Obbligati a vincere

La storia della scherma italiana e del suo rapporto con le Olimpiadi potrebbe essere interamente riassunta nel numero di medaglie vinte dagli schermidori azzurri ai Giochi moderni, da Atene 1896 fino a Londra 2012: 121. Di cui: 48 d’oro, 40 d’argento e 33 di bronzo. Se ancora non bastasse questo impressionante dato per far capire l’importanza della scherma nel panorama sportivo italiano, citerò un altro numero: atletica e ciclismo, i due sport che seguono la scherma per numero di medaglie vinte, arrivano insieme a quota 118. Calcio, pallavolo, pallacanestro e tennis, ovvero gli sport più praticati in Italia, portano in dote 18 metalli complessivi.

Il podio del Fioretto F. di Londra 2012

Di fronte a dati come questi se ne potrebbe dedurre che in Italia i bambini crescono con la sciabola in mano e con il mito di Aldo Montano. Difficile. Secondo le stime del CONI, la scherma non è neanche tra i primi 25 sport più praticati, superata da federazioni come il badminton o il bridge (dati Coni 2014); la stessa federazione italiana scherma conta un terzo degli iscritti rispetto alla sua omologa francese. Per quanto ci si stia sforzando, le vittorie e le imprese che la scherma italiana fornisce quasi ad ogni appuntamento non rimangono scolpite nella memoria collettiva delle persone, anche perché i media più importanti trattano la scherma come sport maggiore solo in relazione alle Olimpiadi, cioè una volta ogni quattro anni.

Mi è capitato di dover spiegare che Aldo Montano, dopo l’oro olimpico di Atene, non è stato tutto televisione e reality. Ma che è stato campione del mondo 2011 e che continua ad essere al vertice del ranking mondiale di sciabola a 37 anni, alla vigilia della sua quarta Olimpiade. Ho dovuto precisare, a chi le paragonava, che sì, Federica Pellegrini è una splendida atleta, campionessa come ne nascono poche, ma che Valentina Vezzali fa parte di un altro pianeta (a proposito, la prima Olimpiade senza di lei sarà quanto meno strana). Non ha eguali, nessun paragone. Mi piacerebbe leggere o sentir raccontare della stagione spaziale di Arianna Errigo, regina del fioretto femminile; del fioretto maschile che dopo anni di dominio sta provando a rinnovarsi.

Le Olimpiadi sono l’appuntamento che tutti aspettano: politici, dirigenti, atleti, tecnici, giornalisti. Ma sono anche la conclusione di un percorso, che dura almeno quattro anni, cioè subito dopo la fine dell’Olimpiade precedente. E in quei lunghi quattro anni che succede a quegli schermitori dei quali tutta Italia va orgogliosa quando si mettono al collo medaglie a cinque cerchi? Come si allenano? Che stagioni affrontano? Quante gare di coppa del mondo vincono o non vincono? Che infortuni devono superare? Tutte domande alle quali solo gli appassionati di scherma potrebbero rispondere.

Ed è un peccato, perché la scherma è un patrimonio nazionale e non solo di chi la ama. Perché la scherma in Italia esiste e vince anche nei tre anni che precedono e seguono un Olimpiade. Anche se poi si fa affidamento sugli spadaccini per rimpinguare il medagliere: insomma, obbligati a vincere.

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