VAL MÜSTAIR

Estremo: Est

Cantone: Grigioni

Abitanti: 1.641

Linea degli alberi: 2.300 metri slm (solitamente: 2.000 metri)

In Val Müstair mi sono innamorata. Fin dalla prima cucchiaiata di quella zuppa di castagne ho capito che volentieri non avrei mangiato altro per tutta la vita. Ora quella zuppa è a quasi quattrocento chilometri da me. E non solo è lontana, è difficile da raggiungere, per lo meno dal versante svizzero.

DI CONFINI E LINGUE

Quello grigionese è un cantone di pura montagna: gole, passi e neve. E scopro che molti dei passi sono chiusi nonostante sia primavera inoltrata. Ho appuntamento alle due con Lucia, che lavora all’ufficio turistico di Val Müstair, e continuo a mandarle messaggi per dirle che ritarderò. Ancora e ancora. Finalmente trovo il modo per superare questo muro di pietra che mi divide dalla valle. Il modo si chiama Vereina ed è una galleria. In cui passa il treno. Su cui carico la macchina. Un po’ come in quei film col protagonista seduto nel carrellino di una miniera.

Venti chilometri e sono dall’altra parte, in una valle che per metà è svizzera e per metà italiana. È una valle a rovescio, ci si arriva dall’alto e poi la si discende. A metà, senza alcuna apparente ragione geografica o geologica, la dogana. Dall’altra parte il Sud Tirolo, che tanto Italia non è.

‘Italia’ e Svizzera si fondono qui. Quando chiedo delle differenze tra le due, almeno a livello della valle, spesso mi rispondono con questioni burocratiche: i documenti sono diversi, le tasse sono diverse, ma in fin dei conti grandi differenze non si sentono. Solo la lingua può essere una discriminante, nonostante quasi tutte le persone che incontro sappiano anche il tedesco e un po’ di italiano: Lucia stessa, nata nella parte italiana dei Grigioni, conosce almeno tre lingue. La lingua ufficiale di questa zona dei Grigioni è il romancio, declinato in sette idiomi diversi. penetrato anche nel versante italiano ma non viene insegnato a scuola. Questo preoccupa un po’ Sandra Greiner, originaria della valle ma che ora vive oltre il confine col marito sud tirolese. I figli a scuola studiano il tedesco e lei col marito parla tedesco — teme che nei suoi bambini il romancio vada a perdersi.

Ho il primo assaggio di romancio appena arrivata. Parlo subito col signor Plinio, proprietario insieme ai genitori dell’albergo Münsterhof in cui risiedo e cuoco della zuppa che mi ha rapito il cuore. Plinio è tranquillo e gentile. Parlando con lui finalmente mi rilasso. Gli chiedo di parlarmi un po’ nella sua lingua.

Il romancio mi sembra uno strano ibrido tra le altre lingue romanze che conosco e mi chiedo perché non se ne parli di più o abbia perso un po’ della sua dignità. Nonostante sia lingua ufficiale, spesso i documenti svizzeri non sono più redatti in romancio. È anche una lingua frammentata, che si è cercato di fondere in un’idioma standard, il Rumantsch Grischun, che però non ha attecchito molto. Me ne parla il signor Valentin Pitsch, ex maestro delle elementari. Valentin ha qualche perplessità sull’italiano, ma riusciamo a capirci e mi racconta delle particolarità culturali della zona romancia.

Col contributo di Lucia

Ormai è il tedesco la “lingua del pane,” come la chiamano qui. Se si vuole lavorare bisogna conoscerlo. Anche perché spesso i valligiani emigrano, anche solo per poter studiare alle scuole superiori. La valle sembra essere un luogo di approdo dopo un lungo peregrinare, dove tornare e far riposare le ossa. Lasciar andare per tornare, mi dice la signora Meyer, madre di Plinio, dopo avermi mostrato i suoi lavori al filet. Lei stessa ha viaggiato e lavorato per tutta l’Europa. Poi c’è stato bisogno di lei all’albergo.

ARRIVI E DISTILLATI

Dopo la chiacchierata con Plinio incontro Lucia. Finalmente associo un viso alla persona con cui ho scambiato tante mail prima del mio arrivo, per organizzare la mia visita e gli incontri.

Lucia, all’ingresso dell’abbazia

Lucia è scattante, energetica e mi riempie di informazioni interessanti. Se voglio, mi dice, possiamo andare a visitare la distilleria del signor Beretta.

Val Müstair è un comune nato dall’unione di altri comuni e Beretta abita in una frazione a monte. La sua casa dà sul versante della montagna e il garage in cui ci fa entrare è per metà occupato dalla macchina distillatrice e per metà organizzato come una tavernetta, con le bottiglie e i prodotti in esposizione.

Il laboratorio

Il signor Beretta è travolgente. Neanche il tempo di fargli una domanda che inizia a raccontarmi la sua storia, come ha aperto la distilleria, come sceglie le materie prime, la sua decisione di trasferirsi in valle e il suo sentirsi a volte incompreso. Capisco che qui lui è un outsider e sento che ad alcune affermazioni Lucia si irrigidisce di fianco a me. Anche nei piccoli villaggi ci sono opinioni divergenti.

Ma la libertà, mi dice, è l’unica cosa che conta.

Beretta produce liquori, i suoi distillati hanno vinto tantissimi premi e sono richiesti in tutto il mondo, ma è astemio. “Come faccio a sapere come verrà il prodotto? L’ha imparato anche mia nipote, se non metti nessuna mela marcia il distillato non verrà mai cattivo.”

Stanca per il viaggio, digiuna dall’ora di pranzo, questo incontro è per me una botta sensoriale. Arrivano anche la moglie di Beretta e il suo cane, che mi vuole subito bene, Lucia mi allunga la mano. “Diamoci del tu”, mi dice. Io gliela stringo, un po’ stupita. Dopo un po’ capisce. “Da voi non ci si dà mano quando si passa dal tu al lei?”

Torno in albergo quasi stordita. Mi faccio portare una tisana alle erbe dalla signora Meyer mentre penso agli incontri che avrò il giorno dopo. Non ci sono altri ospiti nell’albergo e fa strano avere tutto quell’enorme edificio a disposizione.

FREDDO, FRETTA E SUORE

Al mio risveglio fa freddo, freddo, freddo. A Chiasso stavo in maniche corte, mentre qui durante la notte la neve ha ricoperto le montagne poco sopra di noi. Il cielo è grigio e io non toglierò più il cappotto invernale per tutto il giorno.

La vista dall’albergo

La vista dall’albergo. Nella foto, la fedele macchina che mi ha portata in giro.

Mi aspetta una giornata pienissima. La lunga lista di nomi sul taccuino comincia con il signor Lingg. Quando arrivo alla sua fabbrica di superfici in sughero, però, lui non c’è, e vengo accolta dal figlio Paul.

Ci sediamo a parlare in una sala dai soffitti altissimi e dei finestroni che danno sulla montagna. Tutto è ricoperto di legno e sughero. Pareti in sughero, borse in sughero, vassoi in sughero. Paul e la sua famiglia non sono svizzeri, bensì sud tirolesi. Hanno spostato la fabbrica in Svizzera anche per beneficiare del marchio Made in Swiss (guardo che non sia controverso) e grazie a lui vengo a sapere che anche qui ci sono frontalieri, e non sempre amati. La maggior parte dei dipendenti dell’azienda sono italiani di lingua tedesca. Secondo Paul la valle è un luogo bellissimo, ma nascosto.

L’ufficio di Lucia si trova nel negozietto dentro il monastero di San Giovanni, ed è lì che la raggiungo dopo pranzo. Johanna e Aloisia come sono due sorelle suore che vivono lì, in clausura.

Il monastero

Aloisia arriva appoggiata al dembulatore, nel cui cestino ha un foglio col mio nome. Sorridono, molto, e negli appunti scrivo “hanno la pelle liscia,” qualsiasi cosa intendessi. Per poterle riprendere metto in disordine un intero tavolino pieno di libri per bambini sulla religione. Li accatasto per alzare la telecamera. Johanna e Aloisia sono italiane, del primo paese oltre il confine, ma la loro lingua è il tedesco.

Suor Aloisia

Cercando di raccontare la loro storia, Johanna si blocca. In italiano non ci riesce. “Ditemelo in tedesco,” dico loro, “troverò una soluzione.” Così andiamo avanti per mezz’ora con le mie domande in italiano e le loro risposte in tedesco. Mi guardano negli occhi serafiche ma io capisco poco. Nei momenti in cui non ci sono clienti in negozio, Lucia mi aiuta traducendo qualcosa. Per esempio quando chiedo se le due suore si sentano, dopo tanti anni in Svizzera, svizzere o italiane. Mi rispondono che i documenti sono italiani. Capisco che è un problema linguistico, uso il verbo “sentire” in un contesto estraneo a quello strettamente sensoriale. Lucia mi aiuta. Abbiamo passato la gioventù passando di qua e di là del confine, dicono, non sentiamo differenze.

Stiamo andando via quando Lucia chiede a una suora di passaggio se posso farle qualche domanda. Con suor Lutgarde, questo il suo nome, sfodero il mio peggior francese. Nata in cantone tedesco, ha vissuto per anni in un convento nella parte francese, sta imparando il romancio e non parla italiano.

Suor Lutgarde, che ha stoicamente sopportato il mio francese

Mi dice che le differenze tra le varie aree linguistiche della Svizzera ci sono e che lei si trova bene in valle, anche se ha dovuto abituarsi a un ambiente del tutto nuovo. Ha un suo piccolo orto dove fa crescere erbe per tisane, medicamenti, olii essenziali.

“Sia la lingua che la cultura sono tutta un’altra cosa, davvero diversa [nelle diverse zone della Svizzera]. È anche difficile perché dipende dalla comunità, come si vive la vita benedettina, dalle persone che formano la comunità. Tutta la mentalità, è un altro modo di vivere. Penso che ogni comunità abbia le sue difficoltà. Tra noi suore si parla tedesco, ma nel villaggio e nella valle si parla romancio. È molto difficile ‘inserirsi’ in una lingua quando non la si parla tutti i giorni. Là [nella Svizzera francese] si parlava tutto il giorno francese, mentre qui è molto difficile, ho imparato qualche parola, ma il vocabolario è difficile.”

Per parlarmi della scuola e delle lingue arriva anche il signor Valentin. Parliamo anche dell’altra sua passione: ora, in pensione, fotografa animali e la natura. Ha portato con sé un un volantino con alcuni suoi lavori. La valle è una biosfera, protetta e regolamentata. Non ci sono nemmeno cavi elettrici e tralicci a vista, tutto viaggia sotto terra. Se non facesse così freddo farei volentieri una passeggiata nei boschi.

IL MONASTERO

Essendo il tipo di persona che al cimitero Père-Lachaise ha esaurito le batterie della macchina fotografica, non posso farmi sfuggire un giretto nel piccolo cimitero nel cortile della chiesa. I cimiteri stranieri mi sembrano sempre più belli dei nostri, forse per l’assenza dei loculi a muro. Ognuno ha il proprio posto, il proprio spazio. Nei ritratti sulle tombe, gli ex-cittadini della valle sembrano tutti bellissimi

Cerco di immaginare come poteva essere la vita qui cento anni fa. Ancora oggi la neve sommerge il paese in inverno. La gente si spostava già durante la gioventù? O nasceva e moriva senza aver mai messo piede oltre le montagne?

Scopro che ogni tomba ha un piccolo vasetto e un pennellino ai piedi. È per l’acqua santa, mi spiega Lucia.

Questo posto è il perfetto prototipo di comunità isolata, ma mi chiedo se un tale isolamento sia rinvigorente o asfissiante. Tutto funziona, tutto è regolato. L’identità nazionale svizzera sembra essere un’ovvietà per tutti qui, e mi domando se lo sia davvero o se semplicemente non ci abbiano mai riflettuto molto. Abitanti di un luogo isolato e parlanti di una lingua minoritaria, sembrano quasi una comunità a parte. Valligiani, poi grigionesi e solo dopo, semmai, svizzeri. Ma voglio anche fidarmi del loro giudizio.

Sto bene, con l’aria fresca e le montagne coperte dalla nebbia. Passeggio per il paese. Sono nella frazione di Müstair, quella più orientale di tutte, e il paese si attraversa facilmente a piedi. In giro non c’è quasi nessuno, ma c’è sempre qualche macchina da evitare. I marciapiedi sono striminziti e spesso su un solo lato della strada.

Torno per l’ennesima volta al monastero, questa volta per visitarlo. Lucia ci accompagna al suo interno. Nel chiostro vedo le erbe di suor Lutgarde. Saliamo a vedere le vecchie celle delle suore, l’antica sala da pranzo dove si trovano i piatti istoriati con le iniziali delle varie badesse e un organo del settecento a soffietto. Uno dei quattro al mondo.

Purtroppo, premendo i tasti, non produce più alcun suono

Dalla finestra si vede il cortile sul retro. Ci sono alberi, alcune panche lungo le pareti esterne e una signora col suo cane che lavora.

Mi sembra di vedere e capire la calma e la ritualità della vista delle monache che Hugo racconta ne I Miserabili. Mi sembra di viaggiare allo stesso tempo sia nel tempo che in un’altra realtà.

Questo monastero è piena di tesori. Ci sono delle statue in legno, di cui una con una borsetta estremamente attuale, c’è un’installazione di arte moderna dentro un’ex cucina completamente annerita, ci sono le foto delle suore. Infine visitiamo la chiesa, decorata con dipinti carolingi patrimonio dell’UNESCO. Lucia ce ne descrive qualcuno, raccontandocene la simbologia. Anche se a prima vista semplici, ogni immagine nasconde una lettura più profonda.

Nel lapidare Santo Stefano, ogni personaggio, con gli occhi e i movimenti, esprime uno stato d’animo diverso

L’ultimo luogo che visitiamo è una cappella laterale, con una parete coperta di ex-voto.

Di fronte spicca un quadro della Madonna. Lucia ci racconta che la valle è mezza protestante e mezza cattolica. La frazione di Santa Maria era sia cattolica che protestante. Si spartivano la chiesa. Quando l’ultima cattolica è morta e il paese è diventato totalmente protestante, una processione ha portato il quadro della Madonna al monastero. Mi chiedo se in un luogo simile ci si possa permettere di essere atei.

Torno in albergo e incontro la zuppa di castagne. L’ultima sera. E ho pure preso la porzione piccola. E la Svizzera è troppo costosa per prenderne un’altra. L’amore fa male.

RIPARTENZE

Ho già salutato Lucia. “Arrivederci,” mi ha detto in romancio, “vuol dire che ritornerai.”Vado a casa del signor Rietmann. E’ sabato mattina e faccio due giri attorno alla casa prima di essere sicura che sia quella giusta. Il giorno prima Lucia me l’ha indicata dal monastero. Quella dietro il salice, ha detto. Mi accoglie il signor Robert e andiamo nella sua cucina. La casa è ordinata, accogliente. Ci sediamo al tavolo e mi offre qualcosa. Rifiuto, la ricca colazione dei Meyer è ancora troppo vicina. Robert è un ufficiale doganale, mi racconta di aver seguito suo padre in giro per la Svizzera per poi approdare in valle. La dogana è tranquilla, i rapporti coi colleghi italiani buoni. Sono davvero italiani, i colleghi: spesso arrivano dal sud Italia e ci mettono un po’ ad acclimatarsi. Robert mi racconta anche la sua sulla valle e la presenza di molti italiani.

Prima di partire mi concedo un’ultima passeggiata per Müstair e salgo nella frazione di Santa Maria per documentare le decorazioni sulle case. Sono diverse da qualunque murale tipico dei paesi di montagna. Sembrano un modo per confondere natura e architettura. Una sorta di alfabeto.

Superato il whisky bar più piccolo del mondo, mi infilo in un bar/spaccio per comprare del pane e sedermi. La finestra di fianco a me è coperta da una tendina in filet. La signora Meyer ha conquistato tutta la valle.

Vorrei restare ancora un po’, o poter tornare durante altre stagioni e vedere come la valle si trasforma, ma sono attesa al nord, e mi aspetta la strada di montagna circondata dalla neve e devo caricare la macchina su un treno.


A tutte le persone che incontro faccio sempre una domanda finale: cosa vuol dire essere svizzeri, secondo te?

Ecco le loro risposte.


Un grazie particolare a Lucia Ruinatscha e all’ufficio del turismo di Val Müstair e dell’Engadina per la disponibilità, l’aiuto e il supporto.


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