Perché i preti dovrebbero andare a scuola dagli startupper

Non mi capita quasi mai di andare in chiesa. Sono abbastanza atea e abbastanza contraria ai rituali da non essere proprio a mio agio a ripetere a memoria versi invariati da decenni.

Domenica però mi è capitato di andarci per una cresima, uno di quei momenti in cui la maggior parte degli adolescenti finge di credere in Dio per avere qualche spiccio in più regalato dai parenti. Più il prete andava avanti nella cerimonia e più pensavo che due mesi in un incubatore gli avrebbero fatto molto bene. Ecco perché.

  1. Capire il bisogno. Una persona va in chiesa per diversi motivi, che si possono riassumere in fede, paura e speranza. Un’ora e mezza di riti ripetuti da tutti allo stesso modo è come offrire una pizza surgelata a tre persone che ti hanno chiesto rispettivamente una margherita con bufala, una quattro stagioni e una capricciosa. Di quelle buone possibilmente.
  2. Storytelling. Le letture sono una parte fondamentale del rito domenicale, ma se vengono lette come se fosse l’elenco telefonico, non ha alcun senso. A volte serve un supporto visivo, un video, un colpo di teatro. Siate creativi, che ad annoiarsi si ha sempre tempo. Sicuramente sarete più efficaci e il pubblico capirà più facilmente perché peccare è peccato.
  3. Il pitch. L’omelia o predica è generalmente un pippone infinito su come l’unica salvezza è la fede e Dio. Non è mio compito contestare l’Altissimo, ma se mi spiegassero un po’ meglio come la Chiesa riesca a farmi avere nel migliore dei modi questa promessa salvezza, sarebbe più interessante che un semplice pippone. Un po’ una cosa tipo: l’umanità ha questo problema, noi sappiamo come risolverlo, scaricate Dio e cominciate ad usare la fede per trovare la salvezza.

4. Sessione Q&A. E’ molto importante saper rispondere bene alle domande per convincere un fedele, invece durante la messa non è previsto neanche un momento per alzare la mano e chiedere. Se per gli startupper la risposta a qualunque domanda è “1 Milione già il primo anno”, per i preti è ancora più facile: è sempre “Dio”. Quindi fatela, potrebbe essere più divertente ed interessante per tutti.

5. Call to action. “Andate in pace, la messa è finita” non è proprio la frase ideale per raggiungere l’obiettivo. La gente deve pensare che sia dopo la messa l’esperienza più bella, Dio nella quotidianità e poi aver voglia di tornare. Una cosa più informale come: “Godetevi Dio anche questa settimana che poi ci vediamo domenica e ne parliamo insieme” potrebbe essere meglio.

6. Networking. La messa è finita, i dubbi sono stati fugati, è tempo di conoscere e parlare con la gente. C’è tempo per mettersi vestiti più comodi di quelli usati durante la cerimonia, adesso è il momento giusto per capire chi era tra il pubblico e prendere i contatti per invitarli al prossimo appuntamento parrocchiale e farli diventare “utenti del vostro servizio”. Attenzione solo a chi vi propone di fare l’exit subito: ci vuole tempo per guadagnarsi la vita eterna.