Stefano Cucchi e la pena di morte, come corpo morto cade

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La verità di tutte le nostre vite raccontata dal corpo tumefatto di Stefano e dal comunicato del Sindacato Autonomo di Polizia.
Nel 2009 il filosofo francese Jean –Luc Nancy tracciò 58 indizi[1] sul concetto di corpo. Il primo, il quinto e il ventiduesimo formano lo sfondo con cui affrontare la questione di Stefano, dovrete rileggerli lentamente perché userò queste parole in tutto l’articolo. 1 Il corpo è materiale. È denso. Impenetrabile. Se lo penetriamo si smembra, si buca, si lacera. 5 Il corpo è immateriale. È un disegno, è un contorno, è un’idea. 22 Differendo, i corpi sono tutti un po’ deformi. Un corpo perfettamente formato è un corpo imbarazzante, indiscreto nel mondo dei corpi, inaccettabile. È un’assonometria, non è un corpo. Tenendo questi indizi come sfondo leggiamo le parole di Gianni Tonelli dopo l’assoluzione generale di qualche giorno fa C’è piena soddisfazione. In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie. Se queste parole non fossero state espresse potremmo parlare della morte di Stefano come di un caso di semplice violenza umana, che alberga tra i rappresentanti delle forze dell’ordine così come tra chi conduce vite dissolute. E invece queste parole esistono.
Le immagini del corpo di Stefano Cucchi, e la sentenza, dichiarano che mentre Stefano era sotto la tutela delle autorità c’è stata una percossa. Rifacendoci all’indizio 1 il corpo di Stefano è stato smembrato, bucato, lacerato. Le parole di Tonelli però assolvono il corpo delle forze dell’ordine per trovare un colpevole in tutti quelli che disprezzano la propria condizione di salute e conducono vite dissolute. Ma se violenza c’è stata, dov’è dunque questa violenza? Nelle forze dell’ordine? Nelle vite dissolute? La violenza fisica è un contatto tra corpi che lascia il proprio segno sulla pelle. È la necessità di mutare la condizione materiale dell’altro corpo. Dal comunicato del SAP, magistralmente più chiaro delle parole del filosofo Nancy, si coglie come il corpo vivente e materiale di Stefano sia stato smembrato (indizio 1) in quanto inaccettabile ed imbarazzante (l’indizio 22 ma al contrario, non a caso dal punto di vista dell’autorità è il corpo deforme ad essere imbarazzante) rispetto ad un contorno tracciato di corpi, ad un’idea di corpo (indizio 5).
La deformità della vita di Stefano consisteva nell’avere una vita dissoluta, nel non tenere alla propria salute. In latino dissoluto significa sciolto, disgregato, come la vita di un tossicodipendente. Il termine è molto simile ad assoluto, ma concettualmente rappresenta il suo contrario: assoluto è sinonimo di perfetto, compiuto in sé. La colpa di Stefano è stata quella di essere uscito dall’idea assoluta di una vita compiuta, essendo un ex-tossicodipendente, (indizio 5) per disgregarla e scioglierla diventando un vivente inaccettabile. Dal punto di vista delle nostre vite, dei nostri corpi, Nancy ci dice invece che il corpo inaccettabile è il corpo perfetto, non il corpo deforme: quanta verità rimanda il corpo di Stefano, rispetto a questa foto? Il corpo di Stefano è la verità di un corpo che viene a patti con l’idea, assoluta, di esistenza, che la nostra società porta con sé. Maciullato mentre era a carico del corpo di polizia (è nella sentenza), maciullato dal corpus di leggi della giustizia italiana che per “mancanza di prove” non può trovare i colpevoli, maciullato dal silenzio dello Stato sulla tortura e sulle violenze. Se il corpo assoluto è ora un corpo in camicia bianca, che con polpastrelli atti alle impronte digitali digita tweet e scatta selfie, un corpo che lavora e produce mantenendosi in salute per lavorare e produrre nel modo più felice possibile, allora il corpo mutilato di Stefano ci dice, come da indizio 22, che un corpo del genere non dovrebbe essere più accettabile proprio perché nasconde dietro di sé violenza e morte, e su queste si fonda.
Il corpo perfetto e prestante, la vita perfetta e prestante, trovano il loro abisso negli ematomi del corpo di Stefano. È una cosa che ognuno di noi non può più accettare, le parole di Tonolli sono emblematiche di un’idea che si nasconde in un certo tipo di Stato, l’idea che non esista un altrimenti al corpo perfetto, alla vita perfetta ed ideale da salvaguardare eliminando le altre. L’altrimenti è questa pena di morte, ma anche la violenza domestica, il linguaggio violento contro l’omosessualità, l’abbattimento di Daniza, i centri di identificazione e espulsione. Quando i nostri corpi sono perfetti ed accettabili, in salute con i nuovi bracciali Microsoft e molto ma molto smart, possiamo rispondere e corrispondere alla nuova divinità assoluta di un’idea, post-liberale, di umanità occidentale. Quando i nostri corpi barcollano, si drogano, si fermano, lanciano estintori, allora tradiscono la divinità (indizio 5) e vengono condannati a morte, esattamente come Socrate, per aver smesso di onorare gli dei. E dietro l’idea assoluta esiste la verità dei nostri e della nostra vita, che il corpo di Stefano ci ha mostrato per liberare il corpo dall’essere un’ascella dove spruzzare il deodorante per non puzzare, poi, al lavoro.
Note
[1] Jean-Luc Nancy, Indizi sul corpo.
Immagine: “Figure with Meat”, Francis Bacon, 1961