Il mio profilo migliore

Questo pezzo è uscito su invisibilio.pronews.it
Tra tutti i miei profili online, il mio curriculum, le cartelle dei medici e la carriera universitaria non trovo più Andrea.
La scorsa settimana ho rivisto una mia foto di un viaggio in Portogallo e mi sono ricordato di avere il naso ricurvo, la fotografia riprendeva il lato sinistro del mio viso. “Poco male”, ho pensato, “per fortuna in Italia si guida a sinistra”. Il collegamento sembra non esserci, tuttavia se pensate che la mia ragazza mentre guido non è costretta a guardare quel lato ma l’altro, il destro, capirete quanto il sollievo sia grande. Ripresomi dallo shock del naso ricurvo ho continuato a correggere il mio curriculum perché il curriculum accademico che le università richiedono non vuole saperne quasi nulla dei lavori extra svolti per mantenerti vivo in quella stessa università. Dopo due ore ho effettivamente creato il mio curriculum migliore.
Mi è subito venuto da pensare che il vecchio curriculum corrispondesse al mio profilo con il naso ricurvo e una deliziosa sensazione ha percorso la mia spina dorsale pensando a quanto invece fosse carina quella nuova descrizione di me. Quando ho smesso di fare il curriculum una mail di Facebook mi ha avvisato che non avevo ancora completato il mio profilo con alcune informazioni. Mi ci stavo mettendo anche, forse, ma poi il telefono ha squillato e sono dovuto andare a rispondere:
“Buongiorno Nespresso Cafè!”
“Buongiorno, dica”, ho risposto, estremamente deluso.
“Sappiamo che le piacciono i gusti intensi! È uscito un nuovo prodotto…”
Loro mi volevano tanto bene credo, per loro non ero quello col naso ricurvo ma quello che ama i gusti intensi di caffè. E mi piaceva. In un attimo avevo già sintetizzato due diverseidentità dello stesso Andrea. Il curriculum e le altre copie precedenti, tre, quattro e cinque identità. Il profilo Gmail, quello lavorativo di LinkedIn, la mia musica preferita su Spotify, per non parlare di questo blog. Una decina di profili. Poi le cose si fanno ancora più serie, dal medico aiuta sapere che nel 2006 sono stato operato e il mio cinema mi chiede se voglio vedere altri film come Inception. Un ultimo profilo che mi viene in mente…la fedina penale, pulita. E quel vuoto racconta molto di me.
Sapete tutti quanto sia ambiguo tutto ciò e il discorso sul fatto che “sanno tutto di te” è abbastanza banale e superato. Ma c’è di peggio. C’è l’elogio della narrazione che aleggia negli ambienti lavorativi, uno spettro che si aggira nel mercato del lavoro, lo storytelling pubblicitario per vendere un prodotto e quello interno delle aziende. Tutti vogliono, tutti volete, tutti vogliamo che io racconti di me il più possibile.
Quindi, quanti sono io?
Continuare a narrare di noi stessi provoca così tante sfaccettature di noi che nostra vita viene frammentata in centomila (quello di Uno, nessuno e centomila, precisamente) profili, appunto, nessuno dei quali rappresenta la totalità della nostra esistenza ma solo ciò che viene costruito di essa. Siamo costantemente visti di profilo, dallo storytelling aziendale a Facebook, e profilo ha esattamente la stessa connotazione delle foto segnaletiche della polizia.
L’illusione a cui tutto questo ci sottopone è quella di essere, finalmente, nell’epoca in cui la propria soggettività e la singolarità sono valorizzate. In cui la propria vita intima è amalgamata perfettamente con quella degli altri con un gioco di magia per cui “più faccio sapere-di-me più l’intimità e società si legano”, si legano in un’armonia che non c’è mai stata nella storia. La verità più intima della nostra vita è in primo piano e questo è l’incanto più grande per la società delle catene di montaggio e dei consumatori che ogni giorno si alzano caricandosi sulle spalle lo spettro dell’anonimato.
Non siamo mai stati chiamati così tanto a dire la verità (le verità, purtroppo) di noi stessi quanto in questo momento, fino dieci anni fa una tale intensità di narrazione era rinchiusa nelle stanze degli interrogatori della polizia, nelle cartelle psichiatriche e nella confessione cattolica, (sì, lo so, ho scomodato Foucault liquidandolo in ventidue parole ma in quest’articolo non posso permettermi un ulteriore approfondimento).
Ciò che dobbiamo tenere sempre presente è il fatto che tutte queste narrazioni non sono narrazioni di verità ma costruzioni di verità. Il mio profilo Facebook non conosce il dolore alla pancia per le risate in auto in Irlanda del Nord e il mio curriculum non conosce la mia fame in questo momento. Tutti le narrazioni di noi sono appunto prospettive sulla nostra vita adatte al mantenerci in perfetta armonia con l’ordine sociale. La visione di Pirandello è portata alle sue estreme conseguenze, alla maggiore intensità.
Con l’iper-narrazione non è la verità della nostra vita a debuttare armoniosamente in società con l’abito della festa, è la nostra vita che dal linguaggio e dalle modalità della società è costruita ad hoc dall’esterno facendoci pensare che la nostra intimità sia finalmente interessante e comunicabile. L’uomo già frammentato è ora solamente prospettive, profili che si aggrovigliano e che si susseguono nella definizione più propria della parola profilo cioè linea di contorno.
Tutto ciò che fuoriesce dalla linea di contorno è illegale o carne per i farmaci della psichiatria. Eppure è nelle zone d’ombra, quelle di cui non abbiamo parole – perché le parole che usiamo nelle narrazioni abituali sono parole servili, che possiamo trovare traccia della verità di noi, che non sta nella somma dei nostri profili ma in un’altra matematica con altre variabili e la sola costante di un naso ricurvo in tutta la sua parabola.
“Car JE est un autre. Si le cuivre s’éveille clairon, il n’y a rien de sa faute”A. Rimbaud — Une saison en enfer (Foto di Cecilia Pigozzi )