“Quando partorisci vai all’altro mondo e ritorni”.

Niente è più vero di questo aforisma contadino che ho sentito dire da una vecchina poco prima di regalare al mondo la mia prima figlia.

Eppure l’attimo in cui sono diventata mamma nelle viscere non è stato quello catartico e potentissimo in cui mia figlia ha lasciato la mia pancia calda per affrontare il mondo esterno.

Ma è stato quello assoluto e totalizzante in cui noi due sole, per la prima volta, ci siamo trovate occhi negli occhi, ci siamo annusate e lei mi ha stretto il pollice con la sua micro mano. Senza parlare ci siamo dette tutto. Ci siamo conosciute e ri-conosciute stabilendo con lo sguardo un legame eterno destinato a non spezzarsi mai più.

Del nostro primo incontro ricordo tutto. Il suo odore esotico e dolce di zucchero filato e mondi inesplorati e i suoi occhi pieni di vita nuova di chi non ha ancora visto nulla ma sembra conoscere i segreti del mondo.

I suoi minuscoli 46 centimetri all’improvviso hanno riempito tutto. Il letto, la stanza, l’ospedale, i pensieri, la vita.

E quel suo odore così deciso e così speciale è quello che ho associato per sempre alla felicità.

Da quel giorno sono passati 4 anni e mezzo. Lei è cresciuta. Ha imparato a camminare, a parlare, a cantare, a stare al mondo da sola, a comporre poesie. Guardarla così bella, così forte, così indipendente mi lascia ancora attonita. Cerco ogni giorno di somigliarle un po’ sperando che lei voglia somigliare a me, anche solo un po’, prima o poi.

Like what you read? Give Angela Amendolagine a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.