Verde baleno

Parte II

— Vedo le libellule blu, sopra quel tappeto di orchidee gialle, sono troppe, vengono verso di me!
La Signora Rogers affascinava Ariel con le sue visioni da più di quaranta minuti, quando all’improvviso si trovò incoscente, quasi come se le libellule di cui confabulava avessero preso possesso della sua mente. Ariel non si sorprese, i black out erano tanto frequenti quanto le allucinazioni, e per lei significava solo che era arrivato il momento di rimboccare le coperte alla povera signora, spostarla dal Sole e passare a un altro paziente, che l’avrebbe intrattenuta con qualche episodio di eroiche imprese di gioventù, recuperato in qualche anfratto di quella memoria ormai da tempo deperita. 
Il giardino del Centro Amy’s Place era ben curato, con diverse aiuole fiorite che i malati meno gravi aiutavano a mantenere nelle tiepide giornate estive e che gli altri osservavano con sguardi svuotati da ogni passione. Ariel era affascinata dagli sguardi di quelle persone che si trovavano in uno stato di sospensione tra due mondi: non riuscivano ad abbandonare il nostro e, come legati da una fune, non arrivavano all’altro, dove la Pace che avrebbero conquistato si leggeva già nelle loro espressioni neutre e sognanti.

Un suono improvviso e aspro risuonò nella sua testa, “quella dannata tromba”, annunciava il pranzo e la fine del suo turno, ma provocava un tumulto tra gli anziani, che venivano risvegliati per un attimo dallo stato incantato in cui si trovavano. Istantaneamente tutto diventava grigio, pieno di angoscia, e i volontari dovevano rimboccarsi le maniche per riportare la calma in quelle creature trasognate. 
Quel giorno la Signora Rogers non si svegliò al suono della tromba, ma rimase a fissare le orchidee gialle, circondate da mille api che la sua fantasia scambiava per giganti libellule blu, con gli occhi ormai trasparenti spalancati e rivolti a un’altra realtà, le labbra sottili serrate, le mani raggrinzite aggrappate ai manici della panchina in ferro battuto. Ariel si chiedeva dove fosse la sua anima in quel momento, se avesse lasciato per sempre il corpo, se fosse diventata un Tutto con quel magnifico giardino, poi vide una libellula blu, e capì. Amanda Rogers non c’era più, e aveva finalmente trovato la sua Pace.

Danny l’aspettava al secondo semaforo sulla sinistra, dove si fermava sempre il camioncino dei bagels. Ariel lo osservava da lontano, chiedendosi cosa avesse fatto senza di lui, come avesse fatto la signora Rogers senza il signor Rogers, come due metà potessero sopravvivere separate.
 — Amanda non c’è più. — disse sentendo la sua stessa voce tremare, — ce l’ha fatta Danny, ora non soffre più..
Cercò di vedere il lato positivo, come ogni volta che uno dei suoi pazienti la lasciava, ma la Signora Rogers non era un numero per lei, era quasi come una vecchia zia che le raccontava aneddoti e storielle da cui c’era sempre qualcosa da imparare, da mettere in pratica. Ariel aveva visto l’Altra Parte negli occhi di Amanda, e aveva cercato di esplorarla facendosi dire di più sulle sue visioni, voleva sempre descrizioni concrete: colori, numeri, oggetti. Danny la guardò con compassione, per poi baciarle la fronte delicatamente, meglio di mille e inutili parole.

Il lago era calmo, l’acqua fresca e il cielo velato da nuvole allungate che rincorrevano il Sole. Si sentivano le cicale nei campi, dalla parte opposta a dove Danny e Ariel passavano i pomeriggi a fare progetti, parlare, giocare, a fare l’amore, su una striscia di sabbia e sassi levigati dal lavoro dell’acqua, che era diventata come una seconda casa per loro. Dietro a un piccolo scoglio avevano nascosto una scatola di latta arrugginita, dentro c’era una vecchia istantanea, della notte in cui si erano visti per la prima volta, una massiccia chiave di bronzo e delle lettere sigillate, che si erano giurati che non avrebbero letto prima della morte di uno dei due: una sorta di capsula del tempo, una cosa da Strambi. 
Si spogliarono completamente: nessuno conosceva quel posto, nessuno li aveva mai disturbati. Ariel tenne solo la sua collana con il ciondolo di cristallo, quello che suo nonno aveva intagliato per lei a forma di cuore, non la toglieva mai. Danny invece si immerse tenendo solo il suo braccialetto di cuoio, un’opera creativa di Ariel. Restarono, galleggiando a pancia in su in silenzio, per quasi un’ora, poi il buio.

La Cosa era tornata, questa volta Ariel sentì il tocco in modo distinto, ma non bruciò più come la volta precedente, la trascinò sotto, ma con sé portò anche Danny, che fece in tempo a prenderle la mano prima di vederla scomparire totalmente. Gli occhi erano spalancati, ma vedevano il fondo del lago completamente sfocato, buio, con qualche raggio bianco che raggiungeva gli abissi dalla superficie. Schiacciati da quella montagna d’acqua, la pressione nelle orecchie li rese sordi, non riuscivano a tornare su, ma, con estrema sorpresa, riuscivano a respirare senza sforzo. La mano di Danny era ancora stretta a quella di Ariel, cercava di comunicare con una sorta di Morse, ma il panico si era conquistato di lui e le frasi diventavano un groviglio a stento comprensibile. 
“Dov’é” riuscì a comporre. Lei aprì la bocca, per formare una grande “O”: non lo sapeva. Ariel si girava, tentando di nuotare in su, ma qualcosa, come una barriera invisibile, li ancorava al fondo del lago. 
Un accecante fascio verde, proveniente da un crepaccio nelle rocce a qualche metro di distanza, li investì di luce e un tiepido calore li travolse e li trasportò fino alla fonte di quel bagliore mistico. 
Era un’arco, una porta, una V rovesciata: l’ingresso all’Altra Parte.


To Be Continued

ET


(Leggi qui la Prima Parte di “Verde Baleno”)