Perché la tua reputazione digitale viene prima di tutto (che tu sia un manager, un professionista o stia cercando lavoro)

In un contesto sociale e professionale dominato dal digitale, l’immagine di lavoratori, candidati e aziende passa anche, e molto, attraverso i social network. Ognuno, all’interno di un mercato del lavoro sempre più competitivo e dai ritmi sempre più serrati, può trarre vantaggio da una buona costruzione della propria reputazione digitale, comportandosi come un brand.

Comportarsi come un brand, comunicare come un ambassador

Cercare lavoro e cercare candidati sono due lati della stessa medaglia: in entrambi i casi conta riuscire a distinguersi.

Comportarsi come un brand non vuol dire inventarsi un’identità diversa dalla propria ma, anzi, riuscire a comunicare se stessi, le proprie competenze, passioni e i punti di vista.

Significa riuscire a far capire chi siamo, in modo autentico e condiviso, prima ancora della stretta di mano. Come al supermercato difficilmente scegliamo un prodotto senza etichetta e senza un packaging convincente, così, nel mare magnum del mondo del lavoro, i candidati che sanno coltivare la propria reputazione digitale sono quelli che riescono a emergere.

Il web, d’altro lato, è il primo canale a loro disposizione al fine di cogliere dettagli su chi ci sarà dall’altra parte della scrivania durante il colloquio e per scoprire di più su una determinata organizzazione aziendale. La Rete amplifica e non dimentica. Pertanto, per dipendenti e collaboratori, fare parte di un’azienda ed essere online implica una necessaria presa di consapevolezza: siamo tutti, in ogni ruolo e a ogni livello dell’organizzazione, portavoce del brand per cui lavoriamo e del codice di valori che essa rappresenta. Si tratta di un’opportunità da sfruttare, e che fa di ognuno il costruttore di una porzione di identità dell’azienda cui appartiene.

Come l’immagine dell’azienda e quella del suo management si influenzano a vicenda

La reputazione di un’azienda passa anche attraverso quella del suo CEO e del suo management (e viceversa). Quando un referente aziendale condivide sui social contenuti, obiettivi, progetti aziendali, la comunicazione si fa più personale e umana, proprio perché viene veicolata tramite la persona e non più solo tramite impersonali canali istituzionali. In questo modo raggiunge in maniera più semplice e informale gli interlocutori di molteplici community.

LinkedIn e Twitter sono i canali a cui guardo con maggiore attenzione: grazie ad essi riesco ad attingere a un bacino ampio di dati e informazioni (e a fornirne a mia volta), che altrimenti rimarrebbero sommersi e di esclusiva gestione dell’azienda.

Grazie ai social network si abbattono le barriere e si innesca una reazione win-win: nel momento in cui le idee circolano e le opinioni si mescolano, ognuno può arricchirsi e portare valore aggiunto (di concetti, idee e visioni) all’interno dell’azienda.

Come tra vasi comunicanti, al crescere della reputazione delle figure apicali di un’impresa, sale anche quella dell’impresa stessa.

A beneficiarne, naturalmente, è anche il business. Il digitale (anche rispetto ai media tradizionali) ha il pregio di saper creare prossimità e facilitare i contatti, il coinvolgimento e l’interazione. Se nei rapporti privati tendiamo a scegliere le persone che sembrano più autentiche e con cui ci troviamo in sintonia, allo stesso modo anche sul terreno professionale ci si relaziona più volentieri con persone trasparenti, aperte, credibili, e di riflesso il brand di cui esse si fanno portavoce viene valorizzato.

Non è mai troppo presto per lavorare sulla propria reputazione online

L’indagine Adecco Work Trends Study ha rivelato che, nel corso degli ultimi tre anni, è triplicata la percentuale di casi in cui i recruiter escludono dalla selezione un candidato dopo aver dato un’occhiata ai suoi profili social (dal 12% del 2013 al 35% del 2015). Osservare i profili social è utile sia per ottenere informazioni sul candidato, sia per capire se e quanto sia al passo coi tempi e in grado di costruire un network e dialogare con esso. Spesso, quando i candidati si scontrano con questo dato, come prima reazione si sentono “controllati”, mentre invece dimenticano che sono proprio loro gli unici responsabili della propria web reputation, attraverso cura dei contenuti e attenzione alla privacy.

Per i nativi digitali — come i miei figli e la Generazione Z di cui fanno parte — che crescono usando canali social sempre più “mordi e fuggi” e basati sulla comunicazione visiva come Snapchat e Instagram, si rivela fondamentale acquisire la precoce consapevolezza dell’importanza della reputazione digitale. Devono abituarsi da subito a lavorare sulla propria credibilità, e noi che operiamo nel settore HR e nel mercato del lavoro abbiamo il compito di consigliare loro come preservare la privacy, creare contatti efficaci, raccontare di sé solo ciò che davvero conta e di cui non si potrebbero pentire in futuro.
Così i giovanissimi possono avere l’opportunità di muoversi in vantaggio in vista dell’ingresso nel mondo professionale. Assecondando, sì, il proprio essere nativi digitali, ma con la lucidità che serve per non farsi cogliere impreparati dalle trasformazioni del mercato del lavoro.

Con il web e i social media il primo incontro con le aziende diventa virtuale e la prima impressione, si sa, non è tutto, ma conta: ci presenteremmo mai ad un colloquio di lavoro poco curati e impreparati?