Sognando Wallace

Wallace. No, non parlavo di David Foster.

Il derby è quella cosa che è più importante di tutto il resto. Del campionato, che tanto lo vincono le strisciate. Della coppa, che ormai non la fanno neanche più sui Rai 3. Della Champions che non si vince mai, dell’Europa League che non ce la giochiamo mai.

Il derby è quella cosa dove l’importante non è vincere. Ma non perdere. Magari che perda l’altro, ecco.

Prendi il derby capitolino. Roma-Lazio. Il tacco di Mancini, l’esultanza di Behrami, Delio Rossi che si fa la doccia nella fontana, la doppietta di Totti, la coppa in faccia, Castroman, Klose al 92’, Lulic al 71’, il 5–1, Di Canio che esulta sotto la Nord. Sono momenti, istantanee che a Roma ricordano tutti. Che ci tormentano, ci spiegano, ci raccontano più dei tanti secondi posti, delle occasioni passate, degli orizzonti perduti che non ritornano mai.

Io sono della Lazio. Sono diventato tifoso troppo tardi, mi sono goduto a malapena l’apoteosi con Cragnotti. La finale di Coppa delle Coppe l’ho vista in diretta, ma è stato un caso. Ho festeggiato lo scudetto sentendo qualche partita alla radio. Tutto il calcio minuto per minuto, la mia radiolina gialla come talismano. Ho cominciato a starci male, a diventare laziale vero con la banda Mancini, con una Lazio bella e sfortunata. Come ogni decadenza.

Con Lotito mi sono goduto qualche trofeo, uno contro l’Inter del triplete e uno contro la Roma. Contro di loro. Ho pianto due volte, ma sempre di gioia amara. Vittorie che erano belle perché erano belle nonostante tutto. Nonostante Lotito che non investe quando dovrebbe, nonostante la sfiga, nonostante il dislivello con altre realtà.

Come quel 2–0 al Milan, dopo un mercato invernale ridicolo. Erano gli anni di Reja, del Marchetti paratutto e del mercato inesistente, del contropiede e della difesa di ferro. Ero in un pub, a Bologna, lontano da Roma che non perdona mai niente, che avvelena le sue squadre e gli tarpa le ali. Qualcuno dice che è troppo amore.

(Oh, scusate, ste fette di limone oggi sono così).

Ma dicevamo dei derby. I derby non seguono la logica dell’alternanza. Un anno ne vince la Lazio 4 di fila. In una sola stagione, roba da pazzi. In uno segna pure Gottardi. Guerino Gottardi. Poi, dopo alterne vicenze, ne vince 5 di fila la Roma, poi 4 di fila noi. Adesso stanno vincendo sempre loro.

Quello che mi ha sempre colpito, che mi ha sempre disturbato è che noi, a un certo punto, se cagamo sotto. Sempre. Anche quando vinciamo, quando partiamo favoriti.

È una cosa che sembra inspiegabile. Ci viene il braccino, o il gambino se preferite. Stai lì a vedere la partita e quella specie di groppo in gola, di schemi saltati, di gente che si nasconde te la senti dentro.

Che poi, in campionato, è l’esatto contrario. La Lazio è da anni la squadra con giocatori magari più scarsi, meno esperti, ma arcigna, cazzuta, o al contrario felicemente spensierata ed entusiasta. Quelli umorali, quelli che si perdono e poi perdono sono sempre stati loro. Loro. Sempre, tranne al derby.

Al derby si esaltano, si gasano. Poi ci rosicano di più, quando perdono.

Ma perché, poi? Io me la spiego così, magari sbaglio. Noi laziali siamo meno, specialmente a Roma. E siamo snob, pretendiamo sempre. E’ più facile allontanarci che farci innamorare. Siamo rancorosi, ce la leghiamo al dito. I romanisti sono altra cosa, due vittorie e pensano già di essere da scudetto. Fanno i caroselli, suonano il clacson, si prenotano già il Circo Massimo, che magari. Noi no, specialmente dopo la sbornia di Cragnotti. Come se Icaro si fosse rialzato, si fosse scrollato un po’ di dosso quel poco di ali rimaste e avesse cominciato a camminare. A testa alta, sì. Ma il volo, ecco, il volo è una cosa che non si può spiegare. Che stai lì a rimuginare, che guardi in cielo e non ti vedi più. Ci dobbiamo, ci dovremmo fare l’abitudine, e questo ci impaurisce.

Che poi eravamo là. Roma e Lazio a contendersi il secondo posto, a pretendere di essere definiti l’anti-Juve da qualche trasmissione della domenica. Una Lazio bella, gagliarda, che viene da otto risultati utili consecutivi, che mette in difficoltà un po’ tutti. Che ha due schegge impazzite come Immobile e Keita.

Cominciamo bene, Immobile vuole spaccare il mondo e calcia solo di potenza. Venti minuti belli, promettenti. Poi, piano piano, l’inspiegabile. Ogni disimpegno dura tre minuti, e fa venire un brivido. Gli stop non vengono, i passaggi quasi. Gli occhi acquosi, le labbra simili a quando nei film ti hanno appena sparato e tu non capisci come, dove e perché.

Il solito derby, che possiamo vincere, perdere o pareggiare. Ci siamo abituati, no?

Poi arriva lui. Wallace. Ventidue anni, gli ultimi due passati al Monaco. Giovane di belle speranze e un sicuro avvenire, accelerato dall’infortunio della nostra colonna, De Vrij, tanto forte quanto delicato. Non sbaglia una partita, comincia a scalare le gerarchie e l’affetto dei laziali. Lo chiamano Uallas, Uollas, Vallas.

C’è Wallace con la palla, poco davanti la nostra area. Ha davanti Strootman, che sta venendo dritto a pressarlo. Di gran carriera, direbbe qualcuno. Lo scopo, che è il leitmotiv di questo inizio di secondo tempo, è quello di far buttare la palla in fallo laterale. Perché la Lazio ha paura, e la lupa annusa sempre questo odore.

Ma Wallace no. Non ha paura. Timore, pressione, ansia. Niente. La faccia è quella di chi è contento della vita. In un telefilm, sono sicuro, sarebbe quello che salva il mondo solo per poter dire scusate, mi stavate aspettando?

Wallace. Potrebbe spazzare, buttarla, passarla al portiere.

Wallace punta Strootman e cerca di dribbarlo con un colpo di tacco. Lui, grosso centrale di difesa, brasiliano per modo di dire. Al derby. Sullo 0–0. Dopo una vita che non vinciamo. Con addosso gli occhi della capitale.

Cioè, non so se mi sto spiegando. Pensate a Beep Beep, che passa davanti a Willy il Coyote, il suo caro nemico, quello che se lo vuole mangiare da anni e se lo divorerebbe vivo, pure il becco e le ossa. Beep Beep va lì e lo prende per il culo, si ferma dietro, non scappa. Anzi, se la gode. Altro che scatola ACME.

Wallace. Un colpo di tacco che neanche al calcetto del mercoledì sera. Palla persa, un’autostrada davanti a Strootman. Gol. La Lazio si sgretola, partita finita.

Wallace. Ci sono giocatori che hanno fatto carriera sul derby, giocatori che se la sono distrutta. Almeno a Roma. Un dribbling lì, inutile come la bellezza, come il senso e il non senso, come un artista minore, una frase detta male che rimbalza nella rete, un sogno finito presto che non ricordi più.

Scusa Wallace. Per quante te ne ho dette, per quante te ne diranno. Per le inevitabili prese in giro di Scanzi e del ghostwriter di Nina Moric. Icaro è caduto da tempo, non te l’aveva detto nessuno. E tu a terra proprio non ci volevi stare.

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