L’utile e il superfluo

STORIA, IN TRE ATTI, DELL’INVESTIMENTO DEL TEMPO LIBERO A VERONA.

1 L’UTILE

Cammino tra la nebbia, tra i palazzi di Piazza Erbe rilucenti d’umidità, il marmo scintillante mi scorre sotto le suola…La città è semi-vuota, di tanto in tanto sento un rumore sguaiato proveniente da qualche osteria, incastonata anch’essa tra la bellezza di un muro qualsiasi, di un monumento offuscato dal buio.

Entro in un bar, sorseggiare Valpolicella tra una vibrante aurea di storia millenaria mi allontana da qualsiasi altro desiderio: nessun posto al mondo, penso, può eguagliare la delizia d’esser qui, vivi.

Esco di nuovo, respiro aria fresca, leggo gli immensi manifesti della Fondazione Arena, tra le icone del comune e della Banca Popolare leggo che la prossima estate riproporranno la Carmen. Sorrido.

Il vino e l’unico giorno libero che mi è concesso in una settimana stanno spingendo il mio giovane animo a far cambiare marcia alla serata, che fare? Potrei prendere la macchina, andare al Berfi’s, prendere un Taxi, UBER è illegale, e andare fino alla grande discoteca delle Torricelle, ripararmi dal freddo fino all’alba.

L’alternativa? Rimanere in centro ad esplorare qualche altro “baretto”, i Preti, il Mala, il Canara? Potrei, ma dovrei poi stare attento a guidare.

Abdico.

Tornando verso casa guardo la surreale luce dello stadio illuminare in modo apocalittico la città — ecco perché era così vuota.

2 IL SUPERFLUO

Ricordo ad oggi tre amenità.

Ricordo le serate reggae all’Enel, prima che il circolo fosse costretto a tenere volumi al minimo impedendo forzatamente qualsiasi attività musicale fondata sui sound system.

Ricordo che al Carega Jazz Festival le stesse mura lucenti dell’inverno si riempivano di Louisiana, di New Orleans, del jazz-rap degli ISWHAT?! e della delicatezza dei maestri mondiali.

Ricordo i primi anni di Piazza Dante, i giocolieri, i tamburi, la musica e qualcosa di mai visto in uno spazio comune. Ricordo la polizia e la parola “bonghi” sulla bocca di tutta la Verona dell’utile, la stessa Verona che ora discute di questo:

3 EPILOGO

Ogni volta che Verona ha provato a non essere la Verona dell’utile è stata arginata, affossata e abbattuta. Verona ha provato a non essere una costellazione di privati imprenditori del tempo, ed ha provato anche ad aprirsi al comune, al visibile di una strada o di un giardino, per lasciare alla fluidità dell’arte e della cultura auto-organizzata il tempo libero, il tempo di farci crescere e sentirci liberi davvero e non solo

Liberi nel senso del tempo libero delle domeniche in cui ti riposi. (Dargen D’Amico)

Verona, con il NANO, che oggi dichiara il suo addio con un’ultima serata in programma, ha provato a non essere solo GESTIONE del tempo ma IMMERSIONE nello scorrere del superfluo, di tutto-ciò-che-non-ha-a-che-fare-con-la-pura-sopravvivenza.

Il superfluo non serve a pagare le tasse, a riempire le tasche di un elettorato che voterà chi gli permetterà di vivere nell’utile, nel bell’utile di Verona, nello schema virtuoso e infinito da recitare come un mantra: lavora, esci, bevi, evita il posto di blocco, torna a casa, vai allo stadio, vai in discoteca e in chiesa la mattina dopo, prima di bestemmiare la domenica sera e tornare a lavorare.

Purtroppo la bellezza di Verona ci inietta l’illusione che questo utile ci basti.

Il NANO è stato un altro baluardo d’inversione di questa tendenza, un’altra condivisione di spazio comune che non faceva che dirci incessantemente che non bisogna affiancare l’utile e il superfluo perché il vero utile è il superfluo.

Il NANO è stato creazione di cultura comune in una via famosa per la polizia — i guardiani dell’utile — a sedare risse tra stranieri, giusto per ricordarci cosa possa fare il superfluo: può insinuarsi nello schema dell’utile e farlo saltare, è rivoluzionario, per questo è inaccettabile.

Come scrive Tobja su Facebook il NANO è un’idea, e tutte le attività che ha elencato nel suo post (che qui riporto in parte) devono resistere e far sì che l’idea non sparisca, e che NANO non resti soltanto il Vialone Nano, che nostro malgrado è buonissimo, di una bontà che come la bellezza di Verona rischia di farci adagiare all’immobilità dell’utile.