Liguria Heritage e l’aedo smemorato

Alcune considerazioni sul progetto Liguria Heritage e un breve giudizio su un’opportunità mancata.

Il prologo.

La curiosità è un lato del mio carattere che allevo da quando sono piccolo. Quando ho scelto di diventare archeologo, ho scelto anche di continuare a nutrire questa sempre-giovane bestia affamata di conoscenza. Uno dei posti preferiti per cercarla è Ventimiglia, una piccola città a cui sono legato per nascita e studi.

Questo video, che ho visto sul profilo Facebook di un mio amico, ha naturalmente attirato la mia attenzione. Il titolo mi piaceva, ho pensato che finalmente Ventimiglia avesse ricevuto la dose giusta di attenzione per essere pubblicizzata con cura e passione.

Be’, mi sbagliavo. Dando uno sguardo al video, mi sono accorto subito di numerose inesattezze. Così, da buon archeologo, sono andato a cercare la fonte primaria. Eccola qui:

Non male, vero? La Regione Liguria si è assegnata il compito di pubblicare un intero sito per la promozione di alcuni monumenti all’interno della regione. Gli obiettivi ce li comunica essa stessa:

Per sviluppare il progetto la Regione ha deciso di puntare fortemente sull’innovazione, avvalendosi della società regionale di informatica Liguria Digitale Scpa e si è orientata fin da subito verso le tecnologie ICT, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che creano l’alleanza giusta ed efficace tra divertimento e cultura, apprendimento e, con una parola che si è affacciata da poco nel mondo della valorizzazione dei beni culturali, emozione.
La Regione Liguria è certa che la chiave di efficacia del progetto stia non solo nella tecnologia, ma anche nella capacità di raccontare questi beni culturali. Come? Coinvolgendo, incuriosendo, stimolando ed emozionando.

Avere la “capacità di raccontare” è l’obiettivo. Per raccontare una storia, infatti, bisogna conoscerla bene. Non credo che considerereste “efficace” se un narratore vi raccontasse che in Cappuccetto Rosso la nonna mangia il lupo cattivo. Ecco, ora capite come mi sono trovato di fronte al sito e al suo contenuto.

Gli errori dell’aedo smemorato.

Scriverò qui solo parte del materiale che ho trovato: tra inesattezze ed errori veri e propri ho salvato circa tre pagine di un comune editor di testi. Mi sono limitato all’area in cui sono più esperto, cioè la provincia di Imperia, e ai periodi di cui ho studiato qualcosa.

Se andate nella voce relativa al Museo del relitto romano a Santo Stefano al Mare, troverete innanzitutto una pagina organizzata male. Nella sezione “Nei dintorni” è segnalata Dolceacqua, che dista circa 50 km dal museo, mentre in “Curiosità” è elencata Triora, che è ubicata nell’adiacente valle Argentina. I problemi non si fermano qui:

Piccolo borgo medievale, culmina nel Castello Doria a cui si giunge percorrendo gli stretti vicoli inerpicati sul pendio. Claude Monet visitò Dolceacqua nel 1884 […]

Vero, ma l’informazione è inesatta: Monet arrivò a Dolceacqua nel 1883. Certo, poi la visita continuò nel 1884, ma per quale motivo omettere la data di arrivo? Passiamo a Triora.

Costruita su un costone roccioso in valle Argentina, luogo montano, nebbioso in autunno e in inverno, circondato da una atmosfera misteriosa, è famosa per i processi e roghi di streghe che si tennero proprio qui alla fine del Cinquecento.

Questo invece è un vero e proprio falso storico. Per quanto ne sappiamo, non ci fu mai neanche un rogo di streghe a Triora alla fine del Cinquecento. Le carte dei processi tenuti tra il 1587 e il 1589 non ci parlano di nessuna condanna al rogo eseguita. Non ne abbiamo notizia neanche per quelli successivi.

Ora arriviamo al punto più dolente, cioè Ventimiglia, da cui sono partito per questa piccola esplorazione.

Le prime tracce di insediamento umano nella zona di Ventimiglia risalgono addirittura al paleolitico, come ben testimoniato dal celebre insediamento dei Balzi Rossi, un complesso di grotte che recano testimonianze della presenza umana da 230.000 a 10.000 anni fa e che costituiscono uno dei siti più importanti per lo studio dell’uomo preistorico e non certo solo ligure.
Le popolazioni locali continuarono ad abitare intensamente l’area situata tra il fiume Roja e il Nervia, conducendo nei secoli una difficile lotta per la sopravvivenza tra almeno due generi di invasori: da nord, le tribù celtiche (poi note come “Galli”), e da ovest le colonie greche del nord tirreno, Marsiglia su tutte.

Dato che non ho potuto verificare con esattezza la datazione dei ritrovamenti ai Balzi Rossi, per il momento non mi esprimo su questo punto. Dal verbo “continuarono” però si intuisce un errore più grave: chi scrive vuole lasciar intendere che i Balzi Rossi si trovino nella piana tra Roia e Nervia e che ci fu continuità di abitazione nell’area dall’8.000 a.C. fino all’epoca delle invasioni galliche. I Balzi Rossi innanzitutto si trovano ben oltre il Roia, dove in questo momento c’è la frontiera tra Italia e Francia. Inoltre, le prime abitazioni che sono state trovate nella piana risalgono ad un periodo tra IV e III secolo a.C., cioè vi è un buco di più di 7 millenni. Questo è l’unico riferimento che possiamo prendere con certezza, quando i Liguri si erano già celtizzati e i Galli non erano più invasori stranieri.

In quei secoli Ventimiglia, o Albium Intemelium, era un “oppidum”, ovvero una città fortificata da una cinta muraria posto sul declivio dell’area posta tra i due fiumi.

Questo è un altro errore. Non abbiamo nessuna traccia archeologica di una cinta muraria di età protostorica o preromana. La prima cinta muraria fu costruita ad Albintimilium nel I secolo a.C. dai Romani. Possiamo concedere il dubbio che ci fosse una palizzata con fossi e terrapieni, ma neanche di questo siamo certi.

Già all’epoca la città svolgeva un ruolo di cerniera, di confine tra culture e civiltà diverse. Non è un caso che, anche dopo la conquista, i romani vi attribuissero questo valore, definendo lì il confine dell’Italia. Solo successivamente spostarono il confine a La Turbie.

Un altro falso storico. Il confine dell’Italia non fu mai spostato da Ventimiglia a La Turbie. Quando la provincia d’Italia definita da Cesare nel 42 a.C. venne allargata ad Albintimilium, il territorio del municipium era già stato definito nel 49 a.C. ed arrivava fino a La Turbie.

Infine, nel 12 a.C., a Ventimiglia giunse la Aemilia-Scauri, una strada che la collegò a occidente ad Arles ed alla Gallia meridionale, e ad oriente ad un complesso sistema viario che connetteva ad intreccio le principali città della costa ligure con la pianura padana e con il resto del mondo romano.

Anche qui ci troviamo di fronte ad un errore. Effettivamente le fonti storiche ci riportano l’arrivo di una via tra il 13 e il 12 a.C., ma il console Emilio Scauro era morto da circa un secolo. La via di cui si parla è la Iulia Augusta, il cui percorso è in gran parte ipotetico.

Tuttavia la cinta muraria oggi è difficilmente leggibile, pur restandone numerose e significative tracce tra cui la cosiddetta “Porta di Provenza”, successivamente abbattuta per far posto al Teatro.

La Porta di Provenza non fu abbattuta durante la costruzione del teatro. Una parte delle mura adiacenti furono smantellate per lasciare lo spazio necessario, ma la porta non fu cancellata con questo intervento.

Poi vennero i secoli della crisi e della decadenza, ed anche Ventimiglia, come tutto il ponente, subì i danni delle invasioni barbariche ma, a differenza di Albenga, che fu prontamente ricostruita e migliorata, per il capoluogo Ingauno si assistette ad un progressivo e lento logorio che la portò alle soglie del Medioevo.

Non notate niente? Siamo sicuri che Ventimiglia sia il capoluogo ingauno e non quello intemelio? Appunto, un altro errore. Non mi metto a discutere di maiuscole agli aggettivi, ai nomi comuni e ai periodi storici, che sono state usate scorrettamente in molti paragrafi. Evito anche di puntualizzare sulla visione ottocentesca delle invasioni come portatrici di distruzione e decadenza: in una presentazione a scopo divulgativo, non si può pretendere certamente di esporre il dibattito scientifico più aggiornato.

Infine, ho dato uno sguardo alla voce Liguria feudale della provincia di Imperia. Qui sono state inserite Taggia e Dolceacqua, peraltro due borghi molto belli e ricchi di storia. Come al solito però, Liguria Heritage non ce la racconta molto bene.

In vista delle operazioni militari volte al raggiungimento di tali obiettivi, i romani costruirono la mansio militare di Costa Bellene, termine con cui è citata nella Tabula Peutingeriana, la copia medievale di un’antica carta romana della prima età imperiale.
Ma cosa si identifica con il termine “mansio”? La mansio era un campo militare permanente, che molto spesso si espandeva al punto da poter essere considerato una vera e propria cittadina adibita alla sosta e al rifornimento degli eserciti in transito. In questo accampamento per secoli giunsero le navi romane per rifornire la mansio dei vettovagliamenti.

Molto pregevole l’accenno alla Tabula Peuntingeriana, ma che sia di prima età imperiale è tutto da dimostrare. Il dibattito sulla datazione dell’originale è molto serrato, poiché la copia giunta a noi ha subito numerosi ritocchi nei secoli. Certo, dimostrare che una mappa con su scritto Costantinopoli sia di I o II secolo d.C. è un’impresa ardua. La definizione di mansio però è completamente sbagliata. La mansio è semplicemente una stazione di posta lungo una via per il rifornimento e il riposo di messaggeri, truppe o ufficiali di Roma. Non è un campo militare permanente: nelle mansiones non venivano ospitati soldati di presidio, né troviamo caserme o armerie.

Il VII secolo vede Taggia diventare un insediamento produttivamente importante. Chi ne ha il merito? È il 625 d.C. quando i monaci benedettini, da Cuneo, scesero verso il mare e decisero di costruire proprio qui un convento.

Non sono riuscito a verificare la data di arrivo dei monaci benedettini. Dai contributi che ho letto, non vi è certezza che nel VII secolo i benedettini si installarono a Taggia. Di una cosa sono sicuro: i monaci non partirono da Cuneo, ma da San Dalmazzo di Pedona. Arriviamo alla fine a Dolceacqua:

Sulle origini del borgo è bene fare una premessa; molto spesso in età romana i luoghi, le strade e le città prendevano il nome da un personaggio che le aveva fondate, o che aveva rivestito una certa importanza; questo è il caso di Dolceacqua, nato da una “villa dulciaca”, un appezzamento di terreno a utilizzo rustico di età romana probabilmente di dominio di un personaggio di nome “Dulcius”, nome che in seguito potrebbe esser stato deformato dal dialetto fino ad assumere la forma di Dulcis-acquae dei documenti dal XII secolo in avanti.

Lo dico sul serio, sarei il primo ad essere felice del ritrovamento di una villa romana a Dolceacqua. Questa purtroppo è una tradizione che ci viene tramandata, ma che non è mai stata verificata. Certo, non è l’unica cosa che non è stata verificata in questo sito.

Un modesto giudizio.

Il mio giudizio non conta molto, sono un archeologo ancora in formazione e ho tanto da imparare. Proprio per questo però un sito ufficiale che contiene questa quantità di errori non mi lascia indifferente.

Non mi può lasciare indifferente perché il lavoro è stato quasi sicuramente commissionato a persone che non sapevano molto di ciò che scrivevano. Qualsiasi archeologo o storico con una buona formazione di base avrebbe potuto fare meglio e avrebbe avuto l’opportunità di studiare ciò che gli piace. A pagamento, perché il progetto godeva di un lauto finanziamento. È un’opportunità mancata per noi e per il progetto stesso.

Questa piccola revisione evidenzia molti punti in cui il sito può essere migliorato. Spero che aiuti a riflettere chi ha scritto il contenuto del sito e chi lo ha assegnato a questo gruppo di lavoro. La comunicazione e la promozione storica non possono essere lasciati a persone senza una base di studi solida. I risultati modesti, come le informazioni storiche contenute in questo sito, dovrebbero servire da monito, perché senza persone competenti non si possono raggiungere “gli obbiettivi economici di crescita prefissati”.

Si rischia di trasformare un progetto per lo sviluppo economico in uno spreco di soldi pubblici. Questo non deve accadere, perché sarebbe un’occasione di crescita economica e culturale persa per sempre. Lo dico da archeologo ligure: si può e si deve migliorare.