Una lingua viva — ricordo di Fabrizio Frasnedi

Oggi si parlava del metodo 70/20/10. È una formula ideata vent’anni fa da Morgan McCall e riguarda il mondo in cui impariamo. Tecnicamente, il 70% della formazione dipende dall’esperienza diretta, il 20% attraverso l’insegnamento e il 10% tramite letture specifiche.

Non so quanto questo sia vero, una formula così netta puzza di provocazione, di sfida. Una sfida lanciata al mondo dell’università, ad esempio. Scarse gratificazioni per gli insegnanti migliori, poco spazio per la ricerca, aule ridotte a pollaio, professori annoiati: sempre più spesso le lezioni si riducono a un professore che salmodia la sua lezione a dei ragazzi che fingono di prendere appunti al portatile. Adesso, poi, ci hanno dato la possibilità di andare su Whatsapp direttamente dal proprio computer, non c’è neanche bisogno di nascondere il telefonino dietro l’astuccio.

Poi ci sono i prof come Fabrizio Frasnedi, l’indimenticato e indimenticabile f. f., come si firmava in quelle mail ultrasintetiche, chirurgiche, di quelle che sembrano scritte da una persona taciturna, fredda.

Poi te lo ritrovavi a lezione, in via Zamboni 34, a bestemmiare contro il computer che non andava mai e le stupidaggini che era costretto a sentire in giro.

Come quella volta che se la prese con le Ferrovie dello Stato, per quell’assurdo Presentare il titolo di viaggio vidimato al personale di controlleria, figlio di un modo di intendere la lingua libresco, artificiale, del tutto distaccato dalla realtà.

Sì, perché Frasnedi aveva un rapporto viscerale con la lingua. Era shockante, specialmente per chi veniva da un’impostazione rigida che calava dall’alto congiuntivi, subordinate fatte in un certo modo e la difficoltà di una sintassi complicatissima. L’italiano, la lingua codificata che parliamo tutt’oggi, ha una storia infinitamente più breve rispetto ad altre lingue, non ha ancora goduto quel processo di semplificazione che vediamo in molti altri idiomi.

E Frasnedi faceva vedere quella plasticità, quel cambiamento costante che bollavamo come scorrettezza, errore grossolano.

Faccio un esempio, giusto per capirci. Una frase come “Il ragazzo che gli hai dato la penna”, nella sua evidente inesattezza, dimostra un cambiamento insito nel nostro linguaggio: il passaggio da connettori diversi per ogni tipo di subordinata a un che polivalente che razionalizzi la nostra sintassi. Si può, si deve essere critici, preferire una lingua stilisticamente migliore. Ma senza avere il paraocchi, la clausura nella regola.

Frasnedi non ci faceva soltanto capire la lingua. Come funziona, quali sono le leggi che la fanno funzionare e che tanti, troppi manuali non dicono. Frasnedi ci faceva discutere di sintassi e proposizioni, si divertiva a vedere le facce della fazione dei puristi, era aperto all’ascolto e alle proposte di lavoro. Si aiutava proponendo i testi più disparati, dalla Bibbia al suo amato Tondelli. Il Tondelli migliore, quello di Altri libertini, che nell’analisi di Frasnedi mi donava il più grande insegnamento per un ragazzo che vuole scrivere, in qualsiasi forma: il ritmo. Il ritmo che è contenuto, significato, chiave di lettura.

E quegli esami, con la sigaretta sempre accesa e nessuna voglia di interrogare, di attenersi a un copione. Si discuteva, anche animatamente, e si usciva con la sensazione di aver capito qualcosa. Di averla capita insieme.

Ah, adesso il messaggio è cambiato. Quello delle Ferrovie, intendo.

È diventato “Si prega di presentare il biglietto su richiesta del personale di bordo”. Grazie anche per questo.

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