Il mio Expo raccontato male (parte 2)

Cari lettori, se siete qui avrete sicuramente voglia di leggere qualcosa sul cibo o sui migliori padiglioni di Expo.

E invece niente. Perché dopo l’Angola, l’ultimo padiglione di cui vi ho parlato, ho deciso di visitare il vicino stand del Sudan, attratto dalla poca fila e incuriosito da cosa potesse offrire.

Il padiglione del Sudan è una grossa bancarella etnica, simile a quelle che si possono trovare in ogni festa paesana, dai mercatini di Natale alla sagra della porchetta, dove immancabilmente trovi dei cd con le canzoni di Enya eseguite con i flauti locali.

Inevitabile ovviamente la sedia a forma di mano, che sembra comodissima ma mi ha sempre comunicato un forte imbarazzo. Chissà perché.

Sicuramente molto più interessante il padiglione del Nepal, situato in un’enorme pagoda, uguale a quella del Mercante in fiera, maestosa quanto basta per far venire una voglia pazzesca di entrarci dentro.

L’atmosfera di questo padiglione diventa ancora più suggestiva tramite dei rilassanti motivetti etnici. Ho provato a rintracciarli con Shazam, ma purtroppo non me li ha trovati. Peccato.

Dietro di me un distinto signore in giacchino nautico North Sails legge un libro di Papa Francesco. Cosa non si farebbe per ingannare il tempo durante le file.

Al centro della pagoda troneggia una statua di Buddha in meditazione infinita. Ha una dolcissima sciarpina al collo per proteggersi dal freddo, messa da chissà chi. Il Buddha deve proteggersi anche dal lancio di monetine che dovrebbero portare fortuna, un po’ come nella fontana di Trevi.

La sala pranzo, con sdraio e poggia piedi, ti suggerisce che prima di affrontare qualche ora di fila non sarebbe male rilassarsi un po’.

Il padiglione del Vietnam è stata forse la sorpresa più piacevole di questo Expo. I tipici cappelli vietnamiti vanno a ruba e fanno dimenticare i cordoli delle scale, mezzi rotti.

Alle ore 15 viene messo in scena sul palco centrale uno spettacolo con musica e balli locali. Una ragazza vietnamita parla in inglese senza mai smettere di sorridere o cambiare espressione. In lei vedo un fortissimo senso di abnegazione e di rispetto per il proprio lavoro. A vederli mi sembra quasi di comprendere finalmente come abbiano fatto a vincere una guerra contro gli Stati Uniti. La traduttrice italiana è molto scialba e molto “scialla”, ma forse è soltanto il contrasto con la vietnamita a farmela vedere in questo modo. Alcuni ragazzotti italiani fanno versi e urlano apprezzamenti volgari dal piano superiore. Tra qualche ora ci sghignazzeranno su in qualche serata mediocre.

Quando comincia il concerto, anche questi simpatici ragazzotti sono costretti ad ascoltare, senza trovare qualcosa per cui deridere la profonda dignità vietnamita.

Quelli sul palco sono tutti polistrumentisti, escluso il bassista che sembra un musicista consumato à la Paul McCartney. Altro che PiD, Paul is Dead: l’ex Beatles è semplicemente diventato vietnamita! Anche se, con questi occhi a mandorla, non sarebbe strano se rispondesse “Ma sono giapponese!”

Mi pento di non aver registrato nulla, ma in questo video riassuntivo che ho trovato sul Web potete farvi un’idea. Aggiungo soltanto qualche considerazione mia:

  1. L’assolo dello strumento a una corda è stato una roba che neanche i Dire Straits in Sultans of Swing
  2. La ballerina-sbandieratrice-performer si è cambiata più volte di Lady Gaga in un qualsiasi suo concerto.

A fine spettacolo i musicisti vietnamiti chiedevano 6€ per scattare una foto insieme a loro, cosa che ha creato una fuga generale, con spinte all’uscita e sguardi terrorizzati. C’è crisi, e questo lo dimostra anche la ragazza che gira per Expo sbevazzando un enorme succo di frutta Bravo.

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