vende e (3) non ha idea di come farci i soldi. In altri termini, McClure definisce sì una startup come un’azienda (cioè una organizzazione che vuole portare qualcosa sul mercato in modo economicamente e finanziariamente sostenibile), ma la cui ambizione è quella di cambiare lo status quo (tipicamente risolvendo in modo innovativo un problema che i consumatori hanno o, ancora meglio, che i consumatori avranno nel prossimo futuro) e cambiare lo status quo presenta sempre un livello di incertezza tale per cui non è possibile operare sul mercato utilizzando un approccio tradizionale (tipicamente riflesso dalla creazione di un business plan: se uno non conosce clienti, prodotto e monetizzazione, la produzione di un business plan ha poco senso).

Per poter gestire una startup, quindi, è necessario utilizzare delle tecniche diverse da quelle tradizionali e sono tecniche che vanno sotto il nome di “tecniche lean” (tecniche il cui successo le sta rendendo così popolari da iniziare ad essere utilizzate anche in aziende tradizionali, ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano)

Hai fatto parte di una azienda tradizionale, ti sei licenziato e hai creato due startup, una è andata bene e un’altra è fallita. Il fallimento è esperienza, cosi come succede quando si sbaglia e si impara qualunque cosa o c‘’è dell’altro? Perché la cultura del fallimento cambia la visione di una persona?

Anzitutto intendiamoci cosa significhi “cultura del fallimento” in quanto ho la sensazione che anche su questo aspetto ci siano delle incomprensioni. Anzi tutto esistono delle incomprensioni sulla parola “fallimento” che in Italia è spesso associata a “bancarotta”: fallire significa non pagare gli impiegati e i fornitori. In realtà, la parola “fallimento” in questo ambito significa semplicemente la conclusione sfavorevole di un progetto imprenditoriale, il fatto che, per fare un esempio diverso da quello immediato, un team parta per costruire la nuova Facebook e dopo 5 anni sono ancora lì che fatturano 1M (magari i fondatori a quel punto si sono messi il cuore in pace e vivono soddisfatti, ma fare Facebook è un’altra cosa).

La “cultura del fallimento” non ha neanche nulla a che vedere con la stupidità. Far partire un progetto, senza aver la preparazione minima di base necessaria, senza aver fatto un minino di analisi di mercato, senza un minimo di analisi critica, non è “cultura del fallimento”, è essere stupidi.

La “cultura del fallimento” ha invece a che vedere con il fatto che fare seriamente l’imprenditore è maledettamente difficile, ed è difficile sia se si vuole fare una startup che se si voglia aprire una pizzeria al taglio sotto casa. Il punto è che solamente facendolo si impara. E si impara in modo così doloroso, che quello che si impara diventa esperienza concreta, riflessione critica sia sul funzionamento del mercato che, in molti casi, anche su se stessi. E’ potenzialmente una miniera di informazioni che possono essere riutilizzate sul prossimo progetto nel quale ci si trovi a lavorare. Pensare che qualcuno che ha “fallito” in questo senso sia un “fallito” non è solamente sbagliato, è stupido.

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In tanti pensano di fare gli investor, gli acceleratori, i fondi vc, ma quanti poi hanno fatto exit? Da imprenditore, ci sei riuscito. Da investitore, lo stesso. Perché non succede spesso in Italia? Quali sono i principali ostacoli, anche banali, che vengono commessi?

La stragrande maggioranza delle exit, in tutto il mondo inclusa la Silicon Valley, avvengono per M&A, cioè aziende mature acquisiscono mercato, tecnologia e personale attraverso le startup. E la stragrande maggioranza di queste operazioni di M&A avvengono sul mercato domestico, cioè aziende americane acquistano startup americane, aziende tedesche acquisiscono startup tedesche e così via. In Italia questo purtroppo avviene ad un rate troppo basso. I motivi sono, a mio modo di vedere, diversi. Provo ad indicarne in modo sommario alcuni: impreparazione e miopia del management di molte aziende, mancanza di incentivi fiscali, incapacità di capire che non è possibile sostenere la competizione globale con i processi di innovazione chiusa tipici del secolo passato, diffidenza degli italiani rispetto a quello che viene dall’Italia. Senza exit non sale il numero di VC, se non sale il numero di VC non salgono i soldi che si possono investire in startup, se non salgono i soldi che si possono investire in startup non sale il livello di professionalità che le startup sono in grado di ingaggiare per crescere, se non sale il livello di professionalità che le startup sono in grado di ingaggiare per crescere non sale il numero di exit. E’ un circolo vizioso.

Il segreto per il successo non esiste, cosi come non esistono guru nell’innovazione. In che modo un imprenditore o aspirante tale, può misurare e scegliere le persone a cui fare affidamento per crescere?

La preparazione di base è l’elemento fondamentale, senza non si è in grado di capire nulla. Una volta acquisita tale preparazione di base, si è in grado di capire se gli interlocutori hanno loro stessi la preparazione di base sufficiente. Questo è un mondo in cui la reputazione è tutto: prima di accettare per buono qualunque cosa ci viene detto, verificare track record e network di un interlocutore dovrebbe essere l’ABC. Per avere una regola banale si rifletta su questo: come noto la regola per essere potenzialmente “esperti” di qualcosa è quella di aver dedicato almeno 10.000 ore su questa cosa. 10.000 ore sono 5 anni di lavoro, 8 ore al giorno, tutti i giorni lavorativi. Anche ammettendo che uno ci lavori indefessamente da 5 anni, possiamo pensare che nel 2012 di startup in Italia ne parlavano si e no 200 persone. Oggi sono letteralmente migliaia. La matematica, se non il buon senso, ci induce a pensare che molti siano dei chiacchieroni.

Perché hai scelto di venire all’academy di 012factory? Cosa ci hai visto? Perché la nostra academy può essere di aiuto a chi vuole fare imprese innovativa e per te, che fai l’investitore?
Ho accettato con piacere l’invito di 012Factory perché in questi anni ne ho seguito l’evoluzione e mi è sempre sembrato che stessero lavorando bene, cioè focalizzati sul risultato e senza dire stupidaggini. Per quello che ho visto nell’edizione che si è appena conclusa direi che complessivamente 012Factory sta facendo un buon lavoro che spero continui a fare con la stessa determinazione e qualità. Come investitore in startup early stage avere sul territorio dei soggetti che in modo qualificato riescano a supportare le startup ad arrivare al livello di interesse per chi fa il mio lavoro è fondamentale, in quanto la qualità di quello che riusciamo a produrre è necessariamente legata alla qualità del dealflow, cioè delle proposte che ci arrivano.

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