Cosa rimane del derby di Coppa

Scanzi li chiamerebbe i Ten Talking Points. Io, che sono un filo meno narcisista, mi accontento di raccontarvi quelle dieci cose che ho capito dai due derby di Coppa Italia.

1 Belli e sfrontati

Lo avevo detto qualche tempo fa: i derby li affronta meglio la Roma. Più tranquilla, persino allegra, sicuramente esaltata. La Lazio storicamente ha il braccino, l’ansia da prestazione, le gambe più tremanti. Il derby di campionato aveva confermato il trend, no? Poi, in Coppa Italia, succede quello che non ti aspetti: una Lazio arcigna, cattiva, che fa la partita perfetta proprio perché la gioca con una tranquillità atarassica. Al ritorno, poi, si arriva all’assurdo, con una Lazio arrogante che si permette persino di mangiarsi qualche gol per troppa presunzione. Una cosa che mi avrebbe fatto infuriare in qualsiasi altra occasione. Ma al derby no, si gode e basta.

2 Isteria giallorossa

Dall’altra parte, invece, una Roma ancora più umorale del solito. Il gioco latita, fiaccato da una condizione psicofisica deficitaria. Una squadra malinconica, lunatica, dove Dzeko sembra tornato quello dell’anno scorso e Nainggolan un giocatore da Cagliari.

3 Vatti a fidare

Ecco, visto che si parla di Nainggolan: Odio la Juve perché hanno sempre vinto con un rigore o una punizione… Sono venuto alla Roma — dice Nainggolan in un video che è diventato virale — perché voglio batterli dato che hanno sempre vinto con aiuti. Quest’anno vinciamo la Coppa Italia, te lo dico io, ti fidi? Vinciamo tutte e due le partite con la Lazio in semifinale. E poi a me non me ne frega un c***o di diventare come Totti.

Vedi, la troppa fiducia gioca brutti scherzi. E dire che i romanisti dovrebbero saperlo.

4 Spalletti tristo e solitario

Certo, non sono gli allenatori ad andare in campo: l’eliminazione di Roma da Europa League e Coppa Italia è anche figlia dei capricci di Spalletti, che ha perso il polso della squadra per una guerra giusta ma inutile contro la stampa romana. Un ambiente infame, quello romano, che tra radio minacciose e giornalisti troppo protagonisti ha tarpato le ali ad entrambe le squadre della capitale. Discorsi giustissimi, certo, ma come direbbe il prof Oak C’è tempo e luogo per ogni cosa, ma non ora. Mourinho era un mago a distrarre la stampa per proteggere la squadra, Spalletti sembra accampare scuse per l’ennesima stagione a zero tituli e per il suo probabile addio alla Roma. Va a finire che si stava meglio in Russia.

5 Ciro! CIRO!

Sono pazzo di Ciro Immobile. Che fosse un talento si sapeva già, come si conosceva il bisogno disperato di recuperarlo mentalmente. Troppo italiano, troppo partenopeo per ambientarsi in un posto come Dortmund. La Lazio ha fatto un affare ad affidargli le chiavi della squadra. Immobile è già un leader, un trascinatore. Gioca ogni partita a mille all’ora, non si nasconde davanti alle telecamere e segna con una costanza incredibile. Un patrimonio per la Lazio e per la nazionale, un incubo per i giallorossi. Soprattutto per Manolas.

6 La serataccia di Manolas

Uomo mercato, difensore moderno, baluardo giallorosso. Sarà. Ma Manolas è colpevole in entrambi i gol biancocelesti. Sul primo si addormenta su Immobile lasciandolo tirare praticamente indisturbato. Nel secondo tempo si dimentica completamente del bomber biancoceleste, forse sospettandolo in fuorigioco, e lo lascia galoppare verso Alisson. Che dire, aridatece Traianos Dellas.

7 Milinkovic-Savic

Godiamoci Sergej Milinkovic-Savic finché rimane in Italia. Centrocampista totale, carismatico, abile palla a terra e nel gioco aereo. Sembra un giocatore di Premier League, ovviamente da alta classifica. Il buon Stefano Bizzotto ha ricordato in telecronaca che la nazionale serba non l’ha ancora convocato. Contenti loro…

8 La rivincita di Inzaghino

Come si passa da allenare la Salernitana (la SALERNITANA!) a diventare l’eroe della Lazio? Che poi, fosse la prima volta. Inzaghino, malgrado la concorrenza di gente come Salas, Boksic e tanti altri, è stato uno degli attaccanti che ha reso grande la Lazio a cavallo del millennio. Tornato da allenatore, ha reso la Lazio arrembante e aggressiva, plasmandola a sua immagine. La doppia sfida, specialmente nella partita d’andata, è stata un suo capolavoro tattico. Altro che El Loco: c’è un popolo intero ad essere pazzo di lui.

9 Il peggiore addio

Perché fare entrare Totti a partita finita, archiviata? Che senso ha? Una doppia umiliazione, quella di chi è costretto a fare da comparsa e a farlo nel momento peggiore, tra gli applausi e le urla dei nemici di sempre. Che tristezza, davvero.

10 C’è di peggio.

Un invito ai tifosi giallorossi: vi prego, non facciamone una tragedia. Ne avete passate di peggio, ce la farete anche stavolta. Forse.

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