Episodio 5

Testi di Alice Citarella, illustrazione di Andrea Serini

Ancora un attimo… faccio fare ancora un altro squillo… ora sicuramente risponderà… adesso… adesso!

Un suono dall’altra parte del telefono: “Lorenzo? Pronto??”

Risponde tre tre nove…

Era la segreteria. Roberto gettò violentemente il telefono sul divano e si massaggiò le tempie, frustrato. Dopo quello che era successo a Luca, i loro amici (dopotutto, ormai non poteva definirli anche amici suoi?) gli avevano creato il vuoto intorno. Un vuoto sospetto, diffidente, rancoroso. Lo facevano sentire come se fosse il responsabile di tutta quella storia.

Ed è così? Sussurrò una voce remota, nella sua testa. Roberto cercava invano di zittirla da giorni, ripetendo, a volte anche a voce alta, da solo nella sua stanza, che non era colpa sua, che era stata una concatenazione di eventi impossibile da controllare, che Luca era un adulto e aveva la piena responsabilità delle sue decisioni. E quell’ultima sera aveva preso quella sbagliata. Eppure… eppure perché Roberto doveva ripetersi continuamente queste frasi come un mantra senza mai convincersene davvero? Il fatto che anche gli altri si comportassero in quel modo con lui, evitandolo, di certo non aiutava. Lo facevano sentire come se la sua insicurezza e la sua colpevolezza fossero tangibili, visibili, come un’aura sporca intorno alla sua testa, alle sue mani.

Ma nessuno d’altronde poteva sapere niente del suo passato. Roberto aveva fatto in modo non solo di chiudere bene nell’armadio i suoi scheletri, ma aveva anche sepolto il tutto e ingoiato la chiave. Solo così aveva potuto reinventarsi, conoscere Luca, i suoi amici e avere la possibilità di vivere una vita normale. Almeno fino a quel momento.

Fatalità. Quel tatuaggio idiota che Roberto si era fatto a quindici anni, senza un motivo preciso, perché faceva scena; quella parola così enfatica che si allungava elegante vicino al suo polso sembrava aver segnato la sua condanna per gli anni a venire.

Si sorprese a pensare queste cose mentre si sfregava il braccio nervosamente e si vergognò del suo essere così irrimediabilmente melodrammatico in un momento in cui il pragmatismo era tutto. Non poter parlare chiaro era però incredibilmente frustrante. Ma come si poteva gettare ombra e fango su un ragazzo appena morto? Roberto ne aveva forse il diritto? O forse farlo era suo dovere?

Proprio in quel momento qualcuno bussò con veemenza alla porta.

Roberto spiò dalla serratura. Incontrò l’occhio di Alessandro:

“Mi stavi cercando, no?”


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