Denali, c’era una volta in Alaska


La montagna più elevata non è per forza la più difficile. Dipende da troppi fattori, oggettivi e soggettivi. Per esempio, i fattori ambientali. È questo il caso di una vetta quasi sacra per gli statunitensi, cioè il Denali. Enorme, maestoso, potente, il massiccio del Denali era e resta una delle mete più ambite dagli alpinisti di tutto il mondo. Un po’ per il suo essere così remoto, un po’ per il suo misticismo.

Quando Anatoli Boukreev, formidabile alpinista kazako prematuramente morto sull’Annapurna nel Natale del 1997, decise nel 1990 di intraprendere la via dell’Alaska, dove si trova il Denali non se lo aspettava così immenso. Arrivò prima ad Anchorage, città più grande dello Stato, e poi si trasferì a Talkeetna, cittadina di poco meno di 900 abitanti usata da sempre come base di partenza per le spedizioni sulla montagna. Boukreev arrivò a maggio in Alaska, e al termine di un breve acclimatamento, partì per la vetta. Dopo solo dieci ore e mezzo era in cima. I ranger del Denali National Park rimasero allibiti. Nessuno di loro aveva mai assistito a un’impresa del genere. Rapida, pulita, precisa. «È irreale quello che ha fatto Boukreev», dicono in coro. Eppure, per il kazako non è stata una passeggiata. Anzi. Perché il Denali sa essere ben più estremo dell’Everest, come ricorda più volte l’American Alpine Club (AAC) nelle sue pubblicazioni. Sia per la vicinanza al Circolo polare artico, sia per il fatto di trovarsi in mezzo al nulla. Il telefono GSM non prende, e anche se prendesse, i soccorsi arriverebbero in ritardo. Bisogna affidarsi quindi a un telefono satellitare (funziona solo la rete Iridium) e a una preparazione fisica adeguata, che permetta di affrontare la salita lungo le pendici di questo monte che da sotto sembra sterminato.

Il Denali è la terza vetta più prominente del pianeta, dopo Everest e Aconcagua. È alto 6.190 metri, ma non è quello che spaventa gli alpinisti. No. Sono gli oltre 5.500 metri che separano la base dalla sommità. 18,000 piedi, per dirla come gli americani, che sono battuti dal vento in modo costante, perché il massiccio del Denali è anche la terza montagna più isolata al mondo. È per questo che è così esposta al vento. Per rendere l’idea di quanto possa essere severo il Denali, il 30 novembre 2003 la stazione meteorologica installata dal Japan Alpine Club a quota 5,710 nel 1990 registrò una temperatura minima di −59.1°C che, combinata a un vento di quasi 30 km/h, portava la percepita a –83.4°C. Non c’è indumento che tenga, a quelle temperature. La prima invernale, non senza difficoltà, è datata 28 febbraio 1967, 54 anni dopo la prima ascesa, a opera di Dave Johnston, Art Davidson e Ray Genet.

Il Denali, Alaska

I nativi americani Koyukon chiamavano Deenaalee questo massiccio composto di plutone granitico. Lo hanno sempre chiamato così. Per loro, infatti, quella parola significa “Grande Montagna”. E come abbiamo visto, il Denali non è solo grande. È un immenso ammasso di roccia e ghiaccio. Purtroppo, per motivi politici quello che era il Denali cambiò nome. Nel 1896 il cercatore d’oro William Dickey fu il primo a chiamarlo Mount McKinley, in onore di William McKinley, 25esimo presidente degli Stati Uniti d’America, morto assassinato nel 1901. Per onorare la sua memoria, il Congresso e il presidente Woodrow Wilson decisero nel 1917 di ridenominare il Denali in McKinley, non senza le proteste della popolazione indigena. Solo nell’agosto del 2015 il presidente Barack Obama decise di riportare la montagna al suo nome originario, Denali. Una scelta accolta in modo positivo dagli abitanti dell’Alaska, che ricordano ancora oggi le dispute su quel nome considerato “improprio”.

Il primo tentativo di ascesa sul Denali è del 1903. Il giudice distrettuale James Wickersham tenta la vetta attraverso lo Hudeetsedle Toyaane’, o Peters Glacier, e poi lungo la parete nord, ridenominata in Wickersham Wall. Il giudice fu però fermato dalle condizioni meteorologiche proibitive per l’attrezzatura tecnica dell’epoca. Il 20 giugno 1903, Wickersham scrisse sul suo diario che «non ci sono chance per ascendere il Denali in questa stagione, e in nessun’altra». Terrorizzata dal vento polare, la spedizione tornò a Fairbanks con un insuccesso. Colpa, dicono gli annali, non solo dell’attrezzatura, non adeguata ai meno 40, che con il windchill diventano molto meno, ma soprattutto di una totale improvvisazione della compagnia. Troppo poco esperti, dice l’American Alpine Journal.

La prima ascesa, tanto attesa specie dai politici dell’Ohio, patria di McKinley, arriva solo dieci anni più tardi, il 7 giugno 1913. L’ironia vuole che il primo a mettere piede sulla vetta sia Walter Harper, nativo dell’Alaska, seguito da Hudson Stuck, un britannico, Harry Karstens, che poi sarà il sovrintendente del Denali National Park, e Robert Tatum, un arcidiacono del Tennessee. La durezza dell’ambiente li costringe a numerosi rallentamenti. Il campo base è battuto dal vento, ma il peggio deve ancora iniziare. Seracchi e crepacci nascosti dalla neve riportata, distese di ghiaccio che non scricchiola solamente, borbotta e tuona. Harper nel suo diario scrisse di «non aver mai provato così tanta paura in montagna». E sì che lui ne sapeva sia di neve sia di ghiaccio sia di roccia. «Quando senti certi rumori del ghiacciaio sai che non sei al cospetto solo di un mantello di ghiaccio che ricopre una montagna. Sei al cospetto di una “cosa” viva, che pare quasi che tu gli dia fastidio. E se gli dai troppo disturbo, ti inghiotte. Ecco, noi abbiamo vissuto così per tutti questi giorni», scriveva Harper. Un mostro di ghiaccio e roccia? A vederlo, difficile non credere alle parole di Harper.

Quello che rende il Denali così bramato dagli alpinisti non è solo il fatto che è la vetta più alta del continente nord-americano. Ciò che lo rende speciale è la sua wilderness, un concetto difficile da spiegare agli europei. Primo, perché le vette europee sono considerate “vicine”. Sono quasi tutte a ridosso di importanti centri abitati, hanno avvicinamento brevi e sono state oggetto della civilizzazione in tempi antichi. Basti pensare alle Alpi. È vero che alcune pareti, come la Nord dell’Eiger, negli Anni Trenta del secolo scorso rappresentavano gli ultimi problemi delle Alpi, ma è altrettanto vero che erano tali per le difficoltà tecniche, più che quelle oggettive di avvicinamento. Il Denali è diverso. È immerso nella più selvaggia natura incontaminata (sì, ancora oggi), capace da sola di sfiancare anche il più esperto alpinista. La presenza del parco nazionale, delle sue strutture, e delle agenzie che organizzano le spedizioni commerciali sul massiccio non rendono al meglio lo sforzo fisico e mentale che occorre per salire questa vetta.

Quello appena descritto è ciò che ha ribadito Riccardo Cassin, che nel 1961, insieme a Luigi Airoldi, Luigi Alippi, Giancarlo Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi, scalò lungo l’immensa parete Sud quella che ancora oggi è considerata come la più intricata e complicata via del Denali. Cassin e i suoi si prepararono per anni prima di poter affrontare i 3.000 metri della Sud. Quando nel luglio del 1961 arrivarono in vetta, i ranger del parco nazionale lo comunicarono al presidente americano John Fitzgerald Kennedy che, incredulo, mandò un telegramma agli audaci. Anche nel 2017 la Cassin Ridge è definita come la più ostica delle vie per la vetta del Denali.

Un inferno di ghiaccio fino a 65° di pendenza, sferzato da venti poderosi e costanti, che possono in brevissimo tempo congelare le estremità corporee.

Una prova? Nel 2011 Jonathan Griffith e Will Sim salirono lungo questa via, e Griffith commentò: «Non ci sono dubbi. La Cassin è stato il culmine della nostra spedizione e siamo felici di essere stati in grado di salirla senza interruzione. L’avvicinamento a una delle più grandi pareti del mondo per affrontare una delle più celebri vie d’America, con solo uno zaino da “giornata”, è stato inquietante ma siamo riusciti a superare la via in 14 ore e 40 minuti». E la potenza dell’impresa di Cassin, che all’epoca aveva 52 anni, è ricordata ancora oggi dai media statunitensi, come il New York Times, che ha dedicato pagine su pagine a quella ascesa leggendaria.

La wilderness, appunto. Quella del Denali è estrema. Da un lato, il freddo polare. Dall’altro, la lunghezza delle vie. In mezzo, un ambiente popolato da alci e grizzly. Nonostante ciò, le spedizioni commerciali che hanno come meta il Denali erano e restano numerose. Con 8.500 dollari, per esempio con la società Adventure Consultants, si può comprare il biglietto per l’ascesa. 21 giorni di spedizione, senza però i costi di trasporto da e per l’Alaska, né per vitto e alloggio ad Anchorage e Talkeetna. Morale, con circa 15.000/17.000 dollari si può tentare la scalata della più importante montagna del Nord America. Nel solo 2015, secondo i dati del National Park Service, 1.090 alpinisti hanno approcciato il Denali. Di questi, 628 hanno raggiunto la vetta. Vale a dire, il 58 per cento. Secondo le statistiche, dunque, si tratta di una montagna da considerare accessibile. Ma fino a che punto? L’abuso di ossigeno supplementare è conclamato, così come quello di corde fisse e portatori. Del resto, e non è una novità, avere sul curriculum alpinistico una delle Seven Summit è motivo di vanto e prestigio in qualunque ambito professionale. Ancora di più se una persona pone la propria foto in cima al Denali dietro alla sua scrivania di mogano.

Come ha rammentato più volte dalle pubblicazioni dell’American Alpine Club, le condizioni a cui sottopone il corpo umano il Denali sono proibitive. Eppure, nonostante ciò, al 18 luglio scorso, su 1.126 tentativi, 676 alpinisti hanno raggiunto la sommità. Quasi tutti senza usare lo stile alpino, fatto di minimizzazione dell’equipaggiamento e tanta velocità nell’ascesa. La domanda che in molti abitanti dell’Alaska si pongono è solo una: “Fino a che punto bisogna accettare le spedizioni commerciali?”. La risposta è nota. Più ci sarà l’allure del Denali “accessibile”, più aumenteranno attività del genere. E non è così scontato che sia un fenomeno positivo. Tra le fonti di fascino del Denali c’è proprio la sua wilderness, il suo essere da sempre considerato inaccessibile. Aerei ed elicotteri, tuttavia, possono fare quello che una volta era compiuto a fatica. L’ossigeno può essere determinante e i portatori si possono sobbarcare la maggior parte del lavoro sporco, al pari di corde fisse e jumar. Così come per le grandi vette himalayane, però, resta un quesito irrisolto: ne vale davvero la pena?


(Questo articolo, pubblicato con il titolo “Denali, c’era una volta in Alaska”, è tratto da Alpinismi.com, una nuova rivista online scritta da alpinisti e rivolta a chi ama la montagna, alpinisti e non solo, ideata e diretta dai giornalisti Fabrizio Goria e Emanuele Confortin).


Originally published at medium.com on January 25, 2017.

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