Bitcoin: Aspetti politici

Analizziamo il sistema Bitcoin come moneta partendo dagli scritti di J. K. Galbraith per arrivare al parere di altri economisti.

Ai nostri giorni pochi ricordano l’ascesa e il declino del sistema aureo. Come ricorda John Kenneth Galbraith, «nel 1867, in un congresso svoltosi a Parigi e passato relativamente inosservato, i rappresentanti dei maggiori paesi industriali europei decisero che, a partire da quel momento, pagamento in moneta dovesse significare soltanto pagamento in oro […] di conseguenza tra le monete più importanti c’era un tasso di cambio fisso» (Galbraith, 1976, La moneta: da dove viene e dove va, Mondadori, pag. 56).

E neppure ci si ricorda l’esperienza bancaria e valutaria nelle Americhe, costellata di biglietti verdi, bolle speculative e clamorosi fallimenti; quando si pensava che «tra le tante meraviglie del Nuovo Mondo, ci fosse anche la possibilità, originale e unica nella storia, di creare denaro per far ricchi gli uomini» (Galbraith, 1976, pag. 62).

Tutto questo per evidenziare che l’attuale situazione di apparente stabilità creata dall’euro è una situazione abbastanza anomala rispetto ai secoli scorsi.

La storia della moneta si sviluppa, infatti, in maniera poco lineare e anche una sua definizione risulta ardua. Secondo Galbraith le risposte degli economisti alla domanda “Cos’è esattamente una moneta” sono «invariabilmente incoerenti» (Galbraith, 1976, pag. 14) e la moneta è «ciò che viene offerto o ricevuto per l’acquisto o la vendita di merci, servizi e altre cose» (Galbraith, 1976, pag. 14).

Più pessimista (o realista) Julian Assange, quando afferma che «c’è una tendenza storica al controllo della valuta e non lo vediamo solo per quanto riguarda Internet» (Assange, 2013, Internet è il nemico, Feltrinelli, pagg. 98–99).

IL VALORE DEI BITCOIN

In un sistema economico la moneta rappresenta:

  • un mezzo di scambio;
  • una riserva di valore;
  • un’unità di conto.

La moneta può avere un valore intrinseco (come ad esempio una moneta d’oro o di altro metallo prezioso) o un valore legale (stabilito dalla legge).

Per ora nessuna moneta matematica ha valore legale in alcun paese nel mondo e, ovviamente, le monete matematiche essendo virtuali non hanno neppure un valore intrinseco.

Vengono però utilizzare per i tre scopi elencati in precedenza, partecipando quindi al sistema economico senza che sia per ora chiaro né il loro peso né i loro effetti.

Ci si chiede da dove derivi il valore delle monete matematiche.

A questa domanda viene spesso risposto facendo espresso riferimento alla teoria del valore soggettivo della cosiddetta scuola austriaca, in qualche maniera opposto a quello della teoria economica classica, per la quale il valore è dovuto esclusivamente dalle condizioni oggettive della produzione.

Per la scuola austriaca un individuo attribuisce a un bene e quindi anche alla moneta un determinato valore se pensa che con esso sia in grado di realizzare il fine desiderato. Si tratta quindi di valutazioni soggettive.

Ovviamente una tale visione si scontra con il cosiddetto sistema della moneta legale (o moneta fiat), la cui stabilità è garantita a monte, da parte delle banche centrali che ne “manipolano” l’offerta per controllarne l’inflazione.

Se «[secondo Keynes] l’unico modo di evitare l’inflazione consiste nel ritirare dal mercato, con la tassazione e la dilazione, una sufficiente percentuale del potere d’acquisto dei consumatori» (Galbraith, 1976, pagg. 291–282), le monete matematiche possono impedire la politica monetaria?

Ancora: la Banca d’Inghilterra (Bank of England), fondata da investitori privati nel 1694 e nazionalizzata nel 1946, è stata la seconda banca centrale della storia. È pertanto normale che stia seguendo con molta attenzione le monete matematiche. Uno dei ruoli delle banche centrali è da sempre quello di regolare la circolazione di moneta e ridurre le truffe. L’offerta limitata dei bitcoin rende impossibile perseguire politiche monetarie espansive o restrittive, al fine di controllare il livello dell’inflazione?

PARERE DEGLI ECONOMISTI

Bitcoin viene ritenuta una moneta deflazionaria, in quanto il suo modello, come è noto, prevede che vengano emessi al massimo 21.000.000 di bitcoin.

Questa modalità operativa rende i bitcoin più che una valuta (o oltre a una valuta) una risorsa virtuale ma finita.

La scarsità intrinseca nel modello Bitcoin è teoricamente destinata a portare ad un apprezzamento della moneta. Una situazione che, nel nostro modello economico, è disincentivante per i consumi, anche perché porta all’accumulo di moneta piuttosto che alla sua conversione tramite l’acquisto di beni e servizi.

Il pensiero dell’economista e Premio Nobel Paul Krugman in merito alle monete matematiche è piuttosto chiaro: «Bitcoin is Evil» (Krugman, 2013, url: http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/12/28/bitcoin-is-evil/) .

Per Krugman i bitcoin non possono essere considerati una riserva affidabile di valore, in quanto non possono essere utilizzati per pagare le tasse e non hanno neppure le caratteristiche fisiche intrinseche dell’oro, che lo rendono un materiale comunque utile.

Il noto economista si lamenta del fatto che i sostenitori di Bitcoin tendono a glissare su questa questione, spostando piuttosto l’attenzione sul fatto che si tratta di un formidabile mezzo di scambio.

Krugman, inoltre, non riesce a trovare un parallelo tra l’azione delle Federal Reserve, che fissa un valore massimo per il dollaro al fine di evitare l’inflazione, e il sistema Bitcoin che ha fissato a priori il limite massimo di valuta da mettere in circolazione.

Secondo lo scrittore e giornalista tecnico Charles Stross il sistema Bitcoin è stato progettato fin dall’origine per danneggiare sia la capacità delle banche centrali di emettere moneta sia la possibilità da parte degli stati di monitorare e tassare le transazioni finanziarie dei cittadini (Stross, 2013, Why I want Bitcoin to die in a fire, url: http://www.antipope.org/charlie/blog-static/2013/12/why-i-want-bitcoin-to-die-in-a.html).

Dietro ai bitcoin ci sarebbe, quindi, un pensiero fortemente ispirato al libertarianismo.

Brett King si chiede invece se saranno i Bitcoin a determinare la fine del denaro contante, visto che già il «90 percent of global transactions are done electronically […] cash use in declining in many economies» (King 2014, Breaking Banks: The Innovators, Rogues, and Strategists Rebooting Banking, Wiley & Sons, pag. 115).

Secondo Al Jazeera, nella versione inglese del sito web, «Bitcoin is at the forefront of ‘hacktivism’, giving its users a free alternative to contemporary financial mechanisms» (Mendoza, 2012, Understanding Bitcoin, url: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/05/20125309437931677.html).

L’accezione del termine “hacktivism” è però quella legata all’idea di Richard Stallman sull’hacking come esplorazione dei limiti e sulla sperimentazione giocosa della propria intelligenza.

In Italia l’atteggiamento su Bitcoin è quantomento controverso. Tralasciando i numerosi siti web dedicati all’argomento, la cui qualità dei contenuti sembra essere estremamente altalenante, è possibile trovare alcuni spunti interessanti nella sintesi degli interventi dei partecipanti a un recente forum sulle valute virtuali organizzato nella sede del quotidiano Il Sole 24 ore (Nòva24, 2015, Criptovalute tra opportunità e voglia di regolamentazione, url: http://nova.ilsole24ore.com/frontiere/criptovalute-tra-opportunita-e-richieste-di-regolamentazione/).

Da citare anche il corposo documento rilasciato nel luglio 2014 dalla European Banking Authority e intitolato EBA Opinion on ‘virtual currencies’ (http://www.eba.europa.eu/documents/10180/657547/EBA-Op-2014-08+Opinion+on+Virtual+Currencies.pdf).

Uno degli scopi di questo ente è quello di monitorare le attività finanziare esistenti e nuove, adottando linee guida e raccomandazioni.

In tale documento si evidenzia come il numero di transazioni di bitcoin sia ancora molto limitato (al massimo 100 mila al giorno comparato alle circa 295 milioni di transazioni effettuate con metodi di pagamento tradizionali; i dati sono aggiornati al dicembre 2013).

Si mettono inoltre in guardia i risparmiatori circa i numerosi rischi quali il furto dei file contenenti i dati che provano la proprietà dei bitcoin o l’elevata volatilità del cambio.

Benché si tratti di un testo dal taglio piuttosto prudenziale e conservatore, è interessante per la chiarezza delle definizioni e per l’esposizione di dati oggettivi.

BITCOIN E LAVORATORI IMMIGRATI

Circa 2 miliardi e mezzo di adulti nel mondo non hanno un conto bancario, né una carta di credito, né possiedono altri strumenti simili (Vigna/Casey, 2015, The Age of Cryptocurrency: How Bitcoin and Digital Money Are Challenging the Global Economic, St. Martin’s Press, pag. 186).

È quindi possibile che le monete matematiche diventino un mezzo di pagamento conveniente per queste persone.

Non deve apparire impossibile che sia più facile utilizzare Bitcon piuttosto che accedere ai servizi bancari, in quanto, ad esempio, Ericsson ConsumerLab stima che solamente nell’Africa subsahariana ci siano 635 milioni di telefoni cellulari attivi, ovvero un numero pari ai due terzi della popolazione, mentre solo il 20 percento degli africani adulti avrebbe accesso a un conto bancario (Vigna/Casey, 2015, pag. 193).

Negli ultimi tempi alcune startup (tra le quali 37Coins, BitPagos e Volabit) si sono concentrate sull’implementazione di sistemi di micropagamento in moneta matematica dedicati ai paesi poveri o in via di sviluppo. Si tratta di un settore che viene ritenuto potenzialmente interessate.

La World Bank, infatti, stima che il business totale delle rimesse dei lavoratori immigrati si aggiri annualmente intorno ai 500 miliardi di dollari.

Questi lavoratori, a causa di sistemi finanziari poco efficienti, devono pagare come costi di trasferimento fino al 10% dell’importo che inviano dagli Stati Uniti ai paesi di origine (solitamente America Centrale o Filippine). Per trasferimenti dal Regno Unito si può arrivare addirittura al 20%. E spesso si aggiungono altri costi collaterali (Vigna/Casey, 2015, pag. 189).

Un ragionamento simile vale, ovviamente, anche per le rimesse dei numerosi immigrati africani che lavorano in Europa.

CONCLUSIONI

Bitcoin è una creazione che si poggia su molte invenzioni immediatamente precedenti e che trae un enorme beneficio dalla conoscenza tecnologia accumulata, pur contribuendo a creare scenari non prevedibili.

Si può quasi parlare di un opera di “intelligenza collettiva” riferendosi all’attività di una comunità in grado di cooperare dal punto di vista intellettuale che consentendo di ottenere risultati con una rapidità e una qualità che non sarebbero altrimenti possibili senza ingenti investimenti.

Con un numero massimo di bitcoin in circolazione che non potrà mai superare i 21 milioni di unità, ipotizzando un valore di 500 euro a bitcoin, con 10,5 miliardi di euro di capitalizzazione totale non sarebbe impossibile manipolare il mercato.

Risulta comunque impossibile prevedere l’evoluzione di questo tipo di moneta. Il fatto, però, che tutto il codice sorgente relativo alla tecnologia Bitcoin sia stato rilasciato pubblicamente, fa pensare che, anche in caso di fallimento di questo progetto, molto probabilmente un altro sarebbe pronto a nascere dalle sue ceneri, come la storia del software open source insegna (Netscape/Mozilla o il rilascio pubblico dei sorgenti di Blender costituiscono dei buoni esempi).

Resta aperto il dibattito relativo all’uso alternativo della tecnologia di consenso condiviso che sta alla base dell’accettazione delle transazioni. Secondo alcuni potrebbe essere utilizzata, ad esempio, per autenticare atti di trasferimento di proprietà immobiliari.

Secondo The Economist «dozens of startups now hope to capitalise on the blockchain technology» e «NASDAQ is about to start using the technology to record trading in securities of private companies» (Economist, 2015, The trust machine, url: http://www.economist.com/news/leaders/21677198-technology-behind-bitcoin-could-transform-how-economy-works-trust-machine).

Quello che si può affermare è che Bitcoin ha rappresentato la “killer application” di tutte le teorie che gravitavano attorno alle monete matematiche e costituisce molto probabilmente l’inizio di un nuovo fenomeno, piuttosto che un punto di arrivo.

Capitolo precedente: Bitcoin: Il mining https://medium.com/@AndreaFerraresso/bitcoin-il-mining-7df1db30479

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