Gli automi di Faribault

03.18 A.M. — Faribault, Minnesota

Nella contea di Rice, Faribault era una normale cittadina, con normali centri commerciali, normali scuole, normali ospedali e normali abitanti. La vita proseguiva ogni giorno in modo normalmente discreto e nessuno si era mai lamentato dei prezzi troppo alti, del colore dei palazzi o della condizione delle strade. Tutti avevano un lavoro rispettabile, ogni negozio sulla via principale apriva alle 8 della mattina e chiudeva alle 8 della sera, i mezzi di trasporto erano sempre puntuali, ma nessuno di questi portava fuori dal confine della città. Tutti conoscevano tutti, tutti salutavano tutti con cordialità, tutti avevano un’occupazione, per le strade nessun mendicante chiedeva l’elemosina, e di ladri, non se n’erano mai visti. Questa normalità era sovrumana, quasi soprannaturale per un turista che fosse passato per le vie della cittadina del Nord America. Ma a Faribault di turisti non se ne vedevano dal 30 Agosto del 1996, il giorno della nascita di Emma Hooper.
Tutti erano normali, a Faribault, tutti tranne Emma Hooper, l’ultima turista di Faribault. Il signore e la signora Hooper erano viaggiatori, venivano da Brighton, Inghilterra, e stavano attraversando lo Stato alla ricerca di una cittadina tranquilla dove far nascere la loro piccola. Volevano finalmente mettere radici in un posto sicuro e stabile, e dopo alcune ricerche, sembrava che Faribault facesse proprio al caso loro. Ma non arrivarono mai a Faribault. Emma nacque sul confine della città, proprio sotto il cartello di benvenuto.. Emma non pianse alla sua nascita, fu un parto difficile, che provocò la morte immediata della madre, ma gli occhi di Emma esprimevano solo tranquillità al momento della sua venuta al mondo. Il padre, disperato dalla prematura dipartita della moglie, in un gesto estremo abbandonò la neonata proprio sotto il cartello segnaletico, all’interno di una valigia di cuoio, avvolta da una copertina di lana verde, e si impiccò alla quercia che spiccava lì vicino. Quel luogo era saturo di leggende e per quello aveva sempre attirato turisti negli anni, ma nessun nuovo volto si era visto dal quel 30 Agosto 1996, nessun nuovo volto a parte quello pallido e magro di Emma Hooper. I suoi occhi di ghiaccio racchiudevano le sofferenze che aveva visto alla sua venuta al mondo, le labbra rosse parevano iniettate del sangue della madre e la pelle bianca come la neve ricordava quella del cadavere pendente del padre, che dondolava rigido e freddo dal vecchio ramo a bordo strada. Gli abitanti di Faribault avevano accolto Emma con una gioia contenuta, l’avevano vestita come loro e l’avevano assegnata a una famiglia sorteggiata il giorno di Natale, i signori Epkins. Non c’è bisogno di dirlo: erano individui normali, perfettamente omologati al resto della città, Markus lavorava in banca e Lucille era una maestra della scuola elementare. I signori Epkins avevano un’espressione perennemente neutra, un tono di voce immutabile, una personalità che a Emma, ormai cresciuta, sembrava essere stata progettata a tavolino. Per ogni domanda avevano una serie di risposte standard pre impostate, a ogni contesto di interazione era associato un certo comportamento, un linguaggio da tenere e dei movimenti da applicare per compiere delle azioni. 
Emma era abituata alla religiosa uniformità dei suoi genitori adottivi, e aveva trovato il modo di aggirare certi comportamenti usando strategicamente alcuni input per raggiungere i suoi scopi. Ma ancora non era a suo agio per le vie di Faribault; tutte le facce dei suoi abitanti assomigliavano agli automi di Munch o agli alunni di The Wall. Certo avevano tutti la faccia, ma i tratti somatici erano indistinti e gli occhi erano perennemente velati da un sottile strato grigio che annullava ogni espressività e rendeva impossibile distinguere le emozioni che quelle “persone” provavano.

Emma era diversa, aveva sogni, ambizioni e programmi per il suo futuro, e nessuno di essi riguardava quella piccola e terribile città. Emma non voleva essere lì, odiava i suoi veri genitori, che l’avevano abbandonata in quel posto sovrumano popolato da automi, gatti e avvoltoi. Soprattutto, Emma Hooper non aveva intenzione di rischiare di cadere nell’illusione della vita automatica della città. Quella notte, alle 03.18, sarebbe scappata, abbandonando tutto e tutti.

03.19 A.M. — Casa Epkins

Emma aveva programmato tutto, e tutti. Si era vestita come loro, si era truccata per nascondere la sua pelle chiara, che la distingueva da tutti gli altri, e aveva messo del sonnifero nei bicchieri degli Epkins. A quell’ora nessuno era più in giro, alle 03.20 i netturbini avrebbero finito il loro solito giro, e i poliziotti erano tutti rintanati nella stazione di polizia dietro al municipio. Lei sapeva che per non essere notata, doveva restare nell’ombra, lontano dalla strada, e prendere i vicoli e i vari percorsi sotterranei che aveva studiato fin da quando era diventata abbastanza grande per poter concepire l’idea di scappare da quella che era stata la sua città natale. Lentamente, aprì la porta scricchiolante della sua camera, facendo attenzione a non svegliare il gatto che sonnecchiava come una vecchia guardia carceraria nel corridoio. Sentiva il lento russare dei genitori provenire dalla porta di fronte, sorrise: il suo piano stava andando come previsto. Scese le scale correndo leggera come una gazzella e nel giro di cinque secondi si ritrovò fuori dalla sua gabbia personale. Gli Epkins non erano persone cattive, non erano mai stati aggressivi con lei, ma neanche affettuosi o comprensivi quando Emma era triste o pensierosa riguardo ai suoi veri genitori. Gli Epkins non erano, semplicemente, persone. Erano stati contagiati da un virus, secondo Emma, forse dallo stesso virus che aveva infettato tutta la città, magari un giorno anche lei ne sarebbe stata succube senza neanche accorgersene, non voleva assolutamente aspettare quel momento a braccia conserte: Emma voleva fuggire da quella città, e voleva farlo subito. 
Per strada, tutto era deserto, il debole venticello autunnale rinfrescava le gote rosse della ragazza in fuga, che sudava sotto i tre strati di vestiti che aveva indosso. Correva tenendo d’occhio i principali punti da cui qualche “abitante” poteva all’improvviso comparire, poi, si addentrò nel bosco. Solo dopo aver perso di vista le luci della città tirò fuori la torcia e rallentò il passo. Cercò di dare regolarità al suo respiro affannoso, ma si sentiva come in un dipinto di Van Gogh, in un vortice di colori ed emozioni, dove il suo cuore batteva a mille e la sua gioia si univa alla trepidazione del rischio che stava correndo. Le forme degli alberi parevano allungarsi verso la sua destinazione immaginaria, deformati dal fascio di luce bianca della torcia. Emma ascoltava la vita nel bosco, come per cogliere quella libertà che di lì a poco avrebbe raggiunto anche lei. Arrivata in una radura, il suo cuore si fermò. Una casa. Non aveva mai visto una casa lì, in mezzo al bosco. Una casa di legno, che sembrava abbandonata, in rovina, ma allo stesso tempo, viva. La catapecchia emetteva rumori quasi umani, sentiva respirare. Respiri affannati, di paura, di dolore, di morte. Sentiva odore di marcio, magari era qualche animale imputridito, topi, forse. L’istinto le diceva di stare lontana da quel luogo così tetro e infelice, ma dove sarebbe andata? In città? Dove gli Epkins ormai si potevano essere svegliati e aver già chiamato i quattro poliziotti di Faribault? No. Preferiva la morte. Spense la torcia, si fece coraggio e proseguì il suo percorso come se quella casa del terrore fosse stata invisibile. Camminava velocemente, di fianco al portico qualcosa di luccicante attirò la sua attenzione, ma non si voltò, non doveva cedere alla curiosità. È a causa della curiosità che gli animali cadono nelle trappole, non doveva essere così stupida e impreparata. Sorpassò la casa, uscì dalla radura, si voltò, “impossibile”, la casa era scomparsa, svanita, come se non ci fosse mai stata. Emma, a quel punto, si chiese quale fosse il segreto di quella casa, se ci fosse un collegamento con lo strano comportamento della gente di Faribault, se non fosse solo una coincidenza che lei si trovasse lì, in quel momento. Fece per proseguire lungo il suo cammino, scacciando quello strano pensiero dalla sua mente, quando un dolore acuto alle tempie la fece cadere in ginocchio. Cercando di individuare la causa di quel dolore, si toccò la tempia: bagnato, sangue. Alzò la testa, e una forte luce la colpì, poi, il buio.

3.57 A.M — Capanna abbandonata

Mani legate, testa rasata, nuda. Era al buio, illuminata solo da una flebile fiamma proveniente dal camino nell’altra stanza. Sentiva un rumore di passi venire dal piano di sopra: non era sola. L’istinto le diceva che la prima cosa da fare era liberarsi le mani, poi trovare i suoi vestiti. Cercò di alzarsi, ma le gambe non potevano aiutarla, era paralizzata. Sicuramente era stata drogata e presto o tardi sarebbe stata capace di alzarsi e scappare da quel posto, si chiedeva però quanto ci sarebbe voluto prima di essere raggiunta dal custode di quella catapecchia. Le urla poi, erano insopportabili, non riusciva a capire da dove arrivassero, forse dal piano inferiore o forse esistevano solo nella sua testa. Si portò le mani ancora legate alle orecchie ma sì, le sentiva ancora, come sentiva tutte le ossa fredde del suo cranio sotto i polpastrelli, e il sangue secco e raggrumato sopra le tempie. Non doveva cedere alla paura, doveva restare calma e pensare strategicamente. Intorno a lei la stanza era piena di strani oggetti, sembravano tutti appartenenti a una sorta di cacciatore: cesoie, fucili, coltelli di varie dimensioni e materiali, pinze arrugginite, corde pendenti dal soffitto a forma di cappio, poi, su un massiccio tavolo di legno, enormi barattoli di vetro contenenti vecchi bulbi oculari, organi umani, pezzi di intestino e frammenti di pelle. Un conato di vomito la riportò alla realtà: basta osservare, doveva agire. Riuscì a togliersi la corda che le legava i polsi anche troppo facilmente, il suo rapitore non doveva essere preoccupato del fatto che avrebbe tentato la fuga. Si sforzò di raggiungere il tavolo dove aveva visto le cesoie e le tenne saldamente nella mano destra; avere quella sorta di arma la rassicurò, sentì di avere in pugno il suo destino e il suo biglietto d’uscita da quell’incubo. Strisciò a fatica per la stanza dei macabri oggetti da tortura cercando qualche indumento: niente. Raccolse tutto il suo coraggio per passare nella stanza del camino, lì l’ambiente sembrava più caloroso e accogliente: il tavolo vicino al camino era apparecchiato per due, c’era vino rosso, zuppa fumante e un grosso tacchino ripieno che pareva appena sfornato. Il tappeto sul pavimento era soffice e accarezzava il suo corpo nudo, il camino scaldava l’ambiente portando fiducia e speranza in quel piccolo angolo di paradiso. Emma girò e rigirò per le due stanze, cercando delle vie d’uscita: le finestre erano sprangate o murate, le porte erano chiuse con pesanti catene e lucchetti di ferro: non c’era modo di andare al piano di sopra. Un rumore assordante la fece sobbalzare, sentì il sangue ribollire nelle vene: le catene attorno alla porta erano cadute. Un cigolio assordante spezzò il silenzio che si era creato nella stanza, le urla non si sentivano più, il vento era cessato. Una donna, alta, grassa e coi capelli crespi avanzò attraverso la porta. Emma cercò rifugio dietro al camino, prese il tappeto e lo usò per coprirsi, tenne pronte le cesoie. Sentiva che la donna si stava avvicinando, ma non voleva guardarla, era immobilizzata dalla paura. La donna stava per raggiungerla, vedeva la sua ombra sulla parete farsi più grande. Qualcosa la toccò e Emma si ritrasse quando percepì il gelo di quella mano mostruosa piena di pustole e verruche. Alzò la testa per vedere il volto di quella strega, e quasi si sentì svenire quando la vide.

4.00 A.M — La stanza del camino

Era Lucille Epkins, sua “madre”. Gli occhi scavati, l’espressione vacua e la maschera di pelle inespressiva corrispondevano a quelli della madre adottiva di Emma. Quel volto infernale sopra di lei sorrideva tetramente con un ghigno sinistro e sbeffeggiatore, stava iniziando a parlare, posando le sue mani imputridite sul volto pallido di Emma, quando un impulso primordiale le fece scattare la mano che impugnava la cesoia, per sfregiare la faccia di quel mostro dalla bocca fino all’attaccatura dei capelli. Emma la scaraventò all’indietro e la infilzò altre due volte con la cesoia, poi cercò di alzarsi per correre alla porta semi-aperta, ma le gambe ancora non si erano risvegliate. Cadde a terra rumorosamente e dal pavimento delle mani raggrinzite e dalla pelle verdognola, frantumando le travi di legno, afferrarono il corpo magro e nudo della ragazza, che cercava in ogni modo di divincolarsi da quelle prese diaboliche. Servendosi ancora della cesoia iniziò a tagliare le dita scheletriche, ma le mani erano troppe e sotto al pavimento si sentiva anche il ghignare dei loro proprietari, che avevano smesso di urlare dal dolore, per pregustare il bottino di un corpo ancora giovane e succulento. Emma combatteva con tutte le sue forze, il sangue dei suoi nemici era cosparso su tutto il suo corpo, non ci vedeva più e in bocca quel sapore di ferro e marcio le impediva ormai di respirare. L’ultima cosa che vide fu il volto della madre adottiva che con un mezzo sorriso stampato in faccia prendeva un coltello dalla tavola imbandita, se lo metteva in bocca e si squarciava quella parte del viso che ancora non era sfregiata. Ora il sorriso era completo, ma falso, diabolico e terribile.

La donna aprì la bocca e si avvicinò a lei, i denti affondarono nelle orbite di Emma e le strapparono via i suoi occhi color ghiaccio. Emma sentì un dolore inimmaginabile, i suoi bulbi oculari le ricaddero sul petto, sputati da quell’essere senz’anima. Le mani che l’avvolgevano si affannarono per conquistare quel succulento bottino, le graffiarono il corpo e combatterono per accaparrarsi gli occhi di Emma, che ormai era impotente e sconfitta da quelle atrocità. Finalmente una mano fortunata riuscì a non farsi scivolare quelle sfere gelatinose e tutte le altri mani rugose e viscide si ritirarono da dove erano venute. I suoni erano osceni, Emma sperava che le asportassero anche le orecchie, non voleva più vivere; pensava ai suoi progetti, ai suoi sogni, alla sua paura del virus. Ora che aveva scoperto la verità, quella paura si era fatta più vivida e aveva capito che stava per diventare una di loro, quella tortura non era finita: si trovava in una sorta di laboratorio del dottor Frankenstein, e stava per diventare il mostro. Non l’avrebbe permesso: coperta di sangue, paralizzata e senza occhi, era comunque più forte di quell’automa, l’aveva aggirata in passato, anche ora avrebbe potuto sconfiggerla. La donna dal volto sfregiato si alzò e trascinò Emma nella stanza delle torture.

4.35 A.M. — La stanza delle torture

Emma percepiva tutto in modo differente ora che non riusciva a vedere, l’aria fredda che le colpiva le ferite era come una lama affilata che la trafiggeva in profondità e il suono dei demoni che si abbuffavano con i suoi occhi le raggelava le vene. Non aveva più le cesoie, ma non le servivano, sapeva di non poter uccidere quell’automa, sapeva di non poter scappare dalla porta aperta dell’altra stanza, sapeva di dover morire. Cadde sul pavimento ruvido della stanza e si sentì scivolare addosso una sostanza calda, anzi bollente, che le scioglieva lentamente la pelle: acido. Emma si tratteneva dal toccarsi la pelle ferita, sentiva già tutte le piaghe formarsi sul suo viso e sul collo, sentiva colare la pelle come fosse cera e pregustava l’ultimo momento che avrebbe passato in quel buco infernale. Un’altra colata di acido sulla schiena le scatenò una scarica di adrenalina che le fece riacquistare la sensibilità nelle gambe, sentì tutte e dieci le dita dei piedi che ancora si muovevano, e iniziò a dare calci nel vuoto sperando di colpire la donna, ma non colpì mai niente. Tra una colata e l’altra passava circa un minuto, in cui presumibilmente Lucille ricaricava il secchio di sostanza acida andando nell’altra stanza, Emma sapeva di aver poco tempo, ma quel minuto era tutto quello che le serviva. Disegnò nella sua mente una mappa della stanza e si ricordò di aver visto delle corde legate al soffitto: erano la sua via di fuga. Aspettò di ricevere la quarta dose di acido, poi iniziò a contare, aveva 60 secondi. Si alzò lentamente e tastando il terreno raggiunse il tavolo pieno di attrezzi da cacciatore. L’automa non si aspettava una ribellione, quindi non avrebbe controllato che Emma si trovasse ancora nell’angolo dove l’aveva lasciata. Emma cercò di raccogliere le sue ultime forze, focalizzando tutte le sue emozioni verso il suo ultimo obiettivo: raggiungere le corde. Si alzò in piedi sul tavolo e agitò le braccia in alto alla ricerca di un cappio. Afferrò qualcosa di ruvido e sorrise per la prima volta da quando era stata imprigionata, era quasi libera. Testò la resistenza della corda e poi l’avvolse attorno al collo. Mancavano ventidue secondi al ritorno della madre. Era stata torturata, fisicamente e psicologicamente, ma stava per adempiere al suo scopo, se ne sarebbe andata via da Faribault, avrebbe lasciato quel mondo infernale e tutti i suoi abitanti. Negli ultimi attimi che le restavano provò un moto di pena per tutti gli automi della città: probabilmente erano stati tutti torturati come lei, probabilmente volevano prendere anche i suoi veri genitori, che nell’intento di scappare erano stati frenati dalla sua nascita. Emma non poteva piangere, ma avrebbe voluto, presto si sarebbe ricongiunta a loro, in un altro mondo li avrebbe abbracciati, avrebbe chiesto perdono per il suo pessimo tempismo, avrebbe vissuto una vita felice lontano dai mostri senz’anima di Faribault. Mancavano cinque secondi. Emma strinse la corda attorno al collo, prese un lungo respiro e si buttò nel vuoto. La morte per soffocamento dicono sia la più dolorosa, ma sul volto sfigurato di Emma ancora si intravedeva un’espressione di serenità, che nessuno le avrebbe mai più portato via.


ET