Perché lavorare da remoto non è da “sfigati”
Emanuela Zaccone
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Domenica partirò per stare due settimane lontana da Malta e lavorare da remoto. Direi che per chi, come me, ha amici e parenti sparsi per il mondo, questa flessibilità è una manna dal cielo per riuscire a mantenere alcuni rapporti che altrimenti data la distanza si sarebbero facilmente sgretolati.

La possibilità di lavorare da casa o da altri posti è stata una clausola fondamentale della negoziazione iniziale per il mio attuale lavoro. Mi sembrava corretto poter decidere a quale wifi attaccarmi, invece che essere obbligata a dover sempre scegliere quello del mio ufficio.

Dall’altro lato, però, quando lavoravo 100% da remoto, sono andata a cercare un coworking vicino casa, perché mi mancava molto il contatto con altre persone e lo stacco tra “vita professionale” e “vita privata”. Anche in quel caso avevo fatto in modo di essere libera di scegliere quando andare al coworking e quando rimanere a casa in pigiama tutto il giorno. La cosa importante, almeno per quando riguarda me, è avere la possibilità di decidere come, quando e quanto vuoi lavorare. Ad esempio la mattina presto per me è una tortura vera, cosí come stare una settimana intera a casa e uscire solo per andare a fare la spesa (e finire a spronare la signora del carretto delle verdure a raccontarti nei minimi dettagli la coltura idroponica dell’insalata perché non hai parlato con anima viva per tutto il giorno #truestory). W il lavoro flessibile!