Eleonora Tavazzi, giovane ricercatrice

“È questo l’impatto che cerco di ottenere con il mio lavoro: permettere alle persone per cui lavoro di tirare fuori il massimo delle proprie potenzialità”

Eleonora Tavazzi è una giovane ricercatrice che ha partecipato a uno studio di ricerca appena presentato a ECTRIMS da Niels Bergsland — il più importante congresso internazionale sulla ricerca ed il trattamento della sclerosi multipla — un progetto di ricerca finanziato da AISM e dalla sua Fondazione. Ci racconta come e perché ha iniziato a fare ricerca sulla sclerosi multipla

Eleonora Tavazzi, IRCCS Santa Maria Nascente, Fondazione Don Carlo Gnocchi, Milano.

All’inizio della specialità in Neurologia, sono stata assegnata al Centro Sclerosi Multipla dell’Istituto in cui allora lavoravo. Da allora ho continuato a occuparmi della patologia: è un campo in continua evoluzione, con ancora molte cose da scoprire. La motivazione principale è di sicuro il fatto che il picco di incidenza è in età giovanile, con un impatto importante sulla qualità di vita, sia nel breve che nel medio-lungo termine.

Due mesi fa, è venuta nell’ambulatorio del Centro Sclerosi Multipla Don Gnocchi di Milano, dove attualmente lavoro, una donna, più giovane di me, che avevo seguito agli esordi della sua malattia. Era in carrozzina. Le ho proposto un ricovero nella nostra struttura, per seguire una riabilitazione intensiva, con sedute quotidiane. Abbiamo lavorato tantissimo e adesso riesce a camminare senza appoggio per una decina di metri e con il doppio appoggio delle bacchettine riesce addirittura a percorrere più di un chilometro senza sosta.

È questo l’impatto che cerco di ottenere con il mio lavoro: permettere alle persone per cui lavoro di tirare fuori il massimo delle proprie potenzialità, cercando di far comprendere che quello che propongo è uno strumento in più per vivere bene, in ogni fase di malattia.
Per questo stesso motivo facciamo ricerca: definire uno standard di riabilitazione di cui possiamo verifica la reale efficacia e ottimizzare le strategie riabilitative che sono attualmente disponibili.

Ph. © Gianmarco Tormena — Genova

Così, con il finanziamento di AISM e della sua Fondazione, abbiamo presentato a ECTRIMS uno studio pilota che ha l’obiettivo di verificare proprio l’impatto della riabilitazione neuromotoria intensiva a livello cerebrale.

Abbiamo quindi effettuato uno studio su persone con disabilità medio-alta ricoverate presso il nostro Istituto e sottoposte a trattamento riabilitativo intensivo (5 sedute/settimana) per valutare come la fisiokinesiterapia possa apportare cambiamenti significativi non solo rispetto al modo di camminare e stare in equilibrio ma soprattutto rispetto ai meccanismi di plasticità cerebrale.

Così — utilizzando tecniche avanzate di “imaging”abbiamo misurato ‘cosa succede’ nel cervello; abbiamo usato la risonanza magnetica funzionale eseguita ‘in presa diretta’ durante movimenti di dorsiflessione dei piedi e la risonanza magnetica funzionale eseguita a riposo; abbiamo valutato — attraverso scale e questionari — i cambiamenti clinici presenti dopo il trattamento.
Le immagini che abbiamo mostrato a ECTRIMS — premiate come Miglior Presentazione orale dei Giovani Ricercatori — evidenziano, anche senza raggiungere la significatività statistica, una riduzione nell’estensione dell’attivazione di aree cerebrali durante lo stimolo motorio che potrebbe significare, in senso positivo, un recupero della “specializzazione” delle aree motorie, con conseguente riduzione della necessità di attivare altree aree con fuznione di “compenso”.

Ph. © Chiara Rossi — Genova

Adesso vogliamo estendere questo studio, ampliando il numero di persone coinvolte, con l’obiettivo di misurare ancora meglio gli effetti dei trattamenti. Una maggiore conoscenza dell’impatto che la fisioterapia ha a livello di plasticità cerebrale e la possibilità di dimostrare un miglioramento della connettività cerebrale sarebbero utilissimi non solo per noi medici ma anche per le persone che fanno riabilitazione.

Ma una cosa, comunque, l’abbiamo già imparata dalla vita delle persone che incontriamo: adattarsi a una situazione di disabilità e mantenere l’entusiasmo nei confronti della vita è possibile. E noi - medici e ricercatori — non possiamo tradire questo entusiasmo: dobbiamo trovare trattamenti che riescano non solo a ‘rallentare’ l’andamento di malattia ma a riparare il danno prodotto dalla sua evoluzione, permettendo quindi alla persona di recuperare dove è possibile un buon grado di autonomia.

A cura di Giuseppe Gazzola

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