Aprite Quella Porta.

Era uscito, era all’esterno, aveva bevuto, non troppo, non abbastanza, ma quanto sarebbe bastato per perdere il filo del discorso dopo 30 secondi, bastato a far capire la sua insofferenza in determinate situazioni, per quello aveva deciso di rifugiarsi in appartamento, tornare in quel buco adatto per 3 persone, giusto per 4 e stretto per 5. Ed ecco l’ennesima notte, l’ennesimo minuto passato a controllare quelle cazzo di notifiche social, a guardare un eventuale Snapchat, a spulciare Instagram, per chissà quale motivo, senza sentire il bisogno di riposare. Tra quelle 4 mura che puzzavano di ricordi, non c’era mm quadrato che non gli ricordasse qualcosa, che non gli ricordasse qualcuno. Forse cercava di riempire quel vuoto con quella routine o almeno ci sperava, una sigaretta, un tentativo di connessione al wi-fi, la ricerca del segnale 3g, l’ennesimo rinnovo tariffa, un’altra sigaretta. Viveva in attesa di qualcosa che non sarebbe arrivato mai. E lui manco sapeva cosa stava aspettando, non lo avrebbe mai saputo, ma era in quello stato perenne di attesa. La sua mente spaziava tra lo smettere di fumare mentre fissava il posacenere, al “me ne accendo una” subito dopo il caffè, e ne beveva parecchio di caffè.

Era sempre più convinto che quell’appartamento puzzasse di ricordi, puzzava come un cadavere in decomposizione e lui lo osservava con lo stesso sguardo, schifato. I ricordi avevano il sapore di un liquore alla liquirizia, dolci inizialmente, ma con il colpo amaro alla fine, come piaceva a lui, come gli era sempre piaciuto, quel bel equilibrio di dolce con l’amaro finale a lasciare pulita la bocca, a lasciarla vuota.

Ormai ne aveva le palle piene, aveva deciso di uscirsene, di andarsene, di levarsi dai piedi, aveva rinunciato a ricordare, ma nonostante tutto, nonostante avesse deciso di non sentire più nulla, sentiva che stava guarendo ancora.

Allora prese l’unica decisione che era in grado di prendere in queste situazioni: scappare.

Si rivestì e uscì da quello spazio piccolo e carico di troppe cose, prese in mano la maniglia, la abbassò e uscì, solo per trovarsi nel corridoio, di fronte alla stessa porta che aveva chiuso.

Convinto rientrò di nuovo nella casa che aveva appena lasciato alle spalle, solo per vedere se stesso fare l’amore sul divano con una ragazza, vedersi allo specchio, riviverlo. Si girò e uscì, solo per ritrovarsi di nuovo quella porta e quel numero inciso sul legno, solo per riaprirla.

Entrò e rivide se stesso mentre cucinava, mentre ballava, mentre sorrideva con un’altra ragazza, mentre lo faceva, e ricordò quella sensazione, quella tranquillità, per quel mezzo secondo, prima che il macigno del ricordo lo colpisse, prima che il peso del passato bussasse per far sentire la sua presenza, uscì di nuovo. Solo per rientrare di nuovo, solo per rivedersi in doccia con un’altra ragazza, mentre giocavano, mentre dimostravano 4 anni, mentre si divertivano.

Non poteva reggere altro. Si spostò in salotto e si sedette sul divano, la testa tra le mani, mentre sentiva le risate provenire dal bagno. In quella posizione sentì se stesso ridere di polmoni, a quel punto prese e uscì. Solo per ritrovarsi quella maledetta porta una volta ancora.

Quando rientrò però vide se stesso sul divano con lo sguardo basso, preso dalla musica, con la testa a tempo, concentrato, nessuna emozione traspariva, lo osservò alzarsi e accendersi una sigaretta, lo vide spostarsi verso il terrazzo, dove lo vide perdere lo sguardo nel vuoto. Malinconia disse tra sé. E se ne uscì. Quando rientrò si vide ai fornelli, intento a cucinare, era concentrato sulla padella, non ballava più, la gamba andava a tempo con la musica che ascoltava, sorrideva, mentre un paio di ragazze si divertivano a pochi metri di distanza, lui guardava la padella come se da lei dipendesse la sua vita, intravide un suo sguardo fugace verso le donne, che gli allargò un sorriso sul volto. Aveva visto abbastanza.

Decise di uscire nuovamente, ritrovandosi nuovamente di fronte alla porta, entrò e si vide. Si vide ballare. Si vide sorridere. Vide se stesso spensierato, ma il sorriso era completamente diverso, era un sorriso consapevole, era un sorriso che era carico di tempo passato, era un sorriso che era costato qualcosa, era un sorriso che aveva avuto un prezzo. Ma era un bel sorriso.

Uscì nuovamente, ma stavolta ricordò un particolare importante: quando si esce da casa, la porta viene chiusa a chiave, frugò nelle tasche dei pantaloni per trovarla, la estrasse, la infilò nella serratura e diede due bei giri di mandata. Si fece ruotare le chiavi nel palmo della mano, sorrise e se ne andò a passo sicuro. Sorrideva quando ogni tacca sul muro, ogni imperfezione gli ricordava qualcosa di diverso.

E cazzo se sorrideva.