Amarsi nonostante gli smartphone

Questo pezzo è uscito su invisibilio.pronews.it
Che rimane dell’amore quando il cellulare si blocca e vorrei farlo a pezzi.
Quando ho fatto l’upgrade definitivo di quel che era il mio cellulare, passando ad uno smartphone, il mondo è radicalmente cambiato: da subito tutto quel che riguardava quell’oggetto nero e liscio si è fatto più bello. All’inizio, e come sempre di fronte ad ogni novità, ero critico e titubante. Mi è bastata una manciata di minuti per amare lo scorrere del dito sullo schermo liscio, la definizione altissima, in poco tempo mi sono infatuato della possibilità di sapere tutto-subito-ovunque; mi sono innamorato del fatto di essere diventato immediatamente più potente.
Ogni tanto accade, inoltre, che guardare il vecchio telefono con quello schermo minuscolo e fatto di quadratini neri su sfondo verde diventi un’operazione inconcepibile e noiosa. Non poteva più darmi nulla, quel dispositivo, non poteva garantirmi abbondanza e serenità come invece il nuovo Samsung mi ha dato. Il mio rapporto con il telefono precedente non era più sufficiente, aveva esaurito ciò che poteva garantirmi, il mondo progrediva e tutti gli amici erano più potenti di me, era il momento di lasciarci.
Ora io e il mio Samsung ci troviamo bene ma quando, a volte, non funziona, spaccherei tutto; non può, non deve, non gli è permesso tradirmi e non darsi a me. A volte quando si inceppa, quando è stanco e non è capace di garantirmi gioia e potenza, mi viene in mente il vecchio telefono, al tempo quando
“fra me e lui erano sorti problemi di fiducia, responsabilità e compatibilità, e verso la fine avevo cominciato addirittura a dubitare della sua salute mentale, finché non mi era toccato ammettere che dovevo chiudere il nostro rapporto” [1]
Se premo due volte il tasto principale del mio Samsung, invece, una voce robotica e femminile mi chiede: “Cosa vuoi fare?”: immediatamente sono libero di usufruire di tutto quello per cui ho pagato, quella frase è la stessa frase che potrebbe chiedermi una persona nel momento in cui la pago per del sesso. Ritornando lentamente dal delirio, il rapporto definibile come smart è un rapporto erotico ed unilaterale, io posso chiedere tutto e subito al mio telefono, come al mio computer, e nulla è richiesto in cambio. Questo dispositivo elettronico mi fa diventare un essere estremamente potente, rende semplice la mia vita contro la durezza, l’inimicizia e la violenza dello scorrere naturale dell’esistenza.
In uno splendido articolo uscito per pagina99.it, Giorgio Fontana cita un saggio della psicologa americana Barbara Fredickson[2] che tratta delle nuove frontiere dell’amore. Nel saggio l’amore è presentato e valorizzato – riduco molto e colgo l’essenza di quel che mi interessa – in quanto fattore fondamentale per il benessere corporale della persona. L’amore è fondamento dell’armonia del proprio Io, si può addirittura allenarsi a far esplodere attimi di gioia nella propria quotidianità, proprio come lo Yoga, come la meditazione. L’amore fa sorridere, fa stare bene, è qualcosa che il nostro corpo ci chiede, è qualcosa di positivo per la nostra armonia.
Non è un caso che questo avvenga nella società della felicità, dove il più grande obbligo sociale è il benessere psicofisico – e di conseguenza la normalizzazione delle vite. Lo stesso procedimento avviene per il sesso, che ora è un qualcosa da praticare con regolarità e gioia in quanto – anche, ma fortemente – fa bene alla salute.
Non è così lontana da noi tutta questa storia, quanti di noi “hanno paura di soffrire?”; sarebbe troppo banale concludere che quando un rapporto non va si getta via come un cellulare vecchio, è molto più grande la faccenda. Dalla tecnologia all’amore tutto quanto è creato per farci-stare-bene, perché la dura vita sia meno dura con noi, perché venga eliminata qualsiasi forma di sofferenza che non sia necessaria.

Ma l’amore non è questo. L’amore non è smart, l’amore non è un dispositivo che accresce, coccola, aiuta e non invade il nostro Io, l’amore non nutre il narcisismo. Se ci stiamo abituando ad avere tutto e subito senza fatica ecco che l’amore viene a disfarci di tutto quel che abbiamo costruito – anche grazie alla società tecnocratica – attorno a noi, attorno alla nostra immagine di noi stessi, attorno al nostro Io. L’amore viene a smascherare questa cazzata che è l’autoreferenzialità. Non è piacevole come il mio smartphone, l’amore. L’amore significa far entrare un altro Io nella zona costruita del proprio, fare entrare la luce dell’altro negli interstizi della propria piccola stanzetta dove abbiamo nascosto il lato peggiore di noi. L’amore è naturale non nel senso terribile con cui chi parla di famiglia naturale lo usa, è naturale nel senso che è violento, che fa resistenza alla piacevolezza del resto della nostra vita.
“l’amore è fatto di smisurata empatia, un sentimento che nasce dall’intima scoperta che un’altra persona sia reale quanto voi”[3]
L’amore non ha nulla a che fare con il benessere del proprio Io, legare l’amore al benessere significa pensare l’amore come qualcosa di utile, di appagante e sano. Nel tempo in cui non facciamo altro che costruire una buona immagine di noi stessi, per lavoro, per necessità di formarci un curriculum, su Facebook, forse quest’amore è l’unico possibile? Se voglio avere tutto e subito, se posso avere tutto e subito e se da quando sono nato mi viene detto di dover cercare di avere tutto, e subito, da buona cometa del sogno americano quale siamo, allora amare oggi è un atto rivoluzionario perché amare significa varcare la soglia dell’altro Io, scoprire di non essere soli e, di conseguenza, provare a limitare i propri deliri di onnipotenza, il proprio desiderio che Chrome non vada in crash proprio perché, per me, deve funzionare sempre.
Lo ricorda bene il filosofo Deleuze, grande lettore di Proust, uno che qualcosa da dire della sofferenza legata all’amore ce l’ha avuta. Al di là di avere tutto sotto controllo, al di là di essere prestanti e connessi in una virtuale eternità e ubiquità scopriamo, amando, che c’è dell’altro, altro che ci porta a guardare al di fuori di noi stessi e dello specchio narcisistico che specchio non è più ma nero schermo. Nella società dell’armonia l’amore è la più grande tra tutte le contraddizioni possibili. Vi lascio dunque alle parole di Deleuze, molto amore per voi.
“C’è dunque una contraddizione nell’amore: non possiamo interpretare i segni di un essere amato senza sboccare in mondi che non hanno aspettato noi per formarsi, che si formano con le altre persone, e nei quali siamo dapprima solo un oggetto tra gli altri. L’amante desidera che l’amato gli dedichi le sue preferenze, i suoi gesti, le sue carezze. Ma i gesti dell’amato, nel momento stesso che sono rivolti e dedicati a noi, esprimono ancora quel mondo ignoto che ci esclude. L’amato ci dà segni di preferenza; ma poiché quei segni sono i medesimi che esprimono mondi di cui non facciamo parte, ogni preferenza di cui profittiamo traccia l’immagine del mondo possibile dove altri sarebbero o sono preferiti.”[4]
Note:
[1] Johathan Franzen – Più lontano ancora
[2] Barbara Fredickson – Love 2.0: How Our Supreme Emotion Affects Everything We Feel, Think, Do, and Become (Hudson Street Press)
[3] Franzen – Più lontano ancora
[4] Gilles Deleuze – Marcel Proust e i segni