SCHEGGE DI PRIMAVERA

Un report veloce, velocissimo, appunti presi a volo su un notes virtuale, immediato e rapido come le sensazioni che si provano cavalcando il proprio motociclo; poche foto e meno parole, come astratte pennellate sulla tela di un pittore cubista, o come lo spazio di un “tweet”, pochi caratteri come conviene in epoca web “2.0”.

Montagne, ovvio!

Un paio d’ore solamente, rubate ad un saturday afternoon di fine inverno, anche se non si direbbe; in pianura, nei giorni scorsi, nonostante il freddo, già si vedeva la nuova erbetta primaverile crescere verde brillante nei campi. Ma basta salire di poche centinaia di metri di quota e nei campi la fa da padrone ancora la vecchia erba secca della stagione passata, marrone, secca, schiacciata dalla neve caduta e marcia dalla neve già sciolta.

L’aria è fredda, gli spifferi negli interstizi del casco sono fastidiosi, i jeans non tengono il calore, i guanti invernali faticano nel loto compito, ci vorrebbero almeno le moffole al manubrio …

è un giro di giovinezza perduta, di ricordi mai dimenticati, di sensazioni antiche … parlo del freddo, dello scomodo, dell’equipaggiamento “così così”, non perchè 20 anni fa non esistessero goretex, warmtex, textex, ecc., ecc., cioè tutti quei capi tecnici che rendono il motociclismo invernale piacevole e confortevole, ma perchè a 14–16–18–20 anni la voglia di moto era troppa, non ci si pensava mai troppo e si partiva, con i jeans e la giacca di tutti i giorni, poi immancabilmente punteggiata di schizzi di olio incombusto.

25 anni e non sentirli (la moto!)

Già, una moto di 25 anni fa, da 22 di mia proprietà, oltre 40.000 km di asfalto e fuoristrada. Una moto come non ne fano più, un 125 cc, 2 tempi a potenza libera, messo fuori mercato (ma mi piace di più dire fuorilegge!), dalle norme su patenti ed inquinamento, sempre più restrittive negli ultimi 20 anni.

Ma noi 2 ce ne freghiamo, continuiamo a girare sulle strade delle Alpi, riempiendo le valli di un suono quasi scomparso, l’acuto graffiante di un 2 tempi di alte prestazioni portato al limitatore, così poco educato e così molto irritante, rispetto ai cupo ruggito dei moderni 4T (purché non siano smarmittati, ovvio!).

Le strade le conosciamo come le nostre tasche, non c’è curva di cui non sappiamo alla perfezione il raggio, di cui non conosciamo quella particolare canaletta traditora: pennelliamo le traiettorie, alzando e scalando marce, cercando di mantenere il morte sempre nel regime di coppia ideale, pena l’affogamento del carburatore in una marea di benzina incombusta, ed il motore fa “Boooooooooo”.

Mi piacciono i 4T corposi, da guidare in souplesse, non fraintendetemi, ma ogni tanto il gioco di 6 marce e frizione ci sta.

Appare la neve nei prati, a chiazze sempre più ampie; pochissime persone in giro, diversi coraggiosi ciclisti, nessun motociclista stradale, qualche trialista od endurista fanno capolino dai sentieri al margine della strada. Mi concedo facili sterrati, le gomme slick, derapano che è un piacere, ma finché il fondo è consistente ed asciutto hanno un grip inaspettato.

Old chapel.
Ritorno all’asfalto.
Per monti

Di stradina secondaria e di sterrato, supero i fatidici 1.000 m.sl.m.; incrocio diversi gruppi di scout e gruppi simili, le classiche uscite parrocchiali in case alpine che tutti hanno fatto almeno una volta in vita loro; ragazzini che si spintonano e fanno gli scemi, come è giusto che sia a 12 anni, animatori che si sbracciano e sgolano per richiamarli, poveretti, li capisco, anch’io sono stato dei loro, tanti anni fa … ma quel che più di tutto mi lascia un sorriso dolce sul volto è l’entusiasmo dei ragazzi per la moto, e non importa che sia l’ultimo modello di KTM o di Ducati “Hyper qualcosa”, basta che ci siano 2 ruote ed un motore, (possibilmente rumoroso!) per accendere la loro fantasia: grazie ragazzi.

Ormai sono gasato, e voglio esagerare, raggiungere la vetta del vicino monte Summano, 1.300 m.s.l.m. Che dominano tutta la pianura alto vicentina, con la caratteristica ed enorme croce col Cristo che ne segna la cima; un Cristo fatto di lamiera di ferro, il vento che fischia fra il metallo mi ha sempre colpito, pare che la statua parli.

Ma sono stato tropo ottimista, anche se alla primavera ufficialmente mancherebbero solo 3 giorni; sulla vecchia strada militare, ahimè oramai quasi interamente cementata, le lingue di neve si succedono incessantemente, protette dagli alti muretti di pietra; le prime riesco a passarle, cercando i punti in cui il manto bianco si è dissolto, ma, ancora lontanissimo dalla vetta, sono costretto ad arrendermi: neve ghiacciata (e sotto ghiaccio puro) su tutta la carreggiata, impossibile proseguire.

Torno da dove sono venuto, vinto ma non sconfitto.

STOP RIDING

Approfitto della gravità per scendere lungamente a motore spento, lasciando che solo il vento mi faccia compagnia. A casa mi aspetta un buon tè caldo davanti alla legna scoppiettante nella stufa, l’odore del Tè verde indiano si confonde con quello della resina bruciata, ed ancora mi fingo di attraversare la foresta di poche ore prima.

Alves

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Alves Fraschetti’s story.