La mia intervista a Eduardo Paes, sindaco di Rio

Murales di Kobra “ Somos todos um” al Boulevard Olímpico del Porto Maravilha. (Foto Flickr autorizzata, Roberto Castro/ME)

(Il 10 dicembre 2015 ho intervistato Eduardo Paes, il sindaco di Rio de Janeiro. Oggi la situazione politica del Brasile è profondamente diversa. Alcune polemiche sulle Olimpiadi persistono, altre sono state superate. Nel frattempo è scoppiato uno “scambio di canguri” con l’Australia. L’intervista è stata pubblicata il 27 dicembre 2015 sul Messaggero. La ripropongo qui perché ritengo che possa aiutare a ripercorrere alcune tappe dei Giochi. Riproduzione autorizzata citando la fonte.)

Da Rio de Janeiro

Rio de Janeiro, come gran parte delle città nella fase pre-olimpica, è un vulcano: lavori in corso, traffico in aumento e nuove strutture. La capitale carioca, però, sembra essere più che pronta per la sfida delle Olimpiadi, le prime nella storia del Sud America. Eduardo Paes, sindaco dal 2009 al suo secondo mandato, racconta la sua città ideale e dispensa qualche consiglio a Roma, candidata per il 2024. Dall’assegnazione alla consegna delle strutture, per capire quanto valga la pena gettarsi nell’avventura olimpica.

Sindaco, come procedono i preparativi per le Olimpiadi?

«Penso che tutto stia andando bene. Per le consegne c’è sempre una certa sfiducia nei confronti del Brasile. Il 2014 è stato piuttosto intenso, ma la tensione è diminuita nel primo semestre del 2015 e adesso siamo in regola con la tabella di marcia. Siamo addirittura in anticipo su alcune opere. Quasi ogni 15 giorni inauguriamo uno stadio e continueremo così fino a maggio. Per le infrastrutture siamo in tempo, ma si tratta di interventi ben più complessi di uno stadio sportivo. Adesso siamo concentrati nella parte operazionale e logistica della città. Un Olimpiade, in tempi di pace, è paragonabile solo a un’operazione di guerra. Sono ottimista, le opere saranno terminate con grandi benefici per Rio de Janeiro».

Lei iniziò il primo mandato nel gennaio 2009, mentre Rio vinse i Giochi a ottobre dello stesso anno. Roma, invece, pur essendo candidata per il 2024, attraversa una fase di instabilità. Quanto è importante avere continuità politica per una città olimpica?

«Ha aiutato parecchio. Se stiamo rispettando i tempi, è solo perché abbiamo pianificato i passi precedenti. È ovvio che un altro sindaco sarebbe in grado di proseguire il mio lavoro, ma l’importante è che rispetti le linee guida tracciate in passato. Penso che per Roma sia fondamentale creare una struttura statale e permanente, a prescindere dal sindaco in carica. Se si riesce a mantenere questa continuità, non vedo problemi. Instabilità, discussioni, cambi e nuove elezioni fanno parte della democrazia. Certo, avere lo stesso amministratore dall’inizio alla fine è un vantaggio, ma non penso ci siano problemi con 1, 2 o 3 sindaci differenti. Esistono casi di successo in situazioni simili».

Non pensa che ormai le città candidate dovrebbero sottoporre un referendum ai cittadini, come ha recentemente fatto Amburgo?

«I governanti devono sempre essere in sintonia con la popolazione. Nessun politico compie atti completamenti contrari alla volontà delle persone. L’importante è non perdere questa sintonia, per noi è stata fondamentale per vincere le Olimpiadi. Concorrevamo contro Chicago, Madrid e Tokyo: centri più moderni e organizzati rispetti a Rio. Abbiamo trasmesso l’immagine che le Olimpiadi sarebbero state utili per la città, e non il contrario. Questo è il consiglio che mi sento di dare a Roma: i Giochi devono servire come opportunità di trasformazione per la città. È chiaro che Roma ha maggiori infrastrutture rispetto a Rio, stadi pronti, avendo già realizzato l’evento. Solo non si può scavare più di tanto per la metro (ride…)».

In Italia, però, molti pensano che sia meglio non ospitare le Olimpiadi per limitare eventuali scandali di corruzione. Avete affrontato lo stesso timore?

«Un governo corrotto ruba comunque, a prescindere dalle Olimpiadi. Bisogna avere trasparenza e controlli. Finora non c’è uno scandalo che coinvolga le opere di Rio. E pretendiamo continuare così».

In Europa, però, c’è un certo timore dovuto anche ad Atene 2004, che sicuramente non aiutò la Grecia in un momento di crisi latente. Le Olimpiadi rappresentano un opportunità o un danno?

«È ingiusto addossare le colpe della crisi greca alle spese olimpiche. La Grecia è molto più grande di Atene. Il loro problema è stato quello di non aver dato priorità al cambiamento della città. Prendiamo due casi: Barcellona e Atene, la prima ha cambiato volto, la seconda no. Rio sta utilizzando quest’evento per migliorarsi. Bisogna avere un obiettivo chiaro e farsi delle domande: vale la pena portarlo a Roma? La vita delle persone migliorerà? Se ci sono questi presupposti, non esiste il rischio di fallimento. Se il focus è quello giusto, le Olimpiadi possono essere una grande chance».

Una delle eredità di Rio probabilmente sarà una maggiore inclusione della periferia nord, inserita anche nel circuito olimpico.

«La manifestazione sarà diffusa in tutta la città. Gli sport all’area aperta saranno nella zona sud, nella famosa Copacabana. Il secondo cluster è quello del Maracanã, mentre il terzo comprende Deodoro, periferia nord, la parte più povera di Rio. L’altro è situato fra i quartieri della Barra da Tijuca e Jacarepaguá, l’area più moderna. In tutti gli interventi abbiamo cercato di portare benefici per le persone meno abbienti».

Quando però abbiamo assistito a un test della BMX, c’è stata un’invasione da parte degli abitanti della favela adiacente, forzando la sicurezza per entrare. Come si fa a portare le Olimpiadi ai piedi di una favela senza che i residenti possano parteciparvi?

«La maggior parte dei presenti era stata invitata. Nel caso specifico della BMX, abbiamo già aperto il parco ai residenti, l’unico caso di eredità anticipata. È chiaro che negli stadi non c’è spazio per tutti, ma questo è un ragionamento valido anche per Roma, Los Angeles o Parigi. Le strutture non devono servire solo ai turisti stranieri, ma devono essere sfruttate dagli abitanti».

È prevista una quota di biglietti riservati agli abitanti di Deodoro?

«Gli eventi hanno limiti fisici. Abbiamo invitato alcuni residenti ai test e il Comune sta comprando dei biglietti che saranno destinati alle scuole pubbliche, quindi in un certo senso destineremo alcuni ingressi alle fasce più povere di Rio».

Apertura del Villaggio Olimpico di Rio 2016. (Foto Flickr autorizzata, Roberto Castro/ME)

Queste Olimpiadi sono già famose per le PPP (Partnership-Pubblico-Privato). Non avete timore di una speculazione immobiliare?

«Non credo, la speculazione è già una realtà di Rio. In questo momento è diminuita solo perché il mercato è debole. Anzi, mi risulta il contrario: le persone hanno difficoltà a vendere a causa della crisi economica».

Il villaggio degli atleti è completamente privato e tale rimarrà dopo l’evento, giusto?

«Sì, non è costato un centesimo al governo, l’hanno costruito imprese private. Dopo le Olimpiadi, potranno vendere le case e parte dell’area del Parco Olimpico. Anziché spendere i nostri soldi per fare appartamenti chic per gli atleti, abbiamo realizzato circa 70.000 case popolari per gli abitanti di Rio».

Lei sembra trasparente nell’affrontare la questione. Dice di essere stato “obbligato” a far intervenire i privati per non ricorrere ai fondi pubblici. Ha approvato una legge per aumentare il numero di piani degli edifici, ammettendo che si trattava di uno scambio affinché l’impresa poi costruisse anche il centro Media. In nome di questa trasparenza, però, non sarebbe stato meglio rinunciare ai finanziamenti elettorali ricevuti dalle imprese olimpiche?

A chi si riferisce, per esempio?

La Carvalho Osken, fra le altre.

«Il terreno dove hanno costruito il villaggio Olimpico è stato scelto dal mio predecessore. Le Olimpiadi le abbiamo vinte nel 2009, ma il progetto era stato presentato già nel 2007. L’hanno scelto il sindaco precedente e il Comitato Organizzatore».

Lei però ha acconsentito ad aumentare il numero di piani da 11 a 17. Potrebbe risultare difficile far comprendere certe dinamiche ai cittadini.

«Non vedo problemi. I finanziamenti sono legali e rispettano la legge elettorale brasiliana. Nel caso della Carvalho Osken è stata una proposta dell’ex sindaco. Il mio percorso nell’amministrazione pubblica garantisce la mia decenza».

Ci sono stati anche casi di operai ritrovati in condizioni di semi-schiavitù. Fra gli ultimi quello dell’impresa Cyrela, che aveva subappaltare due volte i lavori nella costruzione del Villaggio dei Media. Il Ministero del Lavoro ha trovato 11 dipendenti senza minime condizioni.

«Dobbiamo punire questi abusi. È un bene che esista un organo predisposto del Ministero. Ci sono milioni di persone che lavorano per i Giochi, dobbiamo stare attenti».

Qual è stata la sua reazione agli attacchi di Parigi?

«Si tratta di attacchi alla civilizzazione. Tutti ne siamo stati toccati. Dobbiamo chiaramente intensificare le procedure di sicurezza. Il Brasile non ha trascorsi come paese guerrafondaio e colonizzatore, siamo pacifici, ma la presenza d’Italia, Francia, Germania, Stati Uniti — paesi storicamente colonizzatori e bellicosi — ci obbliga ad avere maggiore attenzione. Siamo in costante contatto con gli organi anti-terrorismo e l’intelligence dei paesi europei e degli Stati Uniti, affinché non accada nulla».