22 maggio 2015, Pisa.

Intervista a Sergio Poretti e Tullia Iori

Vi parliamo della ricerca che stiamo svolgendo da circa tre anni e che andrà avanti ancora due anni che riguarda la ricostruzione delle vicende dell’ingegneria italiana dall’Unità di Italia ai giorni d’oggi.
La ricerca riguarda lo sviluppo dell’ingegneria strutturale e mette in evidenza il fatto che l’Italia ha prodotto una scuola di grande rilevanza internazionale negli anni dai ’30 ai ‘60: questa è una vicenda che stiamo ricostruendo. Sfortunatamente questa scuola è rapidamente scomparsa e nei decenni più recenti la situazione è cambiata, così come è cambiato anche il rapporto tra l’ingegneria in Italia e lo sviluppo dell’ingegneria strutturale negli altri paesi occidentali. Questa ricerca è quella che andiamo raccontando nelle facoltà di ingegneria e architettura in Italia e all’estero.
È una storia che per una serie di ragioni è stata dimenticata appena si è conclusa, ovvero negli anni ‘70, tanto più che nelle facoltà di ingegneria paradossalmente non si insegna la storia dell’ingegneria strutturale: il nostro sforzo allora è quello di sensibilizzare sia le facoltà d’ingegneria che in quelle d’architettura sull’importanza di questo tipo di conoscenze di tipo storico. Questa tra l’altro è una delle ragioni per cui il discorso sulla formazione dell’ingegnere e del progettista strutturale è entrata in una fase critica e problematica in Italia.
La conoscenza della storia precedente dovrebbe essere uno degli elementi fondamentali per recuperare una dimensione a livello internazionale per l’ingegneria italiana. La nostra storia di ingegneri strutturisti ha avuto una fase molto vivace negli anni Sessanta, per poi vedere un declino più o meno dal 1963 (che corrisponde anche all’anno del declino dell’economia del paese), sviluppandosi verso differenti fasi che comunque è l’hanno portata sempre più a scomparire dal panorama internazionale. Quello di cui ci siamo accorti nei nostri studi è che al giorno d’oggi l’ingegneria italiana di fine anni sessanta, quella del cemento armato — prioritario rispetto agli altri materiali — e alcune delle ricerche dei nostri ingegneri — come ad esempio Musmeci — sarebbero di grandissima attualità perché in questo momento sta riprendendo vigore proprio una ingegneria che si basa su forme speciali, uniche, su forme che sono addirittura delle sculture. In questo senso i nostri ingegneri sono stati dei pionieri perché appunto nelle loro attività progettuali hanno sempre prodotto delle ingegnerie che sono opere scultoree, quasi come se fossero delle operazioni artigianali, con niente a che fare con le ingegnerie industriali che in genere si sono sviluppate in altri paesi.
Quindi in questo momento ritroviamo un grandissimo interesse. Le ricerche di Mutsuro Sasaki o Cecil Balmond potrebbero nascondere in nuce delle ricerche fatte in Italia negli anni Sessanta. Loro probabilmente non li conoscono perché l’ingegneria italiana non è assolutamente nota nel resto del mondo e Musmeci è forse il più sconosciuto tra i nostri ingegneri, ma se Mutsuro Sasaki, l’ingegnere di Toyo Ito, o Arata Isozaki, o ancora Cecil Balmond — che lavora ancora attivamente con questi architetti di altissimo livello — conoscessero Musmeci, riconoscerebbero certo in lui un Maestro.
Tra l’altro proprio Musmeci è stato uno dei primi a scoprire l’interesse che poteva avere il computer applicato nell’ingegneria strutturale è stato il primo nel senso proprio che lui arrivava con il computer che si stava diffondendo e cominciava ad inserirsi nell’ambito della progettazione; ma lui non aveva accesso alle macchine, non aveva accesso perché l’Italia era ancora indietro, non aveva accesso perché in quel momento tutta la sperimentazione era davvero pionieristica e non consentiva di sfruttare al meglio le potenzialità del computer. Ma lui nei suoi scritti ci racconta di come sarebbe stato quando il computer fosse arrivato ad affiancare i professionisti nella fase di studio e progettazione. Lui lo sognava, era una specie di visione la sua, ma lui si aspettava davvero che il computer avrebbe aiutato a progettare nel miglior modo possibile; non aveva nessuna idea di come funzionava la macchina ma si immaginava che sarebbe successo quello che sta succedendo adesso e che è successo in questi anni: questi sono anni diversi dai dieci anni precedenti. Il computer in questo momento consente di fare cose che solo dieci anni fa non erano nemmeno pensabili, o meglio erano immaginabili ma non si potevano davvero fare.
Quello che sta succedendo adesso, ovvero quello di utilizzare il computer per l’ottimizzazione per la genesi della forma e per ideare le forme. Non solo per verificare le strutture a posteriori, ma per dimensionarle, per progettarle, per idearle, per pensarle, per dargli una forma: questo sta succedendo adesso. Ed è adesso che le idee di Musmeci che risalgono ormai alla fine degli anni Sessanta prendono forma. Avrebbero davvero avuto un senso, se Musmeci tornasse tra di noi; è morto così giovane che forse si meriterebbe un altro pezzetto di attività. Sarebbe come proprio nel suo ambiente, potrebbe davvero realizzare quello che ha solo immaginato di poter fare e l’idea di riprendere anche la progettazione di Musmeci, di conoscerla, e di capire che cosa ci poteva insegnare e in quale modo ci poteva indirizzare sarebbe interessante anche per questa nuova generazione. E non ci stupisce che abbiamo avuto diversi contatti da studiosi americani svizzeri dal Belgio che stanno studiando Musmeci proprio per questo suo interesse attuale e contemporaneo.

Perché la figura dell’ingegnere è invisibile al pubblico, a differenza per esempio dell’architetto o del designer?

Questo deriva dalla diversa radice della cultura architettonica rispetto alla cultura ingegneristica e dell’ingegneria civile: la cultura architettonica ha una forte base storico-umanistica e quindi è più adatta a curare l’aspetto della divulgazione e della comunicazione. La cultura ingegneristica ha una matrice positivista scientifica e quindi è più concentrata sulla operatività piuttosto che sulla comunicazione e questo vale in generale per la figura dell’ingegnere in Italia e nel resto all’estero.
Poi però c’è stata un’evoluzione: possiamo dire che l’ingegnere moderno ha una sua fase classica che arriva proprio alle soglie dell’avvento del computer; poi interviene una fase che possiamo chiamare “postmoderna” ed è in questa ultima fase, che è quella ancora in corso, che ci sarà una forte differenziazione tra la situazione italiana e la situazione internazionale per quel che riguarda la figura dell’ingegnere.
Nelle aree soprattutto della cultura anglosassone e angloamericana l’ingegnere è una figura centrale, qui l’ingegnere è diventato un modello da seguire anche nella sfera umanistica e quindi la visibilità di alcuni grandi ingegneri o di alcune grandi strutture dell’ingegneria: pensiamo a Sir Ove Arup o a personalità come Peter Rice o Cecil Balmond. Questi personaggi hanno una notorietà che è paragonabile a quella degli architetti. In Italia questo non è successo. Questo non è successo proprio perché nei decenni recenti il ruolo dell’ingegneria il ruolo e la figura dell’ingegnere nel processo progettuale edilizio si è ridotto, e la figura dell’ingegnere spesso è vista come figura strumentale. Pensate al direttore dei lavori: nella situazione italiana non è sicuramente una figura di primo piano, è una figura anonima spersonalizzata. Il costruttore all’estero è invece un protagonista: pensiamo che il centro Pompidou è di Renzo Piano ma è anche di Peter Rice e tutti sanno che non si sarebbe costruito senza l’intervento di Peter Rice.
In Italia questa centralità della figura dell’ingegnere non è avvenuta. Questo dipende dal ritardo che in Italia abbiamo ancora, molto forte, sulla conquista di una dimensione specialistica dell’equipe di progettazione e di realizzazione che invece si è sviluppata all’estero. Qui siamo ancora ancorati alla figura polivalente che è diventata anacronistica già dagli anni Settanta in poi, e questo recupero è ancora in corso. Qui in Italia è difficile. Ma su questo ci sono anche grosse responsabilità da parte dell’università italiana che nella formazione dell’ingegnere è rimasta un po’ indietro. Non è solo questo: in Italia è triste la storia delle vicende delle opere pubbliche che come sappiamo hanno avuto uno sviluppo a dir poco difficile negli ultimi decenni. Le ragioni poi sono tante però sostanzialmente possiamo dire che siamo lontanissimi da una centralità della figura dell’ingegnere e che potrebbe con sé una maggiore possibilità di visibilità e di comunicazione.

Sergio Poretti e Tullia Iori

Università di Roma Tor Vergata

Progetto SIXXI — XX CENTURY STRUCTURAL ENGINEERING: THE ITALIAN CONTRIBUTION

ERC Advanced Grant 2011

www.sixxi.eu


Originally published at www.centoventigrammi.it.

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