Pseudo recensione di “Numero Primo”
Primolano — 29/07/2016 — Spettacolo “work in progress" di Marco Paolini
Partiti in doppia coppia, intorno alle 17, da un paesino dell’alta padovana, deviazione per Arsiè, arriviamo al parcheggio del Forte Della Tagliata Della Scala alle 18 circa, da dietro e dall’alto, neanche dovessimo conquistarlo bellicamente.
Ci accolgono i volontari ex Alpini. Con uno dei più anziani scherziamo cercando d’indovinare il nome del detersivo entro il quale certi automobilisti devono aver trovato la loro patente di guida.
Andiamo a procurarci i biglietti, che ho prepagato on-line; percorriamo un sentiero in salita, fino ad una cancellata dove ce li consegnano e ce li obliterano.

Dietro il cancello che varchiamo, la via prosegue a destra, in un tunnel in salita davvero suggestivo. La rapida successione di volte, a perdita d’occhio, dà l’impressione di avere la visuale in un cannocchiale rovesciato. Dopo numerose alternanze fra svolte, rampe e scale, ci ritroviamo in un ampio piazzale, preparato con un piccolissimo palcoscenico orientato verso una platea di sedie. Alle spalle del palcoscenico, un’improvvisata tribuna. Finiamo col seguire lo spettacolo da li.

Mi chiedo cosa avrà in serbo per noi il buon Marco Paolini, per avere scelto di farci attraversare un posto così. Che storia ci proporrà?
Tecnologia, velocità e sentimenti
La disaffezione da aggiornamento ciclico
Le prime riflessioni sono sollevate circa l’ansia rispetto al paradossale presente che viviamo. Paradossale perché, essendo il presente un tempo contemporaneo per definizione, si è tentati di chiamarlo moderno. Allo stesso tempo, la sua tendenza a conformarsi a logiche già viste nel medioevo, fa pensare più ad un tempo conservatore, meglio ancora, tradizionalista, neoaristocratico e liberista. Se il presente assume una connotazione tradizionalista neoaristocratica e liberista non è più opportuno definirlo moderno, perché la Modernità sta alla Tradizione come il bianco sta al nero, dal momento che fino a ieri era caratterizzata da valori progressisti, liberali e democratici.
Paolini non promuove una riflessione diretta su questi punti. Costruisce una storia che vede la tecnologia come linguaggio. Richiama sapientemente quella concezione della realtà che vede quest’ultima conformarsi al linguaggio stesso. Se il linguaggio diventa eccessivamente veloce, e non fa in tempo a caricarsi di contenuti emotivi, affettivi, umani, se la favella è sempre più scandita dai tempi delle macchine, allora la realtà umana si adegua a degli algoritmi, persino nella sua declinazione più prettamente emotiva ed affettiva. L’utopia presa in considerazione, e che perciò diventa di plausubile realizzazione, è che possano essere le macchine stesse a educare alle emozioni, all’affettività, all’amore, sottoponendo gli esseri umani a delle prove durissime che diano loro l’occasione di distinguere l’amore dai tecnologici legami di attaccamento e dall’ egoismo.
Delle macchine di questa risma presenterebbero due caratteristiche degne di nota: un’autorità intoccabile e un’autorevolezza indiscutibile. Ciò si tradurrebbe inesorabilmente in un potere incontrastabile e per certi versi perfino desiderabile: meglio il potere di macchine che educano l’umanità alla coscienza di sé, che quello di pochi avidi che difendono il proprio privilegio seminando ignoranza e miseria. Perché poi una macchina debba tendere allo sviluppo della coscienza umana e dell’amore, questa è un’altra storia che meriterebbe davvero di essere raccontata. Il quesito rimane:
il presente é qualificato dal linguaggio tecnologico, o identificato?
Conforta che a interrogarci su questo non sia l’ultima applicazione di grido, ma il linguaggio del teatro di prosa, strumento di una sensibilità che è ancora, mi pare, peculiarità del tutto umana.
Maestro del Teatro?
Mi piacerebbe partecipare a un corso di teatro tenuto da Marco Paolini, sin dai tempi del “Vajont” in televisione. Così gli ho chiesto perché non ne tiene uno. Ritiene che non sarebbe un bravo insegnante, perché tenderebbe a far fare qualcosa di troppo simile a ciò che propone lui stesso, e pensa che “se ti interessa veramente” puoi “rubare” ció che ti occorre per creare il tuo modo teatrale.
Mi sento di ringraziarlo di cuore.