Essere un Buddha

Mio nonno era un tipo molto affezionato agli animali. Non ne ha mai macellato uno in vita sua. E a chi gli chiedeva che cosa se ne facesse di tutte quelle galline e perché le continuava a tenere anche se non facevano più uova o erano storpie e cacavano tutto intorno, lui rispondeva che non gliene fregava e che non aveva mai visto una gallina morire di vecchiaia. E questo era tutto. ‘ncazzoso era mio nonno e a chi gli andava a chiedere di vendere il maiale, gli diceva che lui nel recinto non vedeva nessun maiale e che gli unici suini erano fuori dal recinto. Volavano mazzate, manco a dirlo. Tante volte i carabinieri lo prendevano, ma poi lo lasciavano subito perché in paese si risolveva tutto in fretta, senza crederci troppo alla legge. Poi mio nonno, si era guadagnato la fama di spostato e quindi tutto gli era concesso. Ma andiamo per ordine. La patente di deficiente gli fu data al bar da Don Peppe Malaforte, ex sindaco, prima barbiere e ora nullafacente — chè il suo lignaggio politico non gli consentiva più di untersi le mani nei capelli e nelle barbe irsute e dure dei paesani. Come ogni anno in paese in tarda primavera arrivava il circo con bestie di tutti i tipi: scimmie, giraffe, leoni, tigri. Un anno c’era stato pure un ippopotamo cieco. E poi i cavalli, una mandria di cavalli. Ma cosa ancora più bella è che ci stavano le cavallerizze, che saltavano in groppa ai pezzati e insieme a loro tutto il ben di Dio che c’avevano in corpo s’agitava davanti agli occhi di quei pezzenti dei paesani. Un folto gruppo di uomini, vecchi e ragazzini sempre più disperati da quando la prostituta di paese s’era ammalata e nessuna provvidenziale sostituta era mai arrivata in quella landa desolata dove l’autostrada della libertà sessuale era un racconto fantastico e si era costretti in viuzze torbide, lente e disperanti. Fatto sta che a mio nonno piaceva di più stare fuori, andare a trovare gli animali circensi nei loro “camerini”, fargli la corte, parlargli sperando in un qualche cenno di approvazione. Abituato ai soliti delle nostre latitudini, restava impalato ore davanti alle gabbie. Don Peppe, scapolo, come ogni anno tutto impomatato provava a fare la corte alle belle cavallerizze, alle acrobati e in fin dei conti, a tutte le donne che gli passavano sott’occhi e non avevano l’odore del paese. E così si aggirava furtivo tra le roulotte disseminando bigliettini e omaggi e inseguendo le ragazze che lo prendevano in giro fingendo di essere colpite dal suo glorioso passato politico che gli faceva dire: “Qui il paese lo comando tutto io. Faccio tac e sono tutti ai miei piedi”. In uno di questi suoi peregrinaggi, passa vicino alle gabbie e chi ci vede se non mio nonno che farfugliava davanti alla gabbia degli scimpanzé? Il Peppe, s’acquatta e s’avvicina tanto da poter sentire che cosa diceva il nonno, con quel suo fare sussultante: “…amore mio perdonami, avrei voluto essere migliore ma non ho mai saputo come dirti che ti amavo. Se tu mi dessi ancora un’altra possibilità… “. Questo doveva sentire Peppe. Mio nonno che si inginocchiava e poi posava la testa per terra e piangeva. Questo doveva vedere Peppe, che corse via per la paura, paura di questo tizio che dedicava poesie e confessava il suo amore alle bestie, le vere bestie. E mentre correva si diceva: “Ché uno può volere bene al mulo che lo aiuta tutti i giorni a faticare. Dirò che può affezionarsi anche al suo cane. Ma qui siamo fuori di senno, le bestie del circo, dall’Africa e amore addirittura e senza averle viste prima. Impensabile”. Fatto sta che mentre mio nonno predicava steso a terra sempre più affannato, Peppe da par suo correva a perdifiato a raccontare tutto al bar del paese. Il giorno dopo bastò una parola al nonno per capire che qualcuno aveva parlato: “Oh, Tarzan bevi un bicchiere!”. Niente disse il nonno, ma girò i tacchi e andò diritto a casa. Prese il fucile. Tornò in piazza e sparò a quelli del bar. Fortuna volle che qualcuno lo vide e al bar non c’era nessuno, ma dovette ripagare comunque tutta la vetrina e consegnare la doppietta e tutti gli attrezzi pericolosi. Passò qualche tempo. E ormai il nonno solo lo avevano lasciato. Solo il postino lo andava a trovare e a tutti i bambini era vietato avvicinarsi. Mio nonno era sempre più indispettito dal comportamento dei suoi paesani. Certo aveva i suoi animali, le galline vecchie e le pecore mai tosate, ma gli dava fastidio che i pezzenti del paese non avessero neanche provato a capire perché lui quella notte al chiaro di luna pregasse e implorasse le scimmie come se fossero parole dedicate alla propria amata. Così passò poco che ancora più incazzato del solito un giorno attraversò tutto il paese portando dietro di sé una scatola di confetti. Passava dalle case e bussava finché non aprivano e gli lasciava una busta con dentro l’invito al proprio matrimonio “…che sarà celebrato domenica nella chiesa del paese”. Sorrideva il nonno e tutti restavano stupiti: chi potrà mai sposare un pazzo simile? Il prete disse che lui nulla sapeva della sposa e che tutte le carte le avrebbero messe a posto dopo: così gli aveva detto Tarzan. Domenica c’erano tutti. Il nonno li vide da lontano e aspettò che fosse ben piena la piazza davanti la chiesa e poi fece il suo ingresso trionfale. In giacca, cravatta e scarpe lucide. Bellissimo e sorridente tirava al suo fianco una mucca, marrone con un bel fiocco bianco intorno al collo e il velo tra le corna. Immediato partì lo scompisciarsi isterico dalle risate dei paesani. I carabinieri chiamati dal prete che uralva al sacrilegio lo presero e lo portarono via. Ma mio nonno per me ai suoi tempi e a suo modo era un Buddha.