La difesa è sempre legittima?

Al di là dei populismi, al di là della Lega e di chi insegue il sogno di una pistola in ogni casa, provo a percorrere il crinale che separa ed unisce difesa personale e legge, oltre la morale ed oltre la domanda che tutti ci stiamo facendo: la difesa personale è sempre legittima?

La domanda che mi sono posto viene un attimo prima di questa, o un attimo dopo, come desiderate: perché è così difficile capire se la difesa personale sia sempre legittima o meno? Da più di cinque secoli gli studiosi di legge si sforzano per cercare una soluzione univoca e definitiva sulla questione e potete star certi che chi vi propone risposte e soluzioni la cui comprensione vi possa occupare meno di cinque settimane di studio o lettura è un farabutto o uno stupido.

Perché, dunque, è così difficile parlare del problema della difesa personale?

Perché la questione della difesa personale diviene veramente un crinale, una separazione impervia da percorrere, che separa ed unisce la legge naturale e la legge giuridica. Difendere la propria vita non è altro che un altro modo per attualizzare il proprio latente istinto di sopravvivenza: la legge primaria di natura, e questa legge, in natura, è al di là del bene e del male, al di là della morale, scissa dalla legge. Ogni comportamento animale vincolante per la sopravvivenza dell’animale stesso è dettato dalla legge primaria naturale, che orienta la storia dei viventi attraverso un percorso di morte:

  • la caccia animale,
  • la difesa dei propri cuccioli,
  • l’uccisione dei mammuth da parte dei primi uomini,
  • l’uccisione di un nemico per ottenere il suo cibo,
  • l’uccisione per difendere la propria famiglia,
  • l’uccisione della famiglia vicina per poter sfamare la propria,
  • l’uccisione di un uomo per poter avere il suo denaro per poter comprare il cibo alla propria famiglia, l’uccisione del sovrano per poter liberare il proprio popolo,
  • l’uccisione di una persona per avere il suo denaro per poter vivere meglio,
  • l’uccisione del ladro trovato in casa mentre rubava il tuo denaro per poter vivere meglio.

Ops.

Nessun ops, in realtà; guardiamo agli estremi del percorso di morte appena descritto: la caccia animale e, al polo opposto, l’uccisione di un uomo per possedere il suo denaro. Sono la stessa cosa? Sì, o meglio, sono la stessa cosa se homo homini lupus: se accettiamo il fatto che viviamo in un mondo in cui vari istinti di sopravvivenza (in cui inseriamo anche il “desiderio di una vita migliore”, perché l’umano non è solo una successione di bisogni) vengano a contatto tra loro, in modo opposto, producendo violenza e morte. Gli uomini, seguendo l’istinto di sopravvivenza, si comportano tra loro come gli animali — pensò nel 1600 Thomas Hobbes, e il suo pensiero venne confermato e ampliato qualche anno dopo da John Locke.

Cosa ha fatto l’uomo per porre rimedio a questo stato di violenza? si chiesero i due, la risposta fu strabiliante e molto semplice: inventò lo stato, inventò la legge. La legge è un contratto che due uomini stipulano tra loro delegando ad un terzo — lo stato — le loro dispute, i loro disguidi e, soprattutto, l’uso della violenza.

La morale inizia perché non siamo in due, ma c’è un terzo di noi. (Levinas)

Questo, per il discorso che ci interessa, implica due cose: la prima è che l’uomo abbandona finalmente il diritto di usare la forza bruta (solo gli stati uccidono legalmente), la seconda è una questione più scivolosa e ci riporta alla linea di morte più sopra

Ora, ora che abbiamo uno stato, una legge, quella linea di morte può essere divisa in due: dopo la caccia animale, la difesa dei propri cuccioli, l’uccisione dei mammuth da parte dei primi uomini dobbiamo inserire la legge ed iniziare a delegare allo stato l’arbitrio di cosa sia giusto e cosa sia no.

La linea di morte era il frutto dell’attualizzazione pratica dell’istinto di sopravvivenza, la legge di natura: ricordando questo capiamo come la legge dello stato, della società, provi ad introdursi nella legge di natura per eliminare tutte le uccisioni successive a quella del povero mammuth. C’è solo un piccolo inghippo nel problema che lo stato cerca di risolvere: non lo risolve, le morti violente continuano ad esistere e molte di queste hanno a che fare con la pura volontà di sopravvivenza.

E quindi? Non abbiamo risolto nulla, direte. No, non è vero, tutte queste righe dobbiamo tenerle, la società esiste, e la legge pure.

Non è ancora giunto il momento di rispondere alla domanda riguardante la legittimità della difesa personale, ma possiamo pensare a quello che abbiamo detto provando a giudicare le risposte date al problema della sicurezza personale dalla politica, dal potere, dagli stati: ci sono due tipi di risposte, vanno entrambe osservate con la lente della legge di natura, e giudicate al tribunale dell’umanitas.

1 La risposta del populismo: Buonanno, la Lega, Donald Trump e molti repubblicani americani invocano un aumento della possibilità legale e pratica di difendersi. Invocano giustizia personale — ricordate le ronde? — e la possibilità di auto-difendere la propria famiglia e la propria casa dall’invasore. Cosa significa? Un ritorno allo stato di natura, un ritorno all’homo homini lupus, alla giustizia privata e arbitraria e alla consequenziale sopraffazione dei più deboli da parte dei più forti. Funziona? Non saprei, so che quando alle elementari mi picchiavano ero molto, molto, molto felice che ci fosse la maestra nei paraggi, da cui correre.

2 La risposta borghese, che ora chiameremmo liberale: cerca di eliminare il problema, di eliminare il fatto stesso che la questione debba essere posta, è la stessa soluzione che volle Hobbes per giustificare lo stato. Lo stato liberale chiede più potere per la legge, più sicurezza per il mantenimento della proprietà privata e per il mantenimento e la sopravvivenza della società. Questo comporta un rafforzamento del potere statale: più telecamere, più medicalizzazione, più controlli…il tutto per eliminare la possibilità che qualcuno subisca violenza, per ridurla a zero, dove lo zero si avvicina alla lobotomia. Per questo stato la possibilità di dover giudicare la legittima difesa deve essere ridotta a zero. Alle elementari, talvolta, c’erano due maestre a guardarmi, non venivo picchiato ma non potevo nemmeno lasciare la penna e dormire sul banco senza essere richiamato.

La legge sulla legittima difesa in America.

La difesa personale è sempre legittima?

Credo che a questa domanda non si possa dare risposta affermativa, per un motivo legato all’origine e alla struttura della legge. La legge agisce in astratto sulla vita: non rubare è una legge definita ma chi ruba per poter mangiare ci toglie da questa certezza di giudizio, non tutti i contadini denuncerebbero un bambino colto a rubare una mela dai loro campi per mangiare, per fortuna. La legge si confronta sempre con le sfumature della vita, con i casi concreti: per questo esistono gli avvocati. Il riferimento in questo nostro caso non è non rubare ma non uccidere: non bisogna mai uccidere. Nemmeno chi ti punta un’arma addosso? Chi minaccia di ucciderti a sua volta?

E mentre gli usi questa premura, quello si volta, ti vede, ha paura, ed imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia (De André)

Come posso non uccidere se uccidere diventa l’unica azione che mi farà sopravvivere? L’astrattezza della legge, per tutto quello che abbiamo detto, si lega con l’istinto di sopravvivenza — cioé con i lati più profondi e nascosti dell’umano, i desideri, le paure, le emozioni; ed incontrandosi con l’umano perde d’astrattezza e perde forza.

Non so se si debba rispondere negativamente, ma una risposta affermativa sarebbe ignobile, non considererebbe lo stato di natura, l’umano, la logica e secoli di storia. Ma lo sentite come suona? La difesa personale è sempre legittima: si può sempre uccidere qualcuno per difendersi, l’arbitrio è lasciato all’istinto e la legge si fa da parte con certezza, homo homini lupus.

Risulterò forse retorico, ma dopo tutte queste righe analitiche dovete permettermelo, rispondendo che è tutta questione di coscienza personale, di cultura e di educazione, di chi sceglie come Piero di usare la premura di non sparare, di usare la premura di giudicare con onestà, e soprattutto di aprire un dibattito politico serio. È tutta questione di trattare il prossimo e la realtà con premura, in qualsiasi accezione del termine prossimo e del termine realtà. E in classe, alle elementari, nessuno mi picchiava se io e quelli che mi picchiavano riuscivamo a condividere ed approfondire assieme una lettura, un pensiero, un’idea che ci aiutasse a sentirci parte di qualcosa, in due: accadeva sempre che da quel momento tutto cambiava e venivo lasciato in pace.

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Originally published at www.lungoibordi.it on October 26, 2015.

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