IWTF 2012 - I want to Finish 2012

Enduro. E N D U R O . EN-DU-RO.

Tre sillabe, tre passi che la lingua muove nel palato per comporre una parola di sole 6 lettere, ma che racchiude un universo di significati, sensazioni, emozioni.

Si inizia con l’EN, lieve come una carezza, piacevole come un soffio di brezza marina nel tardo pomeriggio; così dolcemente si presenta l’enduro, promette subito il suo lato bucolico e poetico: moto che senza apparente fatica percorrono sentieri immersi in rigogliose foreste, che dall’alto di maestose montagne guardano profonde vallate, piloti appagati e felici.

Ma poi la lingua sbatte sui denti, ed esce la seconda sillaba, DU: dura e sgradevole come una moto ed un pilota che si schiantano a terra sulla roccia impietosa di uno scalino impossibile, o di un albero che è dove proprio non dovrebbe essere, plastiche che esplodono, preziose leghe di acciaio ed alluminio che si graffiano e si segnano, abbigliamento che si straccia, purtroppo anche ossa e carni che si ledono, a volte; sofferenza, fatica, disagi, freddo, caldo, buio …

Ed infine si chiude con la terza sillaba, RO; suono profondo, che viene dalle viscere delle corde vocali e più giù, enigmatico, primitivo, arcaico; dopo la ingannevole seduzione dell’EN, dopo la cruda disillusione del DU, il RO sembra il barrito di una bestia primitiva, il richiamo di un Uomo delle Caverne, con quella Ooooo che si perde nell’eco fra le montagne, l’urlo di orgoglio che l’endurista lancia al creato: resistere, tenere duro, non mollare mai.

Oppure, potremmo anche declinarlo alla francese, RO’, endurò, una spolverata finale di nobiltà demodè ed anche un po’ glamour, siamo enduristi, siamo pochi, siamo strani agli occhi della gente, e ce ne facciamo un vanto.

Di enduro ce ne sono di 1000 tipi, forse tanti quanti sono i praticanti nel mondo, ma sostanzialmente il significato più puro è questo: RESISTENZA.

In lingua anglosassone “endurance” vuol dire proprio resistenza; Lasciamo perdere la velocità e la tecnica, le acrobazie dei freestyle-cross-trial, gli hard-extreme di ogni ordine e grado; fare enduro è attraversare un territorio, dalla data partenza al dato arrivo, il più possibile al di fuori dell’asfalto, superando tutte le avversità dell’ambiente geografico, sopportando tutti gli elementi climatici ostili, risparmiando od al caso ripristinando l’efficienza del mezzo meccanico, dosando fino alla fine le proprie forze fisiche e psichiche; in una parola, resistenza: questo è l’enduro.

Quindi, lo slogan “I WANT TO FINISH”, motto e titolo dell’evento ideato per la sua 2 gg di enduro dal mio amico Faga, al secolo Luca Fagarazzi, è quanto di più vicino ci sia al concetto puro di enduro, depurato del pur lodevole agonismo delle gare ufficiali.

Si dirà: cosa c’è di diverso rispetto a qualsiasi girata di 2 gg? Ce ne sono tanti di bravi enduristi che organizzano giri in moto: un punto di ritrovo in un parcheggio o bar qualsiasi, montagne e sentieri, la prima buona trattoria/albergo sulla strada …

Verissimo, ma è qui che il Glamour Enduro fa la differenza, l’endurista della domenica con noi è coccolato come la primadonna del WEC (il Mondiale Enduro):

un negozio di accessori ed abbigliamento moto, Area Moto Zanè, come partenza (non si sa mai che qualcuno dimentica a casa i guanti o gli stivali!); buffet matrimoniale; gazebo e pedana di partenza che fa tanto “gara”; servizio di trasporto bagagli e benzina “andata e ritorno” verso l’albergo per i piloti; fotografo professionista Ufficiale a seguito di tutta la manifestazione, in partenza ovviamente ma sopratutto lungo il percorso; in più, amici anch’essi a fotografare il passaggio del gruppo; pernotto in appartamenti stile “antico Veneto” troppo belli, e con doccia idromassaggio; cenone squisito con “one man show” a consegna dei diplomi di partecipazione IWTF (e scusate se è poco!); ed il secondo giorno si riparte, come e meglio del primo, con finale in birreria a castagne, brulè e torta.

Glamour Enduro: What else?

Ovviamente tutto ciò non poteva essere realizzato solo dal Faga, ottimo regista, ma con strumentisti d’eccezione: Giorgio “Area Moto” ed il suo staff, ci mettono l’attività a disposizione, il di lui padre che ci ha montato la pedana, Matteo Hurrycane Aramini, il pubblic relation manager della IWTF, Icio con le sue pizzette, i kit survival, ma sopratutto endurista su cui puoi sempre contare lungo il giro, Centofante il fotografo Professionista Ufficiale, Korradok, Bepj Kost autisti e fotografi, l’Alpino di Posina e l’On the Road di Santorso, ed umilmente, il sottoscritto per parte del tracciato.

PROLOGO

Scatto d’artista: Centofante alla IWTF.

E veniamo finalmente all’evento.

25 piloti pronti al via in quel di via Prà Bordoni, c/o Area Moto, eccoli, i Fantastici della IWTF 2012:

MARCO CAPOZZO KTM 450 RE GAETANO KTM 250 MATTEO BONATO KTM 450 POZZO GIUSEPPE KTM 520 MENEGHELLO ALESSANDRO KTM 300 ZICHE GIOVANNI TM 250 ZENERE RAFFAELLO BETA 450 VERDURA LUIGI HONDA XR 400 R MANGANELLI FABIO KTM 450 COSTA ANDREADA ROIT ANDREA DAL SANTO ANDREA MUNARETTO SIMONE FANTIC 300 SEGANFREDO ALBERTO KTM 300 LAZZARI FILIPPO HUSQVARNA 510 GIACOMELLO FABIO KTM 450 PONZA MARCO KTM 450 MANZARDO FRANCO FRACCARO DARIO GASPARI VALERIO LORENZINI MATTEO TM 300 ALVES FRASCHETTI HONDA XR 400 R DE MURI MAURIZIO KTM 530 FAGARAZZI LUCA HUSABERG 450 FE

La squadra motobruca (non al completo!).
I topo riders del MC Cogollo.

L’edizione 2011 ha, come si suol dire, avuto un notevole ritorno: un anno dopo le partecipazioni sono quasi raddoppiate, addirittura è stato necessario formare una lista di attesa; i migliori piloti del vicentino e del Veneto, la crema dei motobruchi, hanno sgomitato per partecipare.

L’aspettativa è notevole, oserei affermare altissima: settimane e settimane di pompamento su forum e FB, con foto di ricognizioni, anteprime, filmati (stupendo quello della presentazione, con immagini di Posina mixate ad altre di hard enduro!), hanno sortito un gasamento immane nel pubblico partecipante.

Tale sentimento ha però il suo dantesco contrappasso, sperimentato sia dai partecipanti che dagli organizzatori, e lo assaporo intensamente nel buffet pre partenza da Area Moto; c’è allegria, c’è goliardia, ci sono gli sfottò di prammatica tra enduristi su mezzi, piloti, passate e future gesta. Ma sotto sotto si respira ansia da prestazione, tanti sono sicuro che pensino:”resisterò a tutti i 2 g di IWTF? Sarò abbastanza bravo da superare tutte le insidie del percorso? La moto reggerà agli sforzi?”; come ha sottolineato sagacemente Hurrycane, meno della metà dei partecipanti 2011 ha rinnovato la partecipazione, qualcuno da una mano, qualcuno sarà alla cena, di sicuro non avevano possibilità pratica di partecipare, ma, detta brutalmente, suonerebbe così:”Cazzo, nessuno dell’anno scorso ritorna, quanto cazzo dura è?”. Sono particolari che colpiscono la fantasia, più di tante foto o parole.

Briefing

Ma il nervosismo è anche degli organizzatori; con un gruppo così numeroso e competente, il percorso sarebbe stato all’altezza? Troppo facile, e allora quale IWTF, sarebbe stata una passeggiata come ce ne sono tante … troppo difficile, ed allora 20 piloti fermi a scavare in mulattiera, con l’incubo di GEV e rompiballe vari in agguato … in più ci si era messo pure il tempo; prima dell’evento, una settimana intera di pioggia, fiumi e torrenti in piena, nella notte tra giovedì e venerdì la prima neve invernale, scesa fin quasi a 5–600 metri: da castrare il percorso doppiamente, in quanto la prima parte si sviluppava lungo fiumi e torrenti, la seconda saliva in quota!

Io ero per tagliare del tutto la parte fluviale, troppo il rischio che a qualcuno cadesse subito la moto in acqua con conseguente morte meccanica del mezzo, e relative problematiche (recupero, trasporto pilota); il Faga invece monitorava continuamente il livello delle acque, l’ultima verifica la mattina stessa della partenza, ed il responso del Glamour Boy era positivo: il fiuming si sarebbe fatto!

E così, illuminata da un solitario, speranzoso raggio di sole, intrufolatosi fra grasse nubi color asfalto, prende il via la IWTF 2012.

ACQUA — URBAN ENDURO

Gli antichi non conoscevano la tavola periodica degli elementi, per loro l’essenza di tutte le cose, di tutto il mondo, era costituita dai 4 elementi, Fuoco, Terra, Aria, Acqua, variamente combinati tra loro. E la IWTF parte proprio dall’acqua, elemento caratterizzante della sezione “Urban Enduro”.

Io, facendo mio il motto paganiniano, “SuperHank non ripete”, avrei rivoluzionato il percorso, invertendolo totalmente rispetto al 2011, perciò sacrificando l’”Urban”; ma il Faga ci tiene tanto, inoltre ripetere pari pari il percorso del 1° giorno 2011 ci dava una ragionevole certezza nella tempistica con fotografi e ristorante; mi sarebbe restata la domenica per sbizzarrire le mie voglie di nuovi percorsi … ed allora che “Urban” sia!

Un percorso urbano dovrebbe svilupparsi tra discariche abbandonate, aree industriali in disuso (magari contaminate da scorie tossiche!), edifici abbandonati od in costruzione, campi di zingari, stazionamenti di baldracche … ma per fortuna siamo nell’Alto Vicentino, e siamo quasi del tutto privi di siffatte meraviglie della civiltà urbana. L’”Urban” del Faga è un tour di campagna, lungo e dentro i torrenti dell’alta pianura, attraverso gli ultimi campi scampati alla cementificazione, lambendo le poche fattorie rimaste: lo definirei più correttamente “Rural”, ma se deve essere Urban, chiamiamolo così!

I primissimi metri sono però realmente cittadini, sfiliamo nel centro storico di Tiene, attraversando in selvaggia parata piazzetta Rovereto, la piazza più glamour della città, e poche centinaia di metri oltre, fra un ristorante ed un campo incolto, ci caliamo nel greto del Rozzola, un fosso sempre in secca che attraversa il quartiere nord est della cittadina.

È vero Urban questo, si passa sul retro degli edifici cittadini, fra i giardinetti e orti con cancelletto di casette a schiera, fra muri di attività artigianali e commerciali, sotto lo sguardo incuriosito degli abitanti, o del loro udito, per quelli che sentono il ruggito di 20 moto e non le vedono nel campo visivo.

Urban enduro

Non mi capacito come questo rigagnolo sia sempre asciutto, nonostante la pioggia immane dei dì precedenti le pietre sono secche e polverose; pietre del calibro variante dal pugno al melone, buone per far scartare continuamente l’avantreno ed affaticare il pilota: un inizio strong, senza riscaldamento, l’ideale per stroncare immediatamente il fisico. E poi ci sono subito 2 ciliegine sulla torta, 2 scalini di cemento da scavalcare.

Il primo è “facile”: un muretto verticale di circa mezzo metro, una impennata per portare la ruota anteriore sopra, il posteriore a seguire, di motore o di forza muscolare (leggi braccia). Tutti vanno veloci, ma è il secondo ad essere un brutto affare: il gradino è doppio, ad una prima alzata di 40–50 cm ne segue una seconda uguale, con una pedata l(o spazio orizzontale fra le 2) largo 30–40 cm.

Quasi impossibili da affrontare assieme, e trasversalmente; la tecnica più efficace consiste nel mettere la moto parallela al gradone, impennarla da ferma ruotando leggermente il manubrio in modo da far atterrare la ruota anteriore sul primo gradino; alzare di peso il retrotreno e, con la moto ora parallela al secondo gradino, ripetere la manovra, per condurla definitivamente oltre l’ostacolo; finezza da professionisti del trial, puntare la ruota anteriore sulla parete di cemento e utilizzarla come sponda su cui girare l’avantreno. Centofante “spara” ad alzo zero i suoi scatti sui piloti, Hurrycane è con lui, le ci sono persino amici venuti a piedi per vedere il passaggio!

Il Glamour apre le danze sui gradoni di cemento.
Compagnia della spinta; notare il pubblico oltre la recinzione. Il sabbione alla basse non aiuta le manovre.
Tecnica di sponda: il muro come appoggio. Il simpatico tunnel oltre gli scalini.

Io volevo tagliarlo questo pezzo, temevo di far tappo per un’ora, ma sugli scalini le moto salivano come piume ed in 15 minuti erano passati tutti! Infine, come aperitivo, 2 lunghi tunnel passanti sotto edifici industriali, dove guidare stesi bocconi sulla sella, oltre i quali iniziava la campagna, ma non terminavano i torrenti. E per finire alcuni scatti del tratto a monte dei gradini e dei tunnel, un “banale” torrente in secca:

Fuori dal tunnel. Simone Mun. The victim. Fede. Cachemirino. Mnazardo.

Into Igna creek

Breve trasferimento su capezzagne e ci tuffavamo dentro il secondo torrente, l’Igna, e qui di acqua ve n’era in abbondanza, e non si trattava di guadarlo, ma di corrervi dentro per un buon km.

Igna creek: chi farà il primo tuffo?

Inaspettatamente, il transito si rivela più facile che nella ricognizione: la temuta ondata di piena è passata, ed ha condotto con sé gran parte delle erbacce e rovi che erano cresciuti nel letto in secca, rendendo penosa l’avanzata al sottoscritto ed al Faga un mese prima; l’insidioso fondo è perfettamente visibile, e procediamo veloci seguendo la corrente, saltando od aggirando di lato le briglie in cemento, passando sotto ponti, guadando ripetutamente il torrente fra le isole di detriti sulle rive.

Tecniche di passaggio briglie:

Korradok, Bepj ed Aco sono appostati per immortalare il nostro passaggio, la copertura mediatica della IWTF è eccezionale. Qualcuno annaspa e si sdraia su dislivelli ed argini, ma rimaniamo compatti ed anche questo torrente viene superato in scioltezza.

Under the bridge:

Into Astico creek

Il timoroso raggio di sole che aveva salutato la nostra partenza si è presto dissolto in un uggioso e tetro scenario invernale, con nuvole promettenti acqua e d ancora acqua, semmai ce ne fosse bisogno. Qualche goccia già cade, la IWTF prosegue incontenibile verso il successivo torrente, l’Astico. Torrente … ma oggi assume la veste del grande fiume, quasi tutto l’alveo è invaso dalla massa di acqua di un verde smeraldo, fa paura da quanto mugghia e ribolle, caderci dentro vorrebbe dire finire dritti dritti in Adriatico. Attraversiamo la “No man’s Land” tra acqua, argine, campi e case; un ripido argine da scalare è occasione di show, un paio di moto sono da afferrare al volo o trascinare sul ciglio, ma le braccia sono tante e si fa presto.

Decollo.Sconforto del povero The Victim. La compagnia della spinta c’è!

Into Chiavone creek

Dall’Astico passiamo ad un suo affluente, il Chiavone, il torrentello che attraversa Calvene ed alle sue spalle si ramifica in molteplici vallette fra le crepuscolari colline, come le rughe che si irradiano dagli occhi socchiusi di un ottuagenario.

In salita il gruppo si spezza, io, che faccio da scopa, mi fermo ad aspettare un paio di piloti che ritornano sui loro passi a cercare un marsupio, credo, poi recuperiamo il Frasca ed altri che hanno perso il contatto col Faga là davanti. Al galoppo affrontiamo le crepuscolari colline alle spalle del paese, l’elemento principe ora è la terra, direi meglio il fango, sono queste zone geologicamente rare nell’Alto Vicentino, area prevalentemente carsica, mentre queste colline sono di rocce laviche e con tanta argilla impermeabile, le acque, invece di sparire nel sottosuolo, impastano la terra ed il fango non manca mai.

Imprevisti.

Prendiamo quota guidando nelle ruere scavate dall’acqua torrenziale sul fondo delle mulattiere e sentieri, qualche albero crollato ci costringe ad arditi contorsionismi per passarvi sotto; non raggiungiamo il crinale, ma ci si ributta dentro una delle rughe collinari, giù per un mulattiera dove frenare, causa fango spalmato sui ”sassi mori”, i rotondi sassi lavici, è un concetto fantasioso. In fondo alla valletta, doppia possibilità: seguire il sentiero od infilarsi nel torrente e discenderlo per un tratto abbastanza lungo.

Giò Faga al comando.

Che fanno tutti? Dentro al rittano, senza esitazioni, alla bersagliera, nessuno cade, nessuno annega tra i flutti, prestazione eccelsa; in loco c’è pure Centofante, notare che il calcolo dei tempi di passaggio è stato “svizzero”, il fotografo ufficiale è sempre al posto giusto nel tempo giusto al momento giusto. Ed il suo sforzo non sarà sprecato, dal Chiavone usciranno immagini di potente intensità, moto in impennata, in derapata, flutti limacciosi, pietre, particolari: chapeau!

Carrellata di enduristi ai fanghi:

Pietra Porosa, l’Instoppabile! Manzardo, pane e mulattiere fin da piccolo.Il bestemmiatore.
Gamba tesa in torrente — olio su tela — Centofante 2012. Le teste di cuoio motobruche, Frasca & Fede.
Fumi? Prepotenza fra i flutti: Simone Mun Munaretto.

Abbandonando Calvene c’è un disguido, il gruppo si spacca nuovamente; colpa del Maestro, al secolo Luigi da Padova, che si attarda per motivi di toilette (lui non fa enduro se non è perfettamente rasato e pettinato, noblesse oblige!), in più un paio di piloti si piantano su una mulattiera e perdiamo il contatto con gli altri. Frasca affronta la situazione con 20.000 bestemmie (in realtà indirizzate ad un collega di lavoro, mai visto un cazziatone così!): ma il titolo di “Bestemmiatore” della IWTF è già stato assegnato nel 2011 a Raffo, che il WM Motobruco voglia contenderlo al padovano? Ci ritroviamo con gli altri per l’ultimo pezzo di fradice colline verso Chiuppano, ma anche qui il gruppo si sfilaccia; altra sessione di bestemmie del Frasca, ma solo a Piovene, casualmente ad uno stop, ritroveremo gli altri.

TERRA — ROCK ENDURO

la prima bastarda

Non più torrenti, non più acqua, ora la IWTF si declina alla Terra, nel suo stato più duro, la pietra.

Rocce e sassi, pietre e macigni, una spruzzata di ghiaia e pendenze al limite del ribaltamento: ecco la seconda portata del giorno, 4 salite bastarde e 2 discese non da meno.

Finisce l’asfalto, nasce la mulattiera, primo tornante ed è subito tappo; questo sottobosco è una dantesca“Gran Ruina”, macigni di ogni dimensione appena appena rivestiti da un velo di terriccio dove si aggrappano le piante; la mulattiera ne rispecchia la morfologia: pietre a lastra di traverso o per la lunghezza del sentiero, massi globosi da scavalcare, gradinate di pietruzze fisse al fondo, una sorta di selciato naturale, a piacere brecciame di tutte le dimensioni sparso negli interstizi dei grossi massi e, come zucchero a velo sulla torta, un piacevole velo di umidità e terriccio, spostato dalle prime moto, a ridurre la trazione verso lo zero assoluto.

Ed è subito tappo!

Qui si vede chi ha tanta “sata” (zampa in dialetto) e chi meno, non c’è storia, non c’è moto, non c’è gomma, non c’è mousse che tenga: o sai portarla su, la moto, o sei spacciato. Mai perdere velocità, mai perdere aderenza, essere costanti senza accelerare troppo, o troppo poco, indovinare la traiettoria di minor resistenza fra gli ostacoli, mai fermarsi. Ed una vecchia XR sale meglio di una moderna 450, ne supero parecchi fino a portarmi in zona tranquilla, per sorvegliare la marcia degli altri. I primi sono fuggiti, ma tanti mancano all’appello; si sentono motori rumoreggiare nel bosco, poi morire improvvisamente; minuti di attesa, poi compaiono moto; qualcuno scende ad aiutare, si chiede trepidanti “sei l’ultimo?” ma c’è sempre qualcuno che ancora manca!

Avanti alla bersagliera!

I primi radiatori vanno in ebollizione, fumate bianche che nemmeno al conclave per l’elezione del papa ne fanno così, moto sdraiate a terra ed abbandonate dai piloti:finalmente è IWTF, non sarebbe stata vera, senza sofferenza!

Si spingono moto, si tirano moto, ci si sbraccia ad indicare ai compagni dove passare, la miglior traiettoria; i miei compagni di marca XR, Luigi e Pietra Porosa, hanno qualche difficoltà, Pietra si ferma con la sua poderosa XR600 su una scalinata di sassetti viscidi, vorrei correre ad aiutarlo, ma lui respinge sdegnosamente il tentativo, riesca ripartire da solo, pedalando vigorosamente con quelle gambe da 3 metri che si ritrova.

Morti.Anche le Honda fumano.Orgoglio ed enduro: “faccio da solo”, il motto di Pietra Porosa.

Almeno mezzora, forse 3 quarti, dall’inizio del calvario fino al rimbandamento di tutto il gruppo.

La salita del Porco

Veloce trasferimento panoramico a mezza costa, poi un canalone trincerato ci porta precipitosamente a valle, dribblando macigni, alberi, smottamenti; alla successiva salita bastarda vi si arriva con un breve tratto guidato nel sottobosco, molto piacevole, ma per accedervi c’è una breve rampa terrosa che mette in difficoltà più d’uno, tanto che si arriva a diverse scuole di pensiero: chi insiste nella via maestra e chi traccia vie alternative nel sottobosco. Centofante non manca l’appuntamento, pronto ad immortalare il nostro passaggio.

Tutta la grinta del Frasca in trasferimento.

Ed ora tocca alla salita del “Porco”, investita di tale nome in onore del nostro amico Icio, un giorno ivi soccombente (problemi di chattering alle sospensioni?) di fronte ad un gongolante Faga.

Ma veniamo stoppati da Hurrycane: pare che ci siano dei boscaioli sul sentiero, il Faga è andato a parlamentare per il passaggio; si bivacca nel campo, finché il Profeta del Glamour Enduro ci da il via libera.

La salita del Porco non è condizione “sine qua non” per proseguire il giro, in sostanza è un anello che riporta al punto di partenza, è quindi puro divertimento … beh, divertimento, dipende dalle opinioni! Tutti o quasi la tentano, molti salgono in vetta, altrettanti mollano a differenti quote, l’onore è in ogni caso salvo.

Immaginate una trincea che fende la superficie della montagna per tutta la sua discendente pendenza, un canalone che scarica a valle pietrame smosso su di un fondo di terriccio morbido; perdipiù il sentiero non è una linea retta, ma presenta stronzissime varianti e chicane che rallentano le moto, ma non presentano ripiani e breve soste dove riacquistare velocità, come a volte sono i tornanti, ad esempio. Parti di potenza, ma ben presto ti ritrovi a guidare sul parafango posteriore ed a cercare di contenere l’impennata della moto, le curvette ti fanno perdere velocità ed allora scali le marce, magari trovi uno partito prima di te già fermo, da schivare, ma il fondo non tiene, il ciottolame si apre, la ruota spazza via il sottostante humus, fino a scivolare come una motosega impazzita su lastre di roccia inaggrappabili: è la fine, sei piantato.

Il Porco sulla “sua” salita. Zess.
Raffaele studia le traiettorie … ma Fede non gli lascia il tempo!
Cachemirino. Filippo alias Pietra Porosa nel suo habitat, i sassi.
Morte di un Maestro Endurista. Ce la fa, ce la fa!
Incrodati in parete. E come gli antichi romani al Colosseo, il pubblico sta a guardare la morte dei compagni pochi metri sotto.

Personalmente, la mia nemesi è il compagno di marca Luigi, mi fermo un paio di metri dopo; tento un canalone alternativo nel bosco, guadagno un po’ di quota, ma al rientro nel canalone principale sono fermo; tanto per gradire mi si sfila il cavo della frizione dalla leva sul carter motore. Le moto sdraiate a terra, i piloti pure, sfiancati dallo sforzo, ansanti e sudanti, il tentativo di riparare il mezzo, gli attrezzi sparsi sull’erba, è vicenda da alpinismo hymalaiano, la cordata di scalatori incrodata sulla parete, la tempesta che sale, il buio che scende, fatica, freddo, disperazione …

Io opto per la ritirata, torno a valle e raggiungo la cima per la sterrata, invece Luigi stringe i denti e riesce a portar su l’XR, bravo! E pure Filippo Pietra Porosa ha condotto il pompone XR600 in cima, onore anche a lui.

La salita imprevista

Dopo la salita necessariamente dovremmo affrontare una discesa, ma, dopo veloce trasferimento, ci ritroviamo sul ciglio della seconda discesona, vedo i piloti puntare tutti verso la salita! Non mi capacito di ciò, lo conosco questo sentiero, termina in una rampaccia bastarda che non è da tutti superare (personalmente non ne sono capace): e ci andiamo in 25?

Chiedo lumi a Luca, mi da risposte confuse, pare che la ciurma abbia preso il sopravento sul comandante ed, infoiati come mandrilli in astinenza, qualcuno pratico del posto li abbia incitati a salire di là …ma tranquilli, alla rampaccia non ci arriviamo.

Attesa.

Noi della retroguardia ci fermiamo molto lontani dalla cima, che intravediamo fra gli alberi, perché da “Radio IWTF” ci arrivano voci di moto ferme, tappi instappabili, disarcionamenti, cadute, gemiti di dolore e stridor di denti, nonché di motori urlanti spietati fuorigiri: a suggello di questa catarsi enduristica, nubi di vapor acqueo alzarsi fra gli alberi! Speriamo solo che non ci bombardino con i canadair!

Sono commosso, la IWTF 2012 si sta rivelando un capolavoro, l’eliminazione di tutti i partecipanti è alla portata!

Lo so, è mossa, ma troppo evocativa: il fumo, il pilota scendente senza moto, lo stesso tremolamento della foto … IWTF.

La follia collettiva che ha contagiato i partecipanti si dissolve, al pari del fumo dei radiatori esplosi: si girano i ferri e scendiamo a valle per il sentiero delle “Cavre”, piacevole traccia nelle faggete di mezza collina; piacevole secondo il canone della IWTF, cioè sassi a vagonate, gradini, alberelli caduti e somma fatica.

A farne le spese è il nostro amico The Victim; già il suo Kappa aveva dato segnali di problemi all’avviamento durante il trasferimento verso la salita del Porco, adesso entra definitivamente in sciopero: non parte, nemmeno con la pedivella, e l’impianto elettrico risulta morto, non si accende nemmeno una lucetta del cruscotto … e l’oscura cortina della notte sta già scendendo nella valle.

Io e Raffo gli facciamo assistenza: lui avanti che scende per gravità, noi dietro ad illuminarlo con i nostri fari, in particolare il mio alogeno aggiuntivo; quando c’è un dislivello spingiamo il morto Kappa oltre il dosso, per poi ripartire come prima. Siamo staccatissimi dagli altri, iniziano le insistenti chiamate al cellulare, ma, tra mancanze di campo e difficoltà di guida, ci è impossibile rispondere. La fatica diThe Victim è tanta, si fanno 5 metri per fermarsi a tirare il fiato, ma scendere al buio completo un accidentato sentiero con solo l’aiuto delle luci altrui è un esercizio snervante ed affaticante. Quando volle Iddio, finalmente raggiungemmo gli altri a Velo.

Le voltarine di San Zeno

In paese una scena vergognosa, piloti sconvolti dalla fame e dalla sete hanno svuotato senza ritegno un negozio di alimentari: l’assalto al forno delle Grucce, descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, al confronto è una birichinata da bambini dell’asilo.

Si fa la conta dei danni: The Victim ed il suo Kappa defunto, Zess ha il TM 300 con i manicotti del radiatore rotti o qualcosa del genere, forse qualche altro ha problemi, non ricordo. Da qui è tradizione della IWTF che chi è stanco, se vuole, può recarsi in albergo, mentre gli altri proseguono il giro nella nera notte invernale. E così sarà; qualcuno, non molti, puntano verso Posina, la maggioranza prosegue il giro, navigando nelle campagne fra Astico e Posina.

Il buonumore non manca.

Sosta al distributore, con l’immancabile Centofante per lo shooting fotografico dei burn-out che Faga e Frasca generosamente ci donano (il gommista ringrazia).

Enormi pozze sulle sterrate lungo il fiume, sentierini scivolanti implacabilmente verso le acque mugghianti dell’Astico, da fare in contropendenza dosando il gas al millesimo, Korradok e Bepj Kost perseveranti da ore ad aspettarci per un’altra sessione di scatti; altra sponda, altro sentiero sospeso sul fiume, apparentemente retto nella mappa ma in realtà una successione di piccolissime chicane, rese oltremodo difficoltose dagli alberelli protendenti verso l’esterno, si guida come in un slalom sciistico, il paramano chiuso della motocicletta come l’impugnatura della racchetta da sci che urta il paletto interno della bandierina e lo fa flettere, in questo caso flette il sottile alberello; 100 volte va bene, basta 1 per farsi male; io rimedio una botta superficiale alla spalla, invece il Faga tarda, tarda, tarda ad arrivare; ha sbattuto violentemente il petto su un ramo più grosso, non so se sia caduto comunque la botta è forte, tanto che rinuncia a fare le voltarine e va ad aspettarci al paesetto successivo.

Ponticciolo alla Pria.

Le voltarine … croce e delizia; vorrei quasi tagliarle, ma sarebbe un delitto, Icio è troppo ingrifato per saltarle, quando siamo in zona corre avanti mancando il bivio, trascinandosi dietro Frasca e qualche altro.

Li mando per primi sull’infido sentiero: un monotraccia largo come la ruota, che scala un versante boscoso quasi verticale, tornanti troppo stretti che non permettono ad una moto da enduro di manovrare, sono quasi tutti da fate impennando a metà curva e facendo scendere l’anteriore allineato alla rampa successiva del sentiero … nel buio.

Questa è la mia Waterloo, la mia Caporetto, 2 o addirittura 3 volte non riesco a chiudere la manovra, un mix di stanchezza e problemi di frizione, non riesco a controllare l’impennata dell’XR e la sdraio a terra, in un caso pure verso valle; per fortuna ho dietro di me Simone Mun, che ogni volta mi aiuta a rimettermi in carreggiata.

Arrivo provato il cima, purtroppo non ho avuto la forza di scattare immagini, perché è troppo emozionante le visioni che si hanno facendo in gruppo, di notte, questo sentiero: lontanissime in valle le luci arancio di lampioni delle strade, puntini bianchi, fari di auto sulla statale, finestre delle case d’inverno; il pendio nero indistinto, una mole mostruosa che precipita a valle, stitici alberi spogli, scheletrici zombie della notte; ed in mezzo, canto di motori rantolanti, raspare di gomme, silenzio e poi di nuovo, luci che camminano nel bosco per poi fermarsi all’improvviso, spegnersi e ripartire, urla di enduristi ed incoraggiamenti.

Emozione pura.

Fatica e sudore alle voltarine.

Tutti salgono, tutti hanno ottenuto la patente di “Endurista DOC”, scendiamo in paese dove ci attende il Faga; la sua defezione è stata provvidenziale, infatti un indigeno del loco ha sentito le moto ed è corso in strada per farci il culo, ed ha trovato Luca che ha iniziato a circuirlo ed ammansirlo. E comunque non gli abbiamo certo rovinato la strada verso San Zeno,credo che tutti fossero abbastanza cotti dalle voltarine per aver voglia di smanettare ancora. Da segnalare anche il rientro in corsa di Zess, non ricordo però se subito prima o subito dopo le voltarine; originario di questi luoghi, ha effettuato un pit stop in officina per riparare i manicotti del radiatore: anche questo succede alla IWTF.

Per oggi è conclusa; ci avviamo per scorrevolissime sterrate verso Posina e l’Alpino; Filippo Pietra Porosa fora senza che ce accorgiamo, ci pensa il cavalleresco Luigi a tornare indietro ad aiutarlo, mentre i primi sono già in doccia.

Giove Pluvio ci ha graziato per l’intera giornata, un cielo pesante ed opprimente come una colata di piombo, che però non ha rilasciato una sola goccia di H2O; in serata inizia una pioggia non forte, ma continua ed insistente, e le temperature calano: cosa ci aspetterà l’indomani?

GLAMOUR NIGHT

Il caldo abbraccio dell’Alpino accoglie l’infreddolita truppa

Arrivare in albergo, trovare le proprie borse nell’ingresso, un garage enorme e chiuso dove lasciare le moto, camere caldissime e comodissime: Cosa volere di più? Personalmente ammiro la leggenda dei Dakariani anni 80, uomini veri, che dopo 1000 km di deserto gli toccava dormire qualche ora in un sacco a pelo, quando non dovevano stare svegli per riparare la moto, e poi ripartire … ma illanguidirsi nel tepore di un accogliente albergo di montagna non mi dispiace!

Finisco in camera col Porco, che, ad onta del suo sopranome, si rivelerà un compagno educato e pulito; Faga, ingelosito, per ripicca mi terrà lontano dal tavolo nobile al banchetto, dove siedono 3 generazioni di Fagarazzi al completo, e la crema del Glamour Enduro Thienese e family, Icio, Cachemerino, lo scledense traditore Hurrycane. Io sto con i veri enduristi, al fianco del mitico Pietra Porosa.

Fra piloti, familiari, amici, conoscenti, imbucati dell’ultima ora ci sono oltre 40 persone, abbiamo riempito il locale, poveri gli altri rari avventori che speravano in una seratina tranquilla.

Ottima ed abbondante cucina, poi segue il “One Man Show” di Matteo Hurrycane Aramini per la consegna degli attestati di partecipazione alla IWTF 2012, mentre su di un PC scorrono le immagini della giornata appena trascorsa (molte foto già erano su FB in tempo quasi reale, neanche alla Dakar c’è una copertura mediatica simile!). c’è poi la consegna di alcune maglie motobruche, e Matteo ha un talento naturale per trasformare un fatto banale in una girandola di gags al vetriolo, da venire alla cena solo per questo.

I Glamour Boy. La laurea dell’endurista. Una premiazione a caso: la mia. Saturday night show.

Cosa volere di più per l’anno prossimo? Tutto il locale solo per noi? Maxi video al posto del PC per proiettare le foto? Franco Picco che ci racconta la storia della sua vita? Una reunion dei Police per un concerto privato ai partecipanti IWTF? Un o spettacolo di burlesque nel privè?

Vedremo …

2° DAY IWTF 2012

NEVE — SNOWY ENDURO

Il mattino, di malavoglia usciamo dal lettone piumone, l’asfalto acquoso di Posina Town non lascia addito a dubbi: durante la notte ha piovuto, ed ovviamente in quota ha nevicato. Oltre la finestra terrazza della sala da pranzo si vedono i boschi della valle completamente imbiancati, un 200 metri di dislivello sopra il paese; quando, di tanto in tanto, le cinerognole nubi che invadono la vallata si discostano, lasciano apparire montagne innevate come cime hymalaiane, proprio quelle montagne che noi oggi dovremmo attraversare e scorrere con le mostre moto.

Training autogeno pre-partenza.

Si sta bene nel salone dell’Alpino: una rada pioggia picchietta i vetri, la stufa arde potentemente calorosa in un angolo, sul tavolo deliziose cibarie fatte in casa e calde bevande a volontà … ma perché non rimanere qui, nel dolce, glamour far nulla, qualcuno usufruente del percorso wellness dell’Alpino, con tanto di sauna e massaggi, altri a sguazzare nella piscina termale, altri ancora nel solarium ozianti, con un grappino in mano, a conversare di enduro e motociclismo in generale? Sarebbe stato bello, ma i sogni rimangono tali, purtroppo l’Alpino non ha nessuna di queste raffinatezze, ci tocca andare in moto!

Cachemerino mi ha detto, guardando le montagne innevate:”Mettiti una mano sulla coscienza, per il giro di oggi!”, ma il mio piano è già delineato nella mente, dalla sera prima, neve o non neve; anzi, il bianco manto mi da una mano insperata: l’anno prima eravamo usciti dalla valle per asfalto, i passi sterrati erano debolmente innevati, più che altro ghiacciati, essendo neve vecchia, per cui ci saremmo sicuramente arenati; ma oggi è neve fresca e soffice, non c’è il rischio di trovare lastre di ghiaccio traditrici, possiamo tentare lo scavalcamento del crinale per la direttissima.

Parco Chiuso Posina.Il Bepj sembra scettico sulla nostra sorte …Il rancio.
Geniali dilettanti in selvaggia parata.

Si va, sfilando per la main street di Posina Town, novelli cowboys del 2000, in sella non ad un baio o uno stallone ma alle nostre coloratissime HONDA, KTM, TM, BETA, FANTIC; nella testa canticchio il verso di Giovanni Lindo Ferretti, (vocalist di CCCP, CSI, PGR) preso dalla canzone “Linea Gotica” dedicata all’opera dello scrittore partigiano Beppe Fenoglio:” Geniali dilettanti in selvaggia parata, ragioni personali, una questione privata”. Mi affascina enormemente tale definizione, “Geniali dilettanti in selvaggia parata”, originariamente destinata al raccogliticcio, aprofessionale, indipendente esercito partigiano, e non sono questi enduristi della IWTF in parata, dilettanti in quanto sicuramente non piloti professionisti, selvaggi come lo sono più o meno tutti quelli che fanno fuoristrada, geniali e folli a fidarsi di organizzare e partecipare alla IWTF!!!!!

Hill climbing

Perso nelle reminiscenze letterarie, esco dal paese dalla parte opposta, e sbagliata! Figurona, u-turn e si riparte. Prendiamo una sterrata di collegamento, ma dopo poche decine di metri un enorme faggio schiantato a terra impedisce il passaggio. Frasca va in esplorazione, e con un ardito fuoripista lo si potrebbe bypassare; ma la verticalità della rampa è troppa, anche solo 3–4 moto in probabile difficoltà comporterebbero troppo tempo perso, e troppa confusione ai margini dell’abitato.

Tagliamo, e saliamo per asfalto alla più vicina contrada:; è una variante che percorro di rado, e perlopiù in discesa. In loco ho qualche dubbio per dove proseguire, stante la completa erbosità di tutte le possibile uscite dall’abitato; rapido consulto della mappa, e già immagino lo sconcerto dei compagni “ci siamo già persi …”, “ammazza che guida …” ecc., ecc.. Mi toglie dai guai uno dei partecipanti, frequentatore delle zone, forse Zess, che si ricorda il sentiero giusto.

Ma le mie “stecche” non sono finite: si gira qualche minuto per piacevoli sentieri al limitare del bosco, quando sono di nuovo incerto sul bivio: andando a dx sicuramente non sbaglierei, ma so anche che si transita per una contrada abitata da un vecchio ferocemente avverso alle moto, anni fa mi minacciò con la falce, non mi sembra il caso di passargli nel giardino con 20 moto! Prendendo a sx sono tranquillo, non ci sono case, ma devo stare attento perché c’è la stradina facile ed il sentiero impestato; credo di essere sullo scorrevole, invece mi accorgo che la pendenza aumenta, ma soprattutto il fondo peggiora sempre più, è un incoerente tappeto di pietre scivolose, si aprono al passaggio dei tasselli e la ruota motrice si ritrova a girare a vuoto su altre pietre, stavolta inamovibili ma untuosamente ricoperte di scivoloso fanghetto.

E si vedono i risultati!

Ops! Ho errato, ma ormai siamo in ballo, balliamo! In piedi, leggero sulle pedane, gas costante ma non troppo, qualche pedata a terra man non troppe per non sbilanciarsi, mantengo una velocità sufficiente per raggiungere la cima: dietro di me, il vuoto; rumori di motociclette ferme, oltre il mio campo visivo. Sono commosso, non credevo di riuscire a far piantare tutte, ma proprio tutte, le moto: piantati Faga e la sua Husaberg, piantati tutti i giovani leoni con i loro Kapponi a 2 e 4T, piantiati i senatori della specialità, piantato pure il “Porco”, piantato pure il pilotissimo da triveneto Fede; quest’ultimo esce dal mucchio, dopo un po’ arriva, sta per farcela, accelera furiosamente, ma a pochi metri dalla cima si intraversa e la moto gli cade, e devo andare ad aiutarlo a rialzarla: l’apoteosi, calde lacrime solcano le mie gote imberbi!

Povero Fede.

Dopo un po’ tutti arrivano, non vengo linciato solo perché il popolo non ha la forza di scagliarmi pietre addosso; il Faga, con sguardo torvo, mi fa cenno “adesso basta, d’accordo?””OK, tranquillo, andiamo via lisci!” affermo, mentre il naso mi si allunga di mezzo metro.

Ci alziamo di quota di pochissimi metri, e tutto cambia; neve sugli alberi, neve a terra, intonsa, il latteo mantello tutto ricopre e tutto nasconde; gli occhialoni si appannano, gli occhiali da vista pure, navigo a casaccio nella boscaglia, presto mi accorgo che sto puntando troppo a dx rispetto a dove ricordavo la mulattiera, ma è troppo tardi per girare il gruppo. La mulattiera si impenna, si impenna, si impenna, già i primi, me compreso, si intraversano e si piantano.

Pronti? Let’s go!

Il guru del glamour mi cazzia, ma è un cattivone, è difficile orientarsi nella neve! Trovata la retta via, affrontiamo la scalata alla montagna, per quella che è una delle mie mulattiere preferite; non ripida, sufficientemente larga, un paio di metri, ma faticosa, pietre su pietre che spezzano la traiettoria e rovinano la trazione, e profondi tornanti con alte sponde su cui surfare come su onde marine.

Magica neve. Cachemirino in un momento di raccoglimento forze. Il Porco, insignito durante la serata del titolo onorifico di “Lo Scorretto”, lo si può fotografare quasi solo di schiena, va troppo forte!

Sul penultimo tornante mi fermo, a controllare l’avanzata del gruppo; chi sale gagliardo, chi arranca pedalando con le gambe, chi si ferma sfinito ma poi riparte; è uno spettacolo stare lì, a guardare il passaggio di tutti, scattando foto,e dando indicazioni su dove mettere le ruote, nella migliore tradizione della compagnia della spinta.

Sosta al passo.

Valleogra Felix

Quando tutti sono passati, anche il sottoscritto sale, finalmente scolliniamo e siamo in Valleogra. Vallis Vegrae, valle selvaggia, in realtà molto più amichevole della remota Val Posina, le verticali ed arcigne crode rocciose di questa lasciano il campo al dolce ondulato profilo delle colline valleogrine con le sue 1000 contrade, ricoperte di fitti boschi.

Il morale è alle stelle, i momenti bui di poco fa, quando non trovavo la via, o di quando erano tutti incazzosamente piantati nel bosco, sono lontani ricordi, ora c’è posto solo per l’euforia di aver valicato un passo sterrato di 1.000 metri di quota, con 20 cm buoni di neve fresca.

Il Generale Inverno.

Si scende, ma la neve ci riserva brutte sorprese: più di una alternativa è ostruita da alberi caduti, tocca ripiegare su asfalto e sterrato per proseguire il giro, e comunque non manca una cospicua sessione di taglialegna, per aprirsi il varco.

Perdiamo quota fin quasi in fondovalle,percorrendo perigliosi sentieri e boschi fradici di acqua, il terreno spesso ridotto oltre lo stato fangoso, fino ad un brodo primordiale di terra ed acqua, dove il tassello vanamente cerca di trovare un appiglio solido, e le moto non sono molto più controllabili che una slitta su un pendio ghiacciato. Attraversiamo rispettosamente antiche contrade con le case di sasso, passando sotto volti di pietra e ballatoi in legno, sfiorando decrepite masiere a contenimento orti e campi abbandonati, su mulattiere selciate che videro centinaia di anni di passaggio di persone, animali, carri. Scendiamo un versante, ne saliamo un altro, ricercata finezza il passaggio su una condotta di un acquedotto seminascosto dall’humus di foglie e terriccio, le costole del cemento come tante minuscole whoops da saltare.

Taglia, taglia, accetta, accetta. Indecisione.

È un bel andare, rilassante, piacevole, immersi nei vapori della terra, di tanto in tanto la cortina grigia che nasconde il Pasubio si scosta e ci lascia ammirare le rosse pareti del Sojo Rosso orlate di neve. Di sterrata in sentiero arriviamo al forte Maso, dove consumiamo il kit survival, al freddo e al gelo. Ma, dato che il bar è aperto, perché non approfittarne per un caffè caldo?

Parco chiuso Forte Maso. Barboni al forte.

Siamo alle battute finali della IWTF: io avevo preparato, come la solito, decine di km di enduro massacrante, dentro abbietti torrenti e frane incombenti, ma il tempo stringe, è mezzodì passato e rimangono poco più di un paio d’ore per essere al pub On the Road in tempo per castagne, torta e brulè; pazienza, la IWTF 2013 ha già i suoi assi da giocare, ancor prima che l’edizione 2012 sia conclusa: siamo troppo avanti.

E così si inganna il tempo endurando veloci fra i boschi dell’alta Valleogra, nel tipico terreno del “lardaro”, un delicato mix di friabili pietre quarzifere a scaglie e soffice terriccio: aderenza pura. Qualche residua difficoltà in una salita fangosa ed acquosa, nulla di che; progressivamente ci avviciniamo alla pianura, le nubi lasciano campo ad una insolita, per queste zone, nebbia.

2 effetti, l’indeterminatezza del paesaggio e l’assenza di altri fruitori del bosco, che concorrono al medesimo risultato: proiettano l’incedere del gruppo IWTF in una dimensione onirica, che dilata lo spazio; potremmo avere davanti a noi ancora centinaia di km di fuoristrada, avulsi come siamo dall’ambito delle persone normali, i cittadini intenti alle usuali faccende in fondovalle; invece siamo vicinissimi a loro, fisicamente, anche se la mente e l’anima vaga ancora per gli interinati spazi del fuoristrada.

neve e nebbia.

Purtroppo, siamo all’epilogo, anzi, siamo già leggermente in ritardo; caliamo rapidamente su Schio, attraversiamo la prosaica zona industriale ed eccoci all’On the Road, dove amici e familiari ci aspettano.

The end. Motobruchi rulez!

Ottimo e gradito rinfresco, torta dell’endurista e siamo ai saluti, alla spicciolata uno ad uno se ne vanno a casa i prodi della IWTF.

Una perfetta, emozionante, divertente ed unica 2 Giorni di enduro; e come sottofondo musicale ai titoli di coda, una canzone ed un verso di David Bowie:

“Heroes, We can be heroes, just for one day!”

Arrivederci al 2013 da tutto lo staff!

Alves

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