Viaggio al Quai10 di Charleroi, tra realtà virtuale e aspettative concrete.


Nel quadro di un progetto di comunicazione realizzato dall’agenzia di comunicazione di Bruxelles, Old Continent, tre blogger sono stati invitati a documentare il loro viaggio a Charleroi e le attività del centro culturale, Quai10, creato nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbana finanziato dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR) dell’Unione europea.


Il treno in partenza dalla stazione centrale di Bruxelles e diretto a Charleroi delle 08:36 di mattina, impiega un’ora abbondante per arrivare a destinazione. Considerato che si tratta di un giorno lavorativo qualsiasi, è impossibile non notare che le carrozze siano, fondamentalmente, vuote. Come dire: il traffico regionale vallone fluisce tutto verso Bruxelles e mai in senso opposto. Eppure un segno di vita arriva, via smartphone: Gauthier e il resto della troupe Old Continent mi inviano un messaggio specificando che mi aspettano già alla stazione di Charleroi Sud muniti di videocamere e microfoni.

L’intera area metropolitana di Charleroi è stata — e sarà, nel futuro prossimo — il target di un piano di investimento a cui partecipano, a vario titolo, l’amministrazione locale, la regione, lo Stato belga, ma anche l’Unione europea attraverso il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR)

Intanto, il tragitto si rivela un susseguirsi, in sequenza, di paesaggi metropolitani — quelli della periferia della Capitale d’Europa — , bucolici e “industriali”. In realtà, nelle vicinanze di Charleroi, a parte qualche complesso ancora attivo, del passato non restano che gli scheletri. Allo stesso tempo, con un po’ di fantasia, non è difficile immaginare come sarebbe potuto essere questo viaggio mezzo secolo fa. Arrivare a Charleroi negli anni ‘60 doveva essere un po’ come giungere nella “Valley of Ashes” newyorkese degli anni ’20 descritta da Francis Scott Fitzgerald in The Great Gatsby (nella rappresentazione cinematografica del 2013 qui sotto dal minuto 0:40 al 02:00): una terra di mezzo alle porte della metropoli, fatta di miniere, vapori e manovalanza.

Dicono di Charleroi

Fascino retrò a parte, è proprio questa dimensione daDetroit europea” che è valsa a Charleroi lo “sfortunato” brand di “città più brutta d’Europa” sulle pagine del Volksrant, anni addietro. Da allora, altri media si sono interessati a questo posto per il medesimo motivo e scrivendo, più o meno, le stesse cose. Basta googlare “Charleroi” e verificare i primi risultato di ricerca al netto dei vari riferimenti wiki e tripadvisor.

Tasso di occupazione — Data Urban Audit e Large City Audit

Ovviamente, le industrie vuote sono soltanto un segno estetico del decadimento. Ben più importanti sono gli indicatori demografici ed economici.

Dal 1977 a oggi, la popolazione della città è diminuita del 10% circa. Inoltre, l’evoluzione dei tassi di occupazione e disoccupazione sottolineano la particolarità (in termini quantitativi) del caso-Charleroi nel contesto nazionale.

L’arrivo a Charleroi Sud è piuttosto sorprendente, in quanto, semplicemente, “normale”
Tasso di disoccupazione — Data Urban Audit e Large City Audit

Insomma, Charleroi non è propriamente quella che si definirebbe un’economia virtuosa. Ed è proprio per questo motivo che l’intera area metropolitana è stata — e sarà, nel futuro prossimo — il target di un piano di investimento a cui partecipano, a vario titolo, l’amministrazione locale, la regione, lo Stato belga, ma anche l’Unione europea attraverso il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR).

Sforzarsi di vedere

Detto ciò, sarebbe disonesto affermare che la città si presenti male, cielo plumbeo a parte. L’arrivo a Charleroi Sud è piuttosto sorprendente, in quanto, semplicemente, “normale”. Considerato il tamtam mediatico che ci si porta inevitabilmente in tasca approcciando il luogo, vien da notare la pulizia della piazza che separa la stazione dalla città bassa contornata dal fiume Sambre. Allo stesso modo, in virtù degli approfondimenti pre-viaggio, si riconosce lo sforzo messo in campo dall’amministrazione per rifarsi il look.

Da un lato, il nuovo logo della città si staglia su alcuni cartelloni pubblicitari che sponsorizzano una mostra a museo dedicata al passato della città; dall’altra, un capolinea dei servizi pubblici sembra funzionare regolarmente, mentre la nuova linea di taxi attende eventuali clienti.

Nuova linea di taxi sviluppata dal Comune di Charleroi
Il Quai10, a prima vista, non sembra niente più che un edificio grigio e austero che si mimetizza perfettamente fra le nubi che lo sovrastano

Certo, all’orizzonte, sia a sinistra che a destra, svettano le ciminiere delle fabbriche in disuso e, in lontananza, è possibile vedere i residui dell’industria mineraria con colline grigie appuntite; come se non bastasse poi, alle nostre spalle si erge un grande anello autostradale sopraelevato. Ma, a onor del vero, si tratta di un paesaggio che altri descriverebbero volentieri come urban, se non cool. La differenza è che siamo a Charleroi e non a Berlino, Londra o Rotterdam.


La storia del viaggio al Quai10 di Charleroi su Instagram

Verso Quai10

Mentre condivido le mie prime sensazioni, piuttosto positive, con Gauthier, quest’ultimo mi spiega rapidamente i trascorsi recenti della città — una serie di scandali di corruzione hanno contraddistinto la vita politica di Charleroi nel corso dell’ultimo decennio — e quanto sia complicato intervenire su un problema — quello della riqualificazione urbana e ambientale — che si trascina ormai da anni.

Dopo pochi passi nella zona bassa della città di Charleroi — la prima che è stata investita dal piano di riqualificazione ideato dall’amministrazione del partito socialista di Paul Magnette — si cominciano però a notare le anomalie. Su tutte, l’assenza di spazi verdi.

Fra i muri bianchi di questo hub si ha la sensazione di essere all’interno di una struttura all’avanguardia di una delle grandi Capitali europee, dentro a una sorta di realtà virtuale

Poi, puntando l’ombrello in direzione nord-est, Gauthier indica la nostra destinazione: il Quai10. A prima vista, niente più che un edificio grigio e austero che si mimetizza perfettamente fra le nubi grigie che lo sovrastano e il riflesso di queste ultime nella Sambre.

Il Quai10 è un’ex-banca statale riconvertita in un centro culturale multifunzionale e pensato come un punto di aggregazione per diversi target generazionali: dai più anziani, passando per i giovani adulti fino ai bambini. Sul tetto dell’edificio campeggia un’installazione artistica: si tratta del progetto “365” del collettivo Lab[au], grazie al quale, ogni giorno, dei pannelli luminosi evidenziano una parola diversa da leggere. Nelle parole dei creatori, l’intento è quello di accompagnare i “carolo” (nomignolo assegnato agli abitanti di Charleroi, nda.) nel loro flusso costante lungo la Sambre, tra i luoghi della città, o, perché no, nel momento in cui partono da- o arrivano alla- stazione di Charleroi Sud. Il Quai10 vuole essere in dialogo continuo con in cittadini.

Quai10

Riqualificazione un po’ per (video)gioco, un po’ per davvero

Lucile Loewer, responsabile della comunicazione del Quai10 ci accoglie, chiaramente indaffarata, nella grande sala caffè-ristorante, tra muri bianchi, colonne di cemento e i suoni delle stoviglie provenienti dalla cucina, nascosta dietro a un grande bancone da bar.

L’ingresso del Quai10 sala bar, caffè e ristorante

Dopo i convenevoli, veniamo presto “catapultati” direttamente nell’ala dell’edificio che, di fatto, è un cinema moderno fatto di ampi spazi e vetrate. Per l’ora di pranzo è prevista un’attività ludica con bambini sotto ai dieci anni. Anche per questo, ci sono sacchi di carote che si aggirano per i vari piani della struttura (!!!).

Lo spazio Quai10 rappresenta una rottura forte con il “luogo comune Charleroi”. Per intenderci, fra i muri bianchi di questo hub si ha la sensazione di essere all’interno di una struttura all’avanguardia di una delle grandi Capitali europee e non in un luogo di provincia. Ma per comprenderne a pieno lo spirito di questa “realtà virtuale” bisogna scendere nell’interrato della struttura.

I videogiochi possono essere formidabili per migliorare capacità di ‘savoir être’ e ‘savoir-faire’ e, soprattutto, per entrare in contatto con un pubblico il più ampio possibile, di tutte le origini sociali, per creare autostima e per approcciare argomenti complessi in maniera semplice

Lisa Pardoen, 26, outfit casual, mi accoglie con un grande sorriso, tra cuscini colorati e schermi video. Siamo nell’area “Gaming” del Quai10, uno spazio aperto al pubblico, pensato per creare una cultura sostenibile e condivisa del videogioco.

Lisa Pardoen, animatrice spazio Gaming Quai10

Nata come parte integrante del centro culturale, questo spazio è ormai un punto di riferimento unico nella provincia. Ma cosa accade nel settore Gaming del Quai10 ogni giorno? Letteralmente di tutto: da scolaresche che svolgono attività di formazione cross-mediali, a famiglie che decidono di passare un paio di ore a capire collettivamente meglio la cultura del video-gioco: “Questo è uno spazio culturale pedagogico a tutto tondo”, afferma Lisa, che poi spiega:

“Ogni mese scegliamo una serie di videogiochi di riferimento: si passa dalle produzioni indipendenti che trattano un particolare tema, a simulazioni virtuali ‘estetiche’ legate a un messaggio poetico, fino a realtà virtuali che mirano a creare legami tra persone distanti fra di loro”.

Da ex-studente di grafica provetta, Lisa mi confida che è interessata soprattutto all’aspetto della “creazione” di un video-gioco: qual è il messaggio che voleva veicolare l’autore? Perché ha usato questa o quella tecnica? Rapidamente, nella mia mente scorrono le immagini di Final Fantasy o a Metal Gear Solid dell’era PlayStation: le confido che non avevo mai pensato ai videogiochi in questi termini. Lei sorride e sussurra: “Non me la voglio tirare, ma, a mio avviso, i video-giochi possono essere alla pari del cinema”. Da qui il passo è breve e mi ritrovo in una discussione in cui una partita a BattleField1 può diventare un’introduzione alla Storia della Prima guerra mondiale!

“Il mese scorso abbiamo organizzato un evento che legava videogiochi e filosofia, ma anche simulazioni che si sono focalizzate su questi sociali ed economiche, come, per esempio, la costruzione degli smartphone”, racconta ancora Lisa che mi confida: “Non avrei mai pensato che ci sarebbe potuta essere un’opportunità professionale di questo tipo a Charleroi”. “Per me è stato confortante vedere che, anche in una regione povera come questa, è possibile costruire qualcosa di nuovo e intelligente legato al gaming”. Poi delinea rapidamente i tratti “sociali” del progetto: “L’accesso è totalmente libero e gratuito. Siamo consapevoli che il mercato dei videogiochi non è accessibile per tutti, soprattutto a causa dei costi esorbitanti di un gioco da console che può arrivare tranquillamente a 60 euro”.

Julien Annart, coordinatore spazio Gaming Quai10

Punti di forza e debolezza

A dettagliare la programmazione pedagogica dello spazio Gaming è Julien Annart, 40, insegnante distaccato e pedagogo della Federazione delle Case dei giovani e delle Organizzazioni giovanili (FOR’J), nonché coordinatore dello spazio Gaming: “Nel 2017 abbiamo accolto 11,500 visitatori e 1,000 studenti (delle scuole, ma anche adulti in percorsi di formazione) provenienti dalla provincia di Hainout, ma, più in generale da tutta la regione francofona del Belgio”.

Julien mi spiega che al Quai10 viene utilizzata soprattutto ciò che viene definita “pedagogia attiva” (“metodo Freinet”). Il tutto, in un contesto in cui esiste, per il momento, “poco materiale consolidato sull’utilizzo dei videogiochi a scopi pedagogici”. “Anche per questo siamo in contatto con molti ricercatori e attori istituzionali come l’Osservatorio del Digitale delle Scienze umane (OMNSH) e il Laboratorio Giochi e Mondi virtuali (Lab JMV)”. Il rapporto con insegnanti esterni, istituzioni, parenti e studenti è “positivo”; la maggior parte delle richieste in ambito educativo sono legate ai temi della “violenza” e della “dipendenza”, ma una volta che i partner si trovano sul luogo, “si rendono conto di come sia possibile lavorare su tematiche ben più ampie e variegate”.

La formazione tramite videogioco funziona quindi a 360 gradi? Non proprio. Lo stesso Julien spiega che “i videogiochi possono essere formidabili per migliorare capacità di ‘savoir être’ e ‘savoir-faire’ ” e, soprattutto, “per entrare in contatto con un pubblico il più ampio possibile, di tutte le origini sociali, per creare autostima e per approcciare argomenti complessi in maniera semplice. D’altra parte, lo strumento è meno utile quando si tratta di sviluppare capacità tecniche specifiche”.

Fuori dalla vasca

Il Quai10 mostra tutte le buone intenzioni e anche gli ottimi risultati dell’intervento pubblico congiunto dei diversi livelli amministrativi a Charleroi. In un certo senso, uscendo da questa struttura, si ha come la sensazione di aver terminato un’immersione in un mondo parallelo, fatto di cultura, ricerca e innovazione. In questo senso, non si può che guardare con occhi nuovi a Charleroi. Eppure, la realtà incalza.

L’elemento “culturale” del processo di riqualificazione — così evidente nel Quai10 — rimane intatto per poco tempo, una volta che ci si inoltra nel quartiere. Certo, è bello perdersi tra le decine di graffiti colorati che costellano le vie della zona — sono indicatori di un tentativo di decoro urbano moderno e lodevole. Ma, d’altra parte, è inevitabile prendere coscienza rapidamente della dura realtà economica della città.

Il centro commerciale sembrerebbe aver catalizzato su di sé tutta l’economia della zona con l’effetto di creare una evidente spaccatura a livello urbano-paesaggistico

Dire che intorno al Quai10 ci sia poca attività commerciale sarebbe un eufemismo: la zona è spettrale. Tanto per rimanere in tema di videogiochi, a tratti sembra di essere finiti in Silent Hill. Per ogni murales, ci sono svariati angoli ciechi e serrande abbassate. Perché tutto questo deserto?

Se il Quai10 rappresenta soprattutto un luogo orientato all’intrattenimento, il rilancio commerciale della città bassa è stato incentrato sulla costruzione di Rive Gauche, un sontuoso e voluminoso centro commerciale comodamente raggiungibile in 5 minuti a piedi dalla stazione. Inaugurato nel marzo del 2017, si tratta di un vero e proprio monolite che si affaccia sulla piazza centrale di Charleroi bassa e che, nel corso del primo anno di vita, ha registrato ben 8 milioni di visitatori.

Roadster

Andreas (il nome è fittizio), un ragazzo sulla trentina di origine straniere che lavora in un negozio di fumetti appena fuori dall’ingresso del centro commerciale, mi spiega come la creazione di Rive Gauche abbia modificato gli incentivi dei commercianti. Con riferimento alla sua nicchia-commerciale, i due negozi che vendevano fumetti nell’area metropolitana avrebbero deciso di unire le loro attività (piuttosto che farsi concorrenza) in seguito all’investimento pubblico-privato confluito in Rive Gauche.

A margine della nostra discussione sulle trasformazioni economiche e commerciali della città bassa, Andreas mi dice inoltre che la sicurezza e la gestione del traffico — sebbene migliorate — rimangono due problemi da affrontare con urgenza.

Vista di Charleroi dall’alto con città bassa in evidenza

Più in generale, Rive Gauche sembrerebbe aver catalizzato su di sé tutta l’economia della zona con l’effetto di creare una evidente spaccatura a livello urbano-paesaggistico tra la piazza centrale e il centro commerciale, da un lato, e il resto della città bassa, dall’altro. Effettivamente, l’incrocio tra “rue de la Montagne” — “rue de Dampremy” e “rue de Montigny”, una dei precedenti perni commerciali della zona è diventata, in parte, un angolo di strada deserta dove la fanno da padrona le vetrine vuote. A confermarlo, sono anche altri commercianti della zona.

In un articolo del quotidiano locale, La Gazette, “rue de Montagne” viene addirittura descritta come un’ “autostrada per pedoni diretti al centro commerciale”.

Da questo punto di vista, lo sviluppo della città bassa di Charleroi è paradossale, soprattutto se si pensa che gli obiettivi del Fondo europeo per lo sviluppo regionale (coesione sociale ed economica tra regioni europee) sono legati a doppio filo al concetto — e paradigma — della coesione territoriale.Se è vero che gli investimenti pubblici e privati hanno portato attività economica nella forma del centro commerciale, Rive Gauche, oggigiorno, agli occhi di un visitatore attento, le conseguenze sul tessuto urbano potrebbero sembrare discutibili: intere aree limitrofe, situate tra la piazza centrale e la Sambre, sembrano il backstage di un palcoscenico situato altrove. In questo contesto, il Quai10 spicca come un’oasi di cultura e innovazione. Mentre ci avviamo nuovamente verso la stazione di Charleroi Sud, l’installazione “365” rivela la parola della giornata: “Roadster”. Una delle sue traduzioni in italiano è “vagabondo”. A ben vedere, si abbina alle impressioni che lascia questa Charleroi: una città in cammino verso una meta lontana dai cliché di un tempo, ma ancora sconosciuta.

Bernard Lavilliers, Charleroi song — 2017