Satira 2.0: meme e citazioni sono le nuove vignette

« È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene. »

(Prima sezione penale della Corte di Cassazione, sentenza n. 9246/2006 in riferimento alla satira)

Da piccolo non le capivo proprio le vignette satiriche. Capitava di avere in mano uno dei quotidiani che giravano per casa ma zero: quei riquadri colorati, che naturalmente attiravano la mia attenzione di bambino in mezzo ad un fiume di parole grigie, erano come in un’altra lingua. Identificavo in quella “specie di fumetti” qualcosa che avrei dovuto intendere ma quello che vedevo erano solo delle persone sconosciute, peraltro anche ridicole nell’aspetto, che dicevano cose apparentemente insensate. Col tempo devo aver notato che molti dei nomi che comparivano in quei riquadri erano riportati anche nei principali titoli della prima pagina e di conseguenza l’arcano ha cominciato a svelarsi. Quegli strani tizi a volte erano politici, altre volte personaggi dello spettacolo o persino gente qualunque e quasi sempre le tematiche erano d’attualità. Il messaggio, dal canto suo, era ironico e canzonatorio: insomma, si faceva il verso a qualcuno o qualcosa. C’era qualcosa di piu…

Oggi mi ritrovo in mano l’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, l’inserto settimanale del quotidiano e scopro che per puro caso festeggia i suoi primi trent’anni. Cosa compare in copertina nel piccolo volume commemorativo? Una vignetta di Altan. Insomma, dovendo scegliere un’immagine con cui festeggiare (ma anche rappresentare) l’anniversario del giornale, perché proprio una vignetta satirica? Certo, è un’immagine e in quanto tale attira l’attenzione: ma perché non una foto? Perché non un collage delle migliori copertine? La scelta non era affatto scontata.

In fondo è di giornalismo che si parla e la scelta di rappresentare, con questa sineddoche visiva, il tutto attraverso questa sua parte apparentemente secondaria può sembrare azzardata. Pensandoci bene, però, non è affatto la satira ad essere la sorella minore del giornalismo. Le origini della satira si perdono nel tempo, arrivando a scomodare letterati e filosofi antichi: è un genere, nella sua accezione letteraria, vecchio almeno quanto la democrazia. E del resto perché se ne abbia una di qualità deve verificarsi una condizione di pluralismo imprescindibile. Qualità, appunto, che è inscritta nel termine stesso “satira”, che viene fatta risalire ai cosiddetti “satura-lanx”, ovvero i banchetti pieni di primizie offerti agli dei. In secondo luogo questi due mondi hanno, in fondo, gli stessi obiettivi: raccontare, portare un punto di vista alternativo e ispirare un pensiero libero da parte del lettore. Si potrebbe quasi dire che il giornalismo, prima dei giornali, lo si chiamasse satira. Scelta sapiente, dunque.

La satira visiva, come tutti gli elementi figurativi, è naturalmente soggetta al passare del tempo e talvolta anche al medium su cui viene proposta. È successo così che anche il palcoscenico dei social e del web in genere abbia trovato il suo modo di farla: questa volta con canoni assai diversi. Qualcuno potrebbe chiamarla “Satira 2.0”. Le vignette diventano, quindi, meme, che ritraggono spesso i soggetti messi alla berlina. Anche eloquenti espressioni facciali di persone qualunque possono diventare virali, una sorta di standard, a cui poi si aggiungono delle frasi adatte all’occasione, anch’esse in una forma (quasi una metrica) sempre uguale. Le pagine Facebook che propongono contenuti di questo genere sono infinite. Qualche esempio?

Matteo Renzi che fa cose è una delle più seguite in questo momento. Le vittime

preferite della pagina sono, oltre all’ex premier, gli esponenti del governo e del mondo politico internazionale. Ci sono pagine simili dedicate a svariati personaggi, tra cui anche Barron Trump, il figlio più giovane di Donald. Lo standard, nel loro caso, sono foto che ritraggono momenti di vita quotidiana dei protagonisti, cui vengono associate delle didascalie surreali, talvolta legate anche alle vicende politiche attuali, talvolta a scopo totalmente canzonatorio. D’altronde l’ha detto uno come Dario Fo:

“Prima regola. Nella satira non ci sono regole”
Un meme tratto da I Simpson contro il movimento 5 stelle

E se non ci sono regole, allora, perché non prendere un intero format esilarante già fatto e finito ed inserirci dentro delle battute calzanti? Questa è stata probabilmente l’idea dei creatori di I Simpson contro il movimento 5 stelle, una pagina che come da nome sfrutta delle scenette che fanno sbellicare i fan della famiglia gialla più famosa d’America solo al pensiero, ma allo scopo di parlare in modo ironico del M5S. Tutto cio’ trasformandoli in meme.

Nonostante tutte queste immagini la parola non è per nulla scomparsa dalla satira 2.0: che dire di blog ormai famosissimi come Spinoza o pagine più mirate come Pippo Civati dio madonna fai qualcosa che vanno a toccare i punti deboli della quotidianità politica con le loro freddure? Nel caso del primo, Twitter diventa la piattaforma ideale: pochi caratteri disponibili, spesso soppesati a suon di hashtag. Come non citare, infine, Lercio che canzona da anni gli strilloni dei quotidiani che leggiamo ogni giorno fuori dai giornalai. O addirittura la sua parodia, se cosi di può dire, Ah ma non è Lercio, in cui certi titoli apparentemente ironici o demenziali si rivelano essere, purtroppo, reali. Tornando in ambito visuale potremmo parlare anche del terzo segreto di satira, un gruppo che partendo dal web è arrivato a collaborare con trasmissioni televisive, portando anche nella politica l’ironia che di norma gli youtuber riservano spesso alla quotidianità.

Un’immagine tratta da Ah ma non è lercio

Insomma anche la satira, al momento di approdare sul web, ha mutato i suoi linguaggi e si è adattata al nuovo medium fiorendo al suo interno, guadagnandoci in visibilità peraltro. Esattamente quello che hanno fatto il giornalismo e l’intrattenimento contemporaneamente. Cio’, comunque, non porta nemmeno lontanamente alla fine della vecchia satira: Crozza rimane senza dubbio il suo più riconosciuto esponente oggi in Italia. E cosa direbbe il me bambino di fronte a questa dirompente satira 2.0? Quello che correva con lo sguardo alle vignette in prima pagina e rimaneva perplesso di fronte a quello che vedeva. Beh, probabilmente continuerebbe a non capirci un accidente, ma se non altro potrebbe anche capitargli di farsi una risata vedendo qualche spezzone dei suoi amati Simpson.

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