Debunking mostrisacri

Numero uno: Salvador Dalì

Debunking mostrisacri è una rubrica di pubblica utilità che vuole individuare sacche di criticità e tossicità nell’opera, nel pensiero o nell’immagine e nel culto di personaggi significativi della storia della cultura. La precisazione è fondamentale: non si tratta di fuffa ma di figure significative la cui oggettiva significatività non è in discussione. Questo per mettersi subito al riparo dagli “e allora fallo tu”.

I 21 minuti di ‘Un chien andalou’ sono sufficienti per garantire a Salvador Dalì — e Luis Buñuel — un ruolo cardinale nella storia dell’arte e della cultura novecentesca. Si tratta di una supernova surrealista che contiene, anche allo stato embrionale, idee, immagini e concetti che hanno fecondato e continuano a fecondare il cinema e l’arte tout court come pochissimi altri oggetti. Le citazioni, le variazioni e gli sviluppi su tema, i détournement sono incontabili tale è la potenza e la precisione delle icone create. Quei concetti allora piuttosto recenti a proposito della pulsione erotica, dell’inconscio o delle implicazioni dello sguardo, per esempio, appena derivati dalla psicanalisi e dalla prassi cinematografica non potevano essere raffigurati in un modo più efficace e radicale che con un occhio reciso da un rasoio o una mano invasa da formiche. E infatti da allora è stato più semplice copiare e omaggiare che inventare qualcosa di nuovo. Ugualmente il primo Dalì pittore ha realizzato una versione personale e originale del surrealismo che salva Freud ma si sgancia da Marx e Lenin. Quali che siano i singolari giudizi critici è impossibile negare l’efficacia iconica e la fantasia ubertosa delle sue tele. Nessun surrealista è riuscito a trasformare le proprie invenzioni in icone pop universali quanto Dalì, dagli orologi squagliati in giù. Neppure Duchamp e il suo pissoir o la Gioconda baffuta travalicano l’ambito dei cultori dell’arte per posizionarsi nell’immaginario collettivo fino al livello più basilare. L’arte di Dalì è davvero arte per le masse.

Il socialismo reale me lo appendo ai baffi. Nello specifico gli si può dare atto, con il senno di poi, di averci visto più lontano di colleghi engagé come Andrè Breton?

Date queste premesse qual è allora il problema con Salvador Dalì? Già nel 1939 Andrè Breton coniò maliziosamente il soprannome-anagramma “Avida dollaris”. L’ultimo Dalì, divenuto famosissimo, si trasformò in una macchina da soldi che riproduceva in serie le proprie ossessioni a beneficio dei collezionisti e non aveva remore a prestare la propria curatissima immagine — a sua volta un’icona pronta per il consumo, una firma, un brand — a qualsiasi fonte di introito in un pastiche di autoironia e autocelebrazione che lascia in parte ammirati e divertiti in parte sgomenti messi di fronte a un ego tanto ipertrofico.

È un male assoluto? Verosimilmente no. Il mito dell’art pour l’art era già disintegrato dall’industria culturale e la prossimità semantica tra “opera” e “prodotto” una realtà con la quale convivere. Inoltre in questo senso Dalì ha intercettato e anticipato la serialità e il dominio della forma sul contenuto così come il legame ab initio tra arte e mercato come si manifestarono apertamente con Warhol e la pop art e quindi in larghi settori dell’arte contemporanea. Molti pensano che il celeberrimo divano-bocca, la cui fortuna commerciale è slegata dall’ensemble originale come ritratto di Mae West in forma di arredamento, sia opera di Andy Warhol e in effetti perché no? Parallelamente il personaggio-Dalì si è evoluto in senso sempre più caricaturale ma al tempo stesso consapevole ed efficace: un volto inconfondibile con i baffi come punctum che sputa paradossi, frasi a effetto di facile comprensione e spesso brillantemente boriose. “I don’t do drugs, I am drugs”. “L’unica differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo”. “Non sono strano. Soltanto non sono normale”. Peccato non abbia potuto vedere realizzata la propria trasformazione in meme, ne sarebbe stato sicuramente lusingato.

Uno dei tantissimi

Ed eccoci al vero punto critico. Il mito di Dalì — l’automitografia abilmente fabbricata in vita dallo stesso Dalì e la sua coda — è il mito della follia come sinonimo di genio e il mito del genio autocrate perché autoproclamato e monarca assoluto, svincolato da ogni obbligo nei confronti del mondo. In questo senso il disprezzo di Dalì verso il materialismo dialettico che segnò il suo allontamento dal gruppo surrealista non va imputato a una chiaroveggenza nei confronti dei disastri del socialismo reale o della rigidità ecclesiale del dogmatismo marxista (neppure gli altri surrealisti erano campioni di ortodossia) bensì al fastidio per tutto ciò che, proiettandosi verso l’altro-da-sé come uno strumento di indagine oggettiva del reale, disturbasse il proprio narcisismo onirico. Inoltre è necessario sottolineare che la “follia” di Dalì non era una condizione patologica oggettiva quale quella di Antonin Artaud o Henry Darger, per fare due nomi, che implica effettivamente processi cognitivi e espressivi obliqui, laterali, diversi da quelli delle persone sane. Si trattava piuttosto di una stramberia, un’eccentricità in gran parte artefatta, uno strumento di attention whoring. Bisogna diffidare dell’eccentricità? No, a meno di essere cattolici. Possono esistere narcisisti geniali? Sicuramente. Possono esistere eccentrici geniali? Altrettanto. Il primo termine implica necessariamente il secondo? Assolutamente no.

Salvador Dalì vs. Lady Gaga

Il punto è capire fino a che punto la strategia artistico-commerciale abbia generato esclusivamente una vita inimitabile, un caso wildiano di biografia come opera d’arte autentica oppure sia responsabile più o meno direttamente di aver fomentato fenomeni mainstream censurabili. La questione è: quanto un artista (o un pensatore, un agitatore politico eccetera) è responsabile della sua progenie? Il mito di Dalì è perfetto per alimentare la convinzione pericolosa e inquinante che chiunque sia speciale, chiunque sia un artista, chiunque sia un genio e non serva elaborare un pensiero o una tecnica. Una proiezione perfetta, quella dell’ombra di Dalì, sul tempo presente e futuro, quello dei quindici minuti di celebrità, dei reality show e quindi di High School Musical e Youtube — ma non esattamente nei suoi aspetti più commendevoli.

“La stazione di Perpignan”, 1965 — Museo Ludwig, Colonia

Si può discutere sull’aspetto di un celebre dipinto, “La gare de Perpignan”, su quanto la sua estetica confini pericolosamente con il kitsch dell’arte religiosa post-conciliare. Più emblematico per il nostro discorso è riportare l’autoesegesi del quadro. Esso scaturì da “un momento di estasi cosmogonica” percepito nella suddetta stazione immediatamente decretata “centro dell’universo”. Successive misurazioni di pensiline e binari provarono “il rispecchiamento delle misure terrestri e del peso di Dio (sic) nella struttura della stazione”. “Il momento più felice e rassicurante di tutta la storia della pittura si situa il 17 novembre 1964 al centro della stazione di Perpignan, a 1223 chilometri da Delft, quando Dalì di Figueras, paese che si trova a 57 chilometri da Perpignan dalla stazione di Perpignan, scoprì la possibilità di dipingere a olio con la terza dimensione, mediante impressione, sulla superficie di una pittura a olio, di microscopiche reti a forma di lenti paraboliche, come quelle degli occhi delle mosche — la sovrimpressione in definitiva dell’occhio di Vermeer e del microscopio di Leeuwenhock — producendo il fenomeno stereoscopico della screziatura”. Impossibile non esserne affascinati a una prima lettura. Successivamente sorge il sospetto di essere stati gabbati da un abile venditore di fumo che mescolando affabulazione, erudizione e sicumera non ha detto praticamente nulla. Sembra, mutatis mutandis, un servizio di Voyager sulla stazione di Perpignan.

Il Teatro-Museo Dalì a Figueres

Come è legittimo lasciarsi sedurre dalla prosopopea barocca e boombastic di un dipinto come “La stazione di Perpignan” senza abbassare troppo la soglia di sospensione di incredulità è giusta e legittima la fascinazione passeggiando per le stanze della casa-museo-monumento-parco tematico di Figueres (ancora una volta pensata e realizzata in senso autocelebratorio da Dalì in vita) tenendo però presente l’analogia esperienziale con la visita a Disneyland — non dovrebbero esserci dubbi già dall’analogia formale dell’aspetto esteriore. Tutto si tiene: Dalì disegnò per Walt Disney un cortometraggio, “Destino”, animato postumo nel 2003. Serve del genio per creare arte per le masse, che sia entertainment e insieme lasci un’impressione di profondità. Dalì ne ha avuto in abbondanza. La sua eredità tossica è piuttosto la confusione del genio nei tempi e modi dell’industria culturale con una differente categoria del genio: la personalità in grado di imprimere uno sguardo radicale su tutto ciò che sfiora e produrre contenuti e visioni del mondo. Non si tratta neppure di stabilire scale di valore fuori tempo massimo, semplicemente di non fare confusione. L’esito dell’equivalenza genio-follia-arte sui minimi termini non può essere che la proliferazione di emuli senza nulla da dire e per di più neppure in grado di dirlo con l’efficacia di Salvador Dalì.