Lobbying in tempi gialloverdi.

Cosa ha insegnato il Decreto Dignità ai professionisti delle relazioni istituzionali.

L’iter del Decreto Dignità è stato travagliato. Sono circolate innumerevoli bozze, dal giorno dell’approvazione in Consiglio dei Ministri a quello della pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale sono trascorsi ben dieci giorni, l’approvazione è poi avvenuta a tappe forzate.

I portatori di interesse hanno chiaramente provato ad intervenire sul testo, condividendo con il Governo il “battesimo del fuoco” della diciottesima legislatura. Nel giorno in cui questo provvedimento si avvia ad approdare nell’aula di Palazzo Madama per la seconda e definitiva lettura, proviamo a mettere in fila alcuni elementi che ci serviranno per le prossime occasioni in cui saremo chiamati a rappresentare gli interessi nell’ambito di procedimenti legislativi durante questa legislatura e con questa maggioranza di Governo.

  1. MODIFICHE LIGHT SOLO “A FAVORE DI VENTO”. Le possibilità di incidere “controcorrente” cioè andando a proporre modifiche che vanno nel senso opposto della proposta iniziale è molto minima. La maggioranza invece valuta proposte “a favore di vento” anche se provenienti dalla minoranza (es. Emendamento Baldelli su compensazione debiti/crediti PA, Emendamenti PD su tessera sanitaria per le slot e per la scritta “nuoce gravemente alla salute” su Gratta e vinci, emendamento FDI su sanzioni);
  2. ULTRA MAGGIORANZA NULLA SALUS. Il consenso su una proposta deve essere costruito prima della fase di presentazione degli emendamenti. La maggioranza infatti dimostra di controllare bene i gruppi parlamentari: sono stati solo una settantina gli emendamenti presentati dai Deputati (non tengo in considerazione la seconda lettura, puramente di ratifica) del Movimento 5 Stelle e della Lega. E’ quindi esclusa la metodologia che prevede la presentazione di uno o più emendamenti e, in seguito, il lavoro sulla convergenza parlamentare prima e parlamentare/governativa poi;
  3. MODIFICHE SOLO SE “POPOLARI” O INELUTTABILI. Le modifiche sostanziali al provvedimento (entrata in vigore differita per le nuove norme sul contratto determinato, voucher, clausola di salvaguardia per i contratti in essere di pubblicità del gioco d’azzardo, riforma entro sei mesi del gioco legale) sono politicamente percorribili solo in caso di uno o più fatti di attualità (licenziamenti alla Nestlè di Benevento o a Poste Italiane) che dimostrino dei bugs della norma, di fronte ad evidenti problemi di tenuta giuridica (contratti pubblicitari in essere) o a fronte di una forte pressione di uno dei due big partners della maggioranza (è il caso di voucher e riforma gioco legale fortemente chiesti dalla Lega ed oggetto di mediazione).
  4. DECIDONO IN POCHI. Le decisioni si prendono a livello alto. Con una grande disciplina nella prima linea parlamentare, che deve essere quindi considerata più come “ascensore” delle istanze verso i soggetti che decidono che come punto di risoluzione effettivo del problema. Ovviamente è velleitario, in gran parte dei casi, tentare l’approccio diretto al vertice. Facile uscirne con una pacca sulla spalla o una banale affermazione di principio. Il vertice deve interessarsi a noi non dobbiamo essere noi a interessare il vertice.
  5. SI ADVOCACY NO “TERZE PARTI ELITARIE”. Il sostegno ad una tesi modificativa da parte di terze parti storiche e di corpi intermedi tradizionali risulta essere inutile se non controproducente (le posizioni di Confindustria sono state trasformate in boomerang con l’affermazione “i lobbisti di Confindustria chiedono…”). L’attuale maggioranza si pone come diretto interprete dei bisogni dei cittadini e non legittima soggetti di rappresentanza collettiva a frapporsi tra corpo elettorale e decisore.

La lettura combinata di queste quattro “regole” desunte dalla metodologia operativa della maggioranza, può condurre ad una sintesi che aiuta a rimodulare meglio il nostro lavoro: innanzitutto è necessario, per il titolare d’interessi, muoversi con netto anticipo rispetto alla manifestazione del problema/opportunità, attivando -con il supporto del consulente- strategie di advocacy e grassroots.

Diventa fondamentale aggiornare i database delle terze parti, includendo soggetti -anche di natura individuale- che non incorrano nella “fatwa” anti élite, ma che invece possano esprimere il sentimento popolare rispetto ad uno o più aspetti della proposta in discussione.

Il caso delle “maestre diplomate” e l’esclusione del Soccorso Alpino Speleologico e dei servizi portuali dalle normative sui contratti di lavoro testimoniano come interessi diffusi, anche minimi, ma con buona capacità di mobilitazione dal basso, possano risultare- con un adeguato sostegno parlamentare — “vincitori” di battaglie che altri soggetti, più forti e numerosi, ma meno “popolari” hanno invece perso.

Non ci si può avventurare in una attività di lobbying con speranze di successo se non si è svolta, in precedenza, una azione di mobilitazione attraverso Facebook e Instagram. Sono questi due, infatti gli strumenti di veicolazione del consenso delle forze di maggioranza, proprio perché sono questi i social ritenuti, per livello di engagement, funzionali all’espansione del consenso politico elettorale è naturale che diventano, di contro, il fondo di caffè da cui trarre indicazioni circa sentiment, aspettative e richieste della basi popolari.

Lo ha spiegato bene Luca Morisi, uomo digital di Matteo Salvini, in un thread su twitter animato da una risposta di Lorenzo Pregliasco a una militante PD:

Twitter è un grande esercizio di onanismo collettivo di coloro che si ritengono “classe dirigente” […] Il popolo è su FB e IG

Il nostro mestiere non è condividere o meno questa affermazione. Ma prenderne atto. Se il bravo lobbista è quello che riesce a collocare l’istanza particolare dentro l’interesse generale, oggi il lobbista efficace è quello che convince il cliente ad investire su communities e strumenti di networking di base che possono, più del paper del grande centro di ricerca, rappresentare la prova del nove che quella proposta, quella istanza, ha senso portarla avanti. Una prova del nove che si esegue, almeno con questo quadro politico, su Facebook e su Instagram. Morisi docet.