Il citazionismo è roba da accattoni *

Cercando di sopravvivere alla #frasedelgiorno

L’altro giorno stavo vedendo un documentario su Fabrizio De André, in cui Mauro Pagani, co-autore de «La Domenica delle Salme» raccontava come fosse nato il testo del brano. De André, solitamente, annotava sul retro dei suoi quaderni le citazioni, le frasi, le poesie e i titoli di giornali che lo colpivano. Parole, espressioni, storie. A quel punto, i due, ispirandosi alle frasi raccolte, cominciarono a muoverle per comporne un testo, che poi, secondo lo stesso Pagani risultò essere: «la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza».

«La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé».

La cosa che più mi ha colpito, oltre all’impressionante metodo artistico, è l’attenzione che Faber riservava alle parole altrui. Semplificando, alle citazioni. Ed è un punto sul quale ho riflettuto spesso negli ultimi tempi, perché credo che ci sia un’inflazione miserabile del citazionismo. Uno svuotamento della parole, del valore letterario, del contesto culturale. Le citazioni possono aiutare a risolvere un’impasse o rafforzare, con basi letterarie, un concetto mondano. Negli articoli, almeno così mi hanno insegnato, devono essere centellinate. Soprattutto perché per incastonarle degnamente servirebbero almeno un preambolo e circa 400–500 caratteri del testo. E questo spazio spesso non c’è. Potrebbe esserci nei pezzi per il web, ma bisogna sempre chiedersi se il voler inserire una citazione sia veramente funzionale al ragionamento logico. Non tutti lo fanno. E da qui nascono le citazioni sparate a cazzo. Un po’ dappertutto. Le frasi buttate nella bio di Twitter, le poesie violentate nelle didascalie di Instagram o negli stati di What’s App.

Per saper citare bisognerebbe saper leggere. E, senza voler essere retorico, lo sanno fare veramente pochissimi. Non mi ritengo un grande lettore, ma ho comunque il mio serbatoio di citazioni che “dispenso” se necessario. Ho quindi deciso di fare un mini-esperimento sociale e vedere cosa salta fuori dalle citazioni dei miei contatti, recuperati sui vari social. Tutte perle, rigorosamente protette da anonimato. E probabilmente modificate dagli autori in seconda.

«L’impossibile esiste finché qualcuno non ne dubita e prova il contrario»
«the best is yet to come»
«Non chiedere un peso più leggero, ma spalle più forti»
«La bellezza è negli occhi di chi la vede»
«Carpe Diem»
«Bisogna sempre provarci, meglio avere delusioni che rimpianti»
«La vita non si misura in anni vissuti, ma in sogni diventati realtà»

Vi ho risparmiato i punti di sospensione piazzati ovunque senza logica. Perché, ricordiamolo, i puntini rappresentano povertà di spirito e di pensiero.

Oltre a quelle trascritte, c’è chi cita canzoni; chi pubblica aforismi; chi riprende testi di canzoni o detti popolari, ma, alla fin fine, si tratta di tentativi vuoti. Oggi citare è una roba da poveracci, da accattoni, da ignoranti che vogliono cavarsela in modo facile. Non lo è in assoluto, ma a seconda dal contesto. Il problema è che i contesti si sono moltiplicati. In pochi annotano frasi sui taccuini, ma in tanti le condividono sui social. È una nuova era del citazionismo, portata avanti da persone che leggono poco e non si sforzano nemmeno di crearsi il terreno per utilizzare una frase ad effetto. La piazzano lì, e pazienza. Alla maggior parte piacerà, solo una manciata ne capirà il significato, e nessuno s’interrogherà sull’intento del messaggio. Dichiaro quindi la mia colpevolezza prima del giudizio finale: anch’io fra i vari social ho una citazione, tratta dal libro «Il Paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria» di Domenico Quirico e Pierre Piccinin da Prata (testo sublime che però consiglio solo ai forti d’animo a causa della sua durezza).

«La vita ha una sola parola e la mantiene. Gli uomini, solo gli uomini deludono».

*Il titolo di questo post è ovviamente una citazione indiretta de «Il giornalismo è roba da accattoni», di Matteo Marani, segnalatomi qualche anno fa dall’amico Matteo Ciofi (http://blog.guerinsportivo.it/ilcorsivo/2014/03/28/il-giornalismo-e-roba-da-accattoni).