Episodio 21

Testi di Mara Piemontese, illustrazione di Andrea Lazzarotti

Cinquantadue
Jul 23, 2017 · 3 min read

L’orgoglio. Vittoria sei il nostro orgoglio. Vittoria è una ragazza proprio a modo, dovreste essere orgogliosi di lei. Non ho mai conosciuto una ragazza così brava e gentile, davvero.

Questo sono stata io per i miei genitori, per mia nonna, per la mia famiglia. L’orgoglio più grande della loro vita di tristi emigrati meridionali a Milano, a lavorare come bestie in quelle fabbrichette perfette immerse nella perfezione del boom.

Una bella bambina, gentile con tutti e molto brava a scuola, mi piaceva andare a scuola, mi sembrava che in aula potesse contare davvero solo la mia bravura, solo la diligenza con cui facevo i compiti e leggevo i libri, era una dimensione pacificatrice, il lasciare tutto fuori, il lasciare tutti fuori, adoravo il suono della campanella. Mia mamma voleva che andassi all’università. Papà sperava tanto che diventassi una dottoressa o al massimo una segretaria, i suoi sacrifici avrebbero avuto un senso, sarebbe stato grato alla fabbrica e a quella città grigia che gli aveva permesso di crescermi.

Poi ho conosciuto lui.

Era un’estate tremenda a Milano, per aiutare mamma facevo la cameriera nello stesso bar dove era stata una cameriera anche lei per 20 anni. I clienti sempre le stesse facce, sempre gli stessi pensionati del quartiere, sempre gli stessi ragazzetti del quartiere. Quando entrò nel locale il tempo sembrò fermarsi un pochino, lui era diverso. Fuori posto.

Nonostante l’afa era elegantissimo, un completo antracite, la camicia bianca aperta sul collo, senza cravatta, le scarpe lucide, e quel cappello un po’ inclinato sulla fronte, con una fascia rossa. Mi chiese un caffè, la voce gentile, un accento straniero, dolce.

Mi persi.

Persi la direzione delle mie aspirazioni, persi la fame, persi l’interesse verso tutto ciò che non era lui, che non era la sua voce, che non era il caldo del suo respiro sulle mie guance.

I miei genitori invece persero l’orgoglio. Vittoria non era più la bambolina intelligente con cui vantarsi con la dirimpettaia, Vittoria ora non andava più a scuola, aveva un pancione enorme.

Quando gli dissi che saremmo diventati genitori, le lacrime agli occhi, il viso rosso dell’emozione, sentivo la felicità camminarmi sulla pelle, non avevo chiuso occhio tutta la notte, troppo impegnata ad immaginare la sua reazione, a pensare a quale nome avremmo scelto per quella creatura perfetta che mi stava crescendo dentro e che ero sicura sarebbe stata elegante e bellissima come il padre.

Mi avrebbe preso in braccio? Avrebbe pianto gridando al mondo quanto saremmo stati felici? Mi avrebbe stretto forte in silenzio troppo emozionato per parlare?

Rimase in silenzio. Nessuna espressione, nessuna emozione. Solo un “Non voglio.” gelido e fermo. Poi l’immagine delle sue spalle che si allontanano, il rumore dei miei singhiozzi, il bagnato delle lacrime sulle mie guance.

Nove mesi dopo ero una ragazza madre, Luca un neonato davvero bello e sereno. Ero quasi felice.


Cinquantadue

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