La scalata, la cordata, la vita con la sclerosi multipla
«Ma lassù, sul Monte Rosa, alla Capanna Margherita, lo sguardo spazia su uno strapiombo di tremila metri, fino alla pianura. Un’emozione unica, un’avventura, un’esperienza di vita, non tanto una sfida a me stesso, ma un abbraccio con la montagna, una passione da vivere».
Stefano, 27 anni appena compiuti, con laurea alla Bocconi di Milano e un lavoro di praticante commercialista, consigliere comunale a Treviso, è appena tornato dalla scalata al Monte Rosa, e ne ha ancora pieni gli occhi e i pensieri: «Ho sempre avuto la passione della montagna, da qualche anno mi cimento nell’alpinismo e da un anno anche nello scialpinismo. Un anno e mezzo fa è arrivata la diagnosi di sclerosi multipla. Ho avuto una neurite ottica; la diagnosi è stata rapida, anche perché mia madre è medico e ha capito presto di cosa si trattava. E sono stato preso in cura a Treviso in modo molto veloce. Lo scorso luglio ho avuto una piccola ricaduta, che ha messo un po’ in dubbio la mia partenza per il Monte Rosa, ma per fortuna è rientrato tutto in tempo e, infatti, è andato tutto bene. Mi sono chiesto se dovessi continuare, se andare in montagna fosse una reazione, una sfida, un orgoglio deleterio. Ma al momento riesco a vivere questa passione e continuo».
Ed ecco il suo racconto della salita al Monte Rosa:
«Era la prima volta che lasciavo le mie amate Dolomiti. Siamo partiti in quindici con gli amici del CAI di Treviso, il venerdì, da Alagna Valsesia e siamo arrivati in funivia fino al Passo dei Salati, a 3.200 metri. Da lì, fino a 3.600, lo stesso giorno, siamo andati al Rifugio Gniffetti, dove abbiamo dormito. Il sabato da 3.600 siamo andati a punta Gniffetti, che è a 4.555, dove c’è la Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa. Poi, prima di tornare, là in mezzo, abbiamo raggiunto altre vette, e il giorno dopo siamo scesi, con calma. Certamente — Stefano ride — lassù si respira …. meno ossigeno: l’altezza si fa sentire e sotto sforzo manca un po’ il fiato e si sente un po’ più di fatica, poi molto freddo, sui -15, — 20 percepiti per il vento. Ma è un posto pazzesco e arrivati al Rifugio è proprio emozionate sporgersi e guardare giù.

Come dice la canzone: vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare …
«Il bello della montagna, dell’alpinismo, è che è un’attività che si vive sempre in squadra, ti devi fidare delle persone con cui sei, del tuo compagno di cordata, si crea sempre un rapporto di estrema fiducia.
E soprattutto nella cordata comanda il più debole, e quindi si regola il passo su quello che va più piano. Se sei in una cordata in cui il tuo compagno non ce la fa, tu devi stare al suo passo. Non lo puoi abbandonare a se stesso o andartene avanti da solo, perché in quel modo metteresti in pericolo lui ma anche te stesso; perché se tu che vai avanti veloce poi cadi in un crepaccio, quello che ti può tirare su è il tuo compagno di cordata.
E questo vale per AISM e quando si affronta una malattia come la SM: si possono raggiungere vette, mete importanti, se si va in cordata, in squadra, senza ascoltare e rendere conto solo a se stessi, ma andando al passo del più debole.

Che non è impossibile, basta solo conoscersi, fidarsi e un equilibrio lo si trova. E per lo stesso motivo della cordata, credo che a un certo punto capirò che sarà il momento di lasciare, quando capirò che la passione per la montagna potrà mettere in pericolo la mia vita e quella degli altri che verranno con me in cordata».
E poi c’è l’impegno politico in città, un’altra sfida da vivere “con” gli altri prima che “contro” le altre parti
«Mi sono sempre impegnato nell’amministrazione pubblica, anche prima della diagnosi, con l’idea di assicurare le stesse condizioni di diritti e le stesse opportunità a tutti, partendo sempre dai più deboli. Ora, con la malattia, è cambiato lo sguardo sulla vita, sono cambiate un po’ le priorità, ma soprattutto ho imparato una lezione importante: ascoltare tanto le persone, i problemi quotidiani, e soprattutto andare oltre le apparenze. Apparentemente io sto benissimo, non ho alcun evidente problema fisico o di altro tipo, ma dietro c’è invece una malattia seria, una fatica quotidiana, un futuro tutto da scrivere».
Lavorare e vivere, tra realismo della ragione e ottimismo della volontà
«Ho un carattere abbastanza forte e ho reagito in modo abbastanza buono sin dalle prime fasi. Dopo la diagnosi, continuo a lavorare e mi piace molto. Un intellettuale del novecento, che per me è un riferimento, parlava di pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Io, tendo a viaggiare su questi due binari: so che non c’è da scherzare e da essere particolarmente felici per questa patologia. Insieme mi tengo forte l’ottimismo della volontà e andiamo avanti, comunque. A vedere cosa c’è oltre il Monte Rosa, una vita intera da vivere insieme agli altri».

La sclerosi multipla è una malattia del sistema nervoso centrale, cronica, invalidante ed imprevedibile. L’età di esordio è tra i 20 e i 40 anni, anche se questa malattia si manifesta soprattutto tra i giovani adulti, tra i 20 e i 30 anni, e tra le donne, in un rapporto di due a uno rispetto agli uomini.
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