Paradox. O dell’angosciante mosaico di un mondo senza ordine.

Paradox, Massimo Spiga

La vita di Perla si articola entro le mura invisibili della Città Vecchia, sgradevole sobborgo Italiano sviluppatosi dal continuo rigurgito di cemento, humus perfetto per degrado e sconforto, droga e disperazione. La ragazza è suo malgrado protagonista del giustapporsi di speranze giovanili e obblighi familiari derivanti dal prendersi cura del padre alcolista Zappa, di una giovanissima sorella e un fratello, Taglierino, che per tutta l’adolescenza si dedica allo spaccio e a sporadiche altre forme di micro criminalità. Uno sgraziato quadro familiare nel quale Dio, splendido cane da pastore maremmano, si inserisce con un’improbabile nota d’eleganza. A rompere la routine di Perla fatta di piccoli lavori e sogni infranti è il Cubo. Un fenomeno alieno che compare per pochi istanti nei cieli della città ogni 5 di Aprile. A introdurla al mistero del Cubo è Tao, un clochard mistico e altermondialista.

Affascinata da quelle sporadiche apparizioni Pi, così chiamata dal fratello Taglierino, apre un blog nel quale descrive il suo puntuale appuntamento con il Cubo. Un incontro che per lei vale quanto una magica evasione e che è arricchito dalla comparsa, all’interno dello stesso, di due figure. Una dall’aspetto umanoide e angelico e, la seconda dalle fattezze mostruose. Per 14 anni Perla si interroga sulla natura del Cubo fino a che non accade l’imprevedibile. Quell’assurda geometria deflagra contro la borgata, devastandola, e libera le due entità intrappolate al suo interno: il feroce guerriero Giallo e D, il Gatto dei Portali.

Il primo (il cui vero nome è Aeris) si rivelerà essere un alieno, muscoloso e violento, che agisce per conto di un’autorità totalitaria e fascista conosciuta come la Macchina.
Il secondo è invece un viaggiatore del tempo, cinico e folle. Un funambolo che si destreggia fra i vari continuum temporali dell’universo, segnato dagli orrori di una guerra infinita. Una creatura postumana proveniente da un lontanissimo futuro che agisce in simbiosi con l’Antimeridiano, una sofisticata intelligenza artificiale.

Paradox sottolinea fin dal suo titolo la centralità del paradosso temporale legato alla possibilità di viaggiare nel tempo in violazione al principio di casualità. Accedere a un’altro spazio, a un’altro tempo e insieme sottoporre la questione di avvicinarsi a un’altra realtà — a un’ebrezza che consenta una percezione diversa della tormentosa coscienza di essere meramente se stessi — pone chiare incognite. Il frustrante senso d’impotenza che Perla prova nel non poter abbandonare quella periferia suburbana che è casa sua si frantuma sul finale nella consapevolezza d’essere ella stessa (come lo furono il Giallo e D) un’appartenente alla setta dei Roshaniya, sollevando però il dubbio che ciò che si presenta come una liberazione sia in effetti solamente un nuovo asservimento. E la stessa figura di D, da Perla visto come un angelo potrebbe, in effetti essere quella di un demone. Un dilemma risolto parzialmente solo da Tao, lo sciamano urbano che scevro da qualsivoglia posizione di ambivalenza, supera questa falsa liberazione grazie al sistematico ricorso a sostanze inebrianti e psicoattive.

Nella pittura di Tao, descritta come “una grandiosa follia. Un mondo senza ordine” visto da mille prospettive diverse, si consuma la crisi del Gatto dei Portali il quale, invece, crede di poter ricondurre la complessità dell’universo a una sola forza, un principio unico. Dall’analisi di quei dipinti partirà il suo viaggio, frutto e conseguenza del paradosso temporale da lui stesso scatenato. Una peregrinazione che si arenerà in un rincorrersi eterno e angosciante di fascismi culminanti nella più straziante forma di Stato Universale. La Macchina, una galassia che divora vita e energia prodotta sfruttando gli ignari abitanti di milioni di pianeti. In preda allo sconforto D scatenerà, con l’inconsapevole complicità di Perla, un cronoclisma che annichilirà un’intera linea temporale. Il supremo atto di terrorismo mosso contro il più mostruoso fra i totalitarismi.

Paradox oppone alla realtà decadente (“ogni cosa è tollerabile, tranne questo mondo”) l’esperienza dell’impossibile. Quello che Massimo Spiga propone è un viaggio siderale. Un’esperienza complessa che non si limita a trascinarci nei più reconditi scenari alieni e a contornarli di un disturbante senso del meraviglioso. Attraverso le insidie del mondo e del linguaggio, ci fornisce anche un’analisi attenta sulle viscere buie e umide dell’animo umano catapultando il lettore in paesaggi corrotti che riflettono goffamente le geometrie distorte della mente. Il citazionismo sfacciato che si riproduce incessantemente costituisce un esempio qualificante di quel parossismo che caratterizza la scrittura di Spiga, di quello spasimo che sembra aprire ogni momento all’evento del nulla e che ci obbliga al confronto con la rottura degli schemi acquisiti.