Dall’Iran a Hong Kong, perché internet è più repressivo che rivoluzionario



Pensare ad internet come allo strumento più potente per la liberazione dei popoli è sbagliato, per cinque motivi fondamentali.

Dopo la Primavera Araba, dopo l’Iran e dopo l’Ucraina, possiamo comodamente affossarci nel nostro divano ed affermare sospirando che “Sì, internet è ormai uno strumento di ribellione”? Non credo. Quello che sappiamo di certo è che su Twitter si fanno scorrere informazioni, immagini, comunicati e si organizzano luoghi e modalità delle proteste, sui blog le opinioni dei singoli formano le coscienza di massa. Quando un social network viene oscurato si può passare ad un altro, quando WhatsApp è controllato a vista si passa a SnapChat , come sta avvenendo ad Hong Kong in questi giorni.

Fornire tante informazioni il più velocemente possibile è, ed è stata, la base del buon funzionamento di ogni rivoluzione, anche oggi contro i regimi in medio oriente, Cina e Russia non è diverso. Dai predicatori luterani e anabattisti che iniziavano ad avere a che fare con la stampa nell’Europa del 1500 alla resistenza italiana della Seconda Guerra Mondiale che mandava comunicazioni radio cifrate il problema è sempre stato lo stesso: fornire più informazioni possibili e fornirle ad un numero quanto più mirato possibile di destinatari.

Con la mente un pochino più lucida di quando il direttore italiano di Wired nel 2010 propose di candidare Internet al Nobel per la pace usiamo ora questi due principi per capire se effettivamente – come in molti hanno già titolato, Morozov prima di tutti – Twitter faccia o meno la rivoluzione.

In cosa internet è meglio delle catacombe usate dai cristiani? Di certo permette di far girare le informazioni e le opinioni molto più velocemente, anzi senza alcuna velocità, istantaneamente. Il problema fondamentale però è che anche il potere che si cerca di sovvertire usa internet e qualsiasi guadagno che il web potrebbe dare ai rivoluzionari è, ora, un guadagno anche del potere. Dico ora perché durante la primavera araba tutto ciò è stato una sorpresa, così come a Gezi Park in Turchia. E poi? Poi è accaduto che l’occidente, e i colossi di internet, si sono sentiti in dovere di elogiare la propria creazione mostrandone le utilità per la democrazia e l’umanità intera, così tanto da portare internet in una posizione centrale di ogni discorso riguardante la politica internazionale e da tracciare una linea di demarcazione tra paesi liberi e non in base alla libertà dell’uso della rete.

Questo atteggiamento, che ha avuto il suo apice in questo discorso di Hillary Clinton, ha portato ad una reazione contraria e di maggior intensità da parte di ogni regime traballante del mondo che ha iniziato a sopravvalutare internet (come gli americani stessi) e ad investire soldi ed energia in modalità di repressione 2.0 nuove e molto potenti.

Ho fissato quindi cinque punti tra il 2 e lo 0 in cui spiego perché attribuire tutta questa carica rivoluzionaria al web è abbastanza azzardato e alquanto miope. Il motivo di fondo è proprio il fatto che purtroppo postare qualcosa significa farlo sapere a tutti e non rispettare la regola del secondo principio che avevo indicato come arma nelle comunicazioni rivoluzionarie, il pubblico mirato.

1 I blogger di regime.

Gheddafi, ancor prima che l’america mostrasse al mondo la potenza democratica di internet, aveva una serie di blogger che, per far fronte ai molti blog rivoluzionari libici, scrivevano articoli filo-governativi e modificavano l’opinione pubblica a favore del regime. Ad Hong Kong sappiamo che ci sono una serie di profili Twitter falsi che attraverso gli stessi hashtag con cui i ragazzi manifestano trasmettono ogni giorno informazioni false e fuorvianti riguardo le proteste. Questa forma di repressione distrugge la capacità di distinguere le informazioni sensate e quelle non sensate e si basa sul fatto che i destinatari sono infiniti e virtuali. Da questo punto di vista il problema non è tanto di far sapere notizie rilevanti alle persone sbagliate quanto di far sapere notizie sbagliate a tutte le persone possibili destabilizzando la comunità web. Questo può avvenire però solamente perché, appunto

2 Non esiste una comunità web.

Esistono ancora comunità di hacker che sanno cifrare le loro informazioni e comunicarsi dati rilevanti in segreto ma sono una minoranza talmente esigua, rispetto alla quantità degli utenti nelle rivoluzioni, da non poter essere presa in considerazione, anche perché l’internet Nobel per la pace è l’internet di tutti gli utenti, quello libero. Cosa avviene nella rete libera che crea il problema del punto uno? Non c’è comunità di scambio di informazioni o meglio il gruppo di persone che forma il web non ha un linguaggio cifrato, un metodo, non usa precauzioni perché lo scopo è farlo sapere a tutti. Non esiste, in internet, quella parte oscura e segreta di ogni rivoluzione che prende il nome di cospirazione. È come se i primi cristiani invece di parlare nelle catacombe di nascosto si fossero messi a gridare sotto il Colosseo per far sapere a tutti le loro motivazioni, di certo avrebbero raggiunto molte persone e molte persone si sarebbero mobilitate, ma anche i romani avrebbero sentito tutto reagendo di conseguenza.

Inoltre, e parlo di Twitter in particolare, il fatto che non esistano confini di comunità ma soltanto luoghi semantici di trasporto informazioni e ritrovo, cioè hashtag, non permette di garantire anche nella più totale buona fede (non come nel punto 1) la qualità e l’efficienza delle informazioni. Un esempio, esiste un idiota, io, che la settimana scorsa ho twittato una cosa con l’hashtag #occupyhongkong. Le visualizzazioni del mio articolo sono salite di molto, ma a cosa è servito, ai ragazzi in piazza, la mia informazione? Ed io sono soltanto uno tra milioni.

La critica che potreste rivolgermi è che i messaggi cifrati e la capacità di comunicare in segreto (vedi SnapChat) ci sono. È vero, ma l’internet che la comunità internazionale sta elogiando è quello totale e completamente aperto a tutti e, per questo, si dice, democratico. Si è detto che la forza di internet è che ora tutti possono partecipare alle rivoluzioni quindi in quell’internet questo problema rimane. Usare internet come comunicazione elitaria e programmata è tutt’altra cosa, non sto parlando di quello.

3 La grande muraglia.

Da quando l’opinione pubblica occidentale ha calcato l’importanza di internet ancor più che di quella delle armi, per far cadere i regimi non-democratici, questi ultimi hanno rinforzato e di molto le loro difese su internet. Hanno eretto sistemi di gestione dei dati degli utenti, mezzi di censura e categorizzazione delle informazioni che mai prima d’ora erano stati creati. La Cina ha creato un sistema di difesa così imponente da essere definita l’opera più maestosa di difesa nazionale dopo la Grande Muraglia. Se le persona sanno usare internet adesso i governi lo sanno usare meglio sfruttando tutto il potere che hanno per fare arresti preventivi, per chiudere account e per localizzare potenziali rivoluzionari.

Non è tutto, perché se fosse solamente così non sarebbe una novità ma una cosa che tutti avremmo immaginato da sempre. Qual è il problema fondamentale di tutto ciò? Tutti sappiamo della tragicomica storia per cui in Afghanistan soldati americani sono morti colpiti dalle armi che gli americani stessi avevano dato al popolo afghano perché combattesse i russi, ecco.

4 I sistemi di controllo che i regimi applicano al web sono creati in occidente.

E sono perfetti per controllare la rete mondiale. Già Gheddafi aveva comprato ed utilizzato il sistema “Narus”[1]creato nella stessa California del nuovo sogno americano. Inoltre colossi come Nokia Siemens Networks e il tedesco Trovicor[2] sono sistemi che agiscono sui social network (e non solo) per controllarne e categorizzarne i dati, già testati in Iran e Cina. Riguardo a modalità di contratto tra questi tools e gli stati e di cosa facciano esattamente questi sistemi non posso aggiungere altro, se non trattenere il vostro sdegno riflettendo sul fatto che questi colossi americani fanno veramente un sacco di soldi collaborando con Cina e Russia, e cos’altro dovrebbero fare? E anche Twitter, Facebook, Google, cosa ci saremmo dovuti aspettare? Se vengono usati fanno girare i miliardi, alcuni privati e gli Stati Uniti ci guadagnano e con sistemi di difesa sopracitati creati ad hoc per agire sui social network della Silicon Valley possono anche gestire informazioni di utenti non solo americani ma di tutto il mondo, in collaborazione con gli stessi regimi che, continuano a dire, internet riuscirà ad abbattere. È il capitalismo, baby.

5 E se volessimo ribellarci a internet?

L’ultimo motivo conseguente a tutti gli altri ma anche strettamente basilare riguarda una visione un pochino più ampia del problema. Internet è una garanzia di profitto per l’occidente e una perfetta modalità di occidentalizzazione del mondo intero. Gli strumenti dell’occidente di controllo del web sono paragonabili al portare armi e armi in missioni di pace. Perché l’America ha così tanto spinto ed elogiato la libertà in internet? Perché il piano utopico degli Stati Uniti di liberare il mondo con un tweet può fin troppo facilmente mostrare l’altro lato della sua medaglia – nessun complottismo eh, soltanto libero mercato: elogio dell’innovazione americana come strumento fondamentale per un nuovo tipo di sottomissione del mondo intero. Se internet determina la rivoluzione la limita in una rivoluzione adatta a rendere più persone possibili degli utenti. Che ruolo avrebbe, internet in una rivoluzione contro internet?

“Benché il potere delle nostre tecnologie sia virtualmente illimitato, queste non sono altro che attrezzi senza manico” (Langdon Winner)

[1] http://www.nytimes.com/2011/09/02/opinion/political-repression-2-0.html?_r=2&

[2] https://opennet.net/west-censoring-east-the-use-western-technologies-middle-east-censors-2010-2011


Originally published at invisibilio.pronews.it on October 14, 2014.