Vi odio, cari hipster


Questo pezzo è uscito su invisibilio.pronews.it

Il peccato più grande tra camicie del Village e filtri su Instagram.

Accade, a volte, che una subcultura inizi un percorso verso il suo declino. Avviene, per lo più, quando la suddetta subcultura diviene – o viene fatta diventare – mainstream. Parlare oggi di hipster è anacronistico, i baffi e le camicie da tagliaboschi che vediamo attorno a noi, nelle nostre città, sono solo la coda di una cometa che già è andata a finire nel sole, nell’acciecante sole del brand; se volete, utilizzando le parole di Raoul Duke (Johnny Depp in “Paura e delirio a Las Vegas”), mutatis mutandis:

…potevi andare su una ripida collina di Las Vegas e guardare ad ovest, potevi quasi vedere il segno dell’acqua alta, quel punto dove alla fine l’onda si è infranta ed è tornata indietro.

Anche se ad oggi molto è stato detto sugli hipster, sull’hipster in ognuno di noi, sull’hipster come fenomeno estetico e sulla “moda hipster”, vorrei proporre di vedere questo fenomeno nel suo tramonto contemporaneo come l’emblema, la caricatura forse, ma sicuramente il punto di legame tra tutti i mali e pericoli più grandi che l’umanità occidentale si trova ad affrontare. Se vi sembro apocalittico, guardatevi lui

Torniamo sulla terra. Guardo ai miei amici e alle persone che mi stanno intorno. Alcuni ce la stanno facendo, per altri è più difficile. In pochi crediamo ancora in qualcosa, io forse meno di altri. Nascere quando tutto è morto, crollato o è stato ucciso è difficile; stare insieme tra il turbocapitalismo, la tecnologia, la liberalizzazione dei mercati e Alessandro Di Battista è alienante. Stiamo perdendo il contatto con la realtà, forse. Parlo di contatto proprio fisicamente, stiamo perdendo il tatto con la realtà: la musica, le immagini, la scrittura e la politica passano attraverso uno schermo liscio e anonimo per il tatto. Non abbiamo perso solo le ideologie e la speranza di una vita migliore, stiamo perdendo anche le cose. Credo si vendano più abbonamenti a Spotify Premium che scaffalature porta cd. Non voglio fare il nostalgico, è così ora e va bene così, solo che in questo modo ci sciogliamo; ci sciogliamo tra l’impalpabilità di cose inesistenti e l’insoddisfazione perenne per una vita trascorsa nella cosiddetta ed eventuale crisi.

Nel sottobosco di questa decadente situazione spuntano dei funghetti colorati ovunque, nel microclima perfetto della liquidità umana una risposta sorge con baffetti e biciclettine a scatto fisso. L’essere hipster è una risposta a tutto questo, una risposta all’omologazione, al nichilismo, alla piccolezza della classe borghese, al mondo del lavoro inesistente. È una risposta e ora vedremo come, quel che conta tenere in mente è che è la risposta sbagliata.

Il terrore più grande che ci portiamo dentro è quello della mediocrità, l’essere un piccolo-borghese medio vittima della moda e del consumo, passare le serate a guardare la televisione, leggere i quotidiani tremendamente pop e parlare di cose comuni. Infine, morire. È il consumatore medio e non partecipe ciò che spaventa di più i giovani laureati, iper qualificati e tecnologici. Ma già Kerouac avrebbe voluto essere qualsiasi cosa

un messicano a Denver, o anche un povero giapponese stressato dal lavoro, tutto per non essere quello che ero così tristemente: un disilluso uomo bianco.[1]

L’hipster odia la mediocrità, ma non solo l’hipster, tutto il mondo la odia. Non è più il lavoro a nobilitare l’uomo – ammesso che l’abbia mai nobilitato – ma è la creatività. Essere creativi significa produrre mondo e non farne parte passivamente. Significa non dover sottostare a leggi di mercato ma sentirsi liberi e capaci di agire all’interno di questo. Il triste e disilluso uomo bianco diviene, con l’hipster, padrone di sé stesso, padrone del suo stile. Non avendo il coraggio di radicalizzare la propria vita combatte la strage delle illusioni riempendo il carrello al supermercato delle subculture.

Ed ecco un mix di tutto quel che il mondo – ora grazie alla tecnologia – può offrire: vestitiautentici, comprati da un amico direttamente nell’East Village; musica ricercata, non quel che offre la classifica di Mtv ma dell’elettronica-indie-HipHop-jazz-fusion-lounge-folk che il mondo ti può garantire in un secondo; design originale che possa richiamare un qualsiasi altrove, come per Kerouac, ma mai il qui-ed-ora; la religione non esiste, o meglio “ho-una-visione-tutta-mia”. Ci sarebbe una gran parentesi da aprire sull’oriente ma mi affido brevemente alle parole di Guccini

alle magie di moda delle religioni orientali, che da noi nascondono solo vuoti di pensiero[2]

E poi, ora, i cappellini New Era, che quando il mio amico Luca lo metteva in seconda superiore veniva spesso guardato male simulando qualche “Yo” fastidioso.

L’hipster è ossessionato dall’autenticità, dai vinili, dalle cose materiali vere. È ossessionato dal dare sfoggio di prodotti autentici, di mostrare che non si è presi dal vortice del consumo banale e piccolo borghese. Vuole costantemente essere qualcosa d’altro da quello che è. Per la prima volta nella storia, dal ‘900 in poi, l’uomo ha capacità di godere di privilegi intellettuali che comunque non potrà avere e questo lo annichilisce. Potenzialmente quell’99% di Occupy è capace di apprezzare, giudicare, contribuire al mondo dello stile e dalla cultura allo stesso modo di quell’1% che invece oltre ad esserne capace lo fa, perché può. L’hipster ha a portata di mano un mondo che però non può afferrare pienamente, perché non ha le possibilità economiche per farlo. Certo essere hipster è dispendioso ma quanti possono realmente prendersi un Mustang del ’56 e girare l’America per sempre? Quanti possono passare la vita a scrivere poesiole sulla Moleskine contemplando il Big Sur a San Francisco?

La risposta hipster, che si annida in ognuno di noi, è sbagliata per questo: l’hipster in realtà non crea, non fa, non produce e non esperisce nulla. Una sovrapproduzione di oggetti ricercati attorno a lui garantisce una piccola dose di metadone per fuggire dalla mediocrità ma ha da sempre fatto dimenticare l’estasi di una botta d’eroina. L’hipster è in perenne tensione verso altro senza mai diventarlo, anzi, e questa è la cosa più pericolosa: l’hipster che ha voluto combattere contro la mediocrità dei consumi è finito in realtà nel punto più alto, mistico, sovrano e reverenziale del turbocapitalismo.

Scommetto che tutti saprete elencarmi almeno cinque sei prodotti o marche “hipster”. L’hipster ha smesso di fare esperienze vere per accerchiarsi di esperienze finte, di esperienze che possano portare-a-lui un mondo che non può andare a prendere sul serio, parlo delle camicie di New York e dei vinili spediti da Berlino di musica di qualche festival urbano ecologico green. L’hipster coglie e si circonda di stili da tutto il mondo che non fanno altro che portargli garanzia d’esperienza: la camicia di New York garantisce di risultare come uno fuori dalla massa, senza camicia bianca e Gazzetta dello Sport, no, lui cammina con la sua piccola camicia aperta sorseggiando Red Stripe in un’alba sulla grande mela mentre un sottofondo indie accompagna i suoi pensieri.

Ogni oggetto, ogni canzone, ogni fotografia – tante, tantissime eh – garantiscono esperienza che se fosse vera non andrebbe a rinchiudersi in quell’oggetto. I vinili garantiscono nottate passate a parlare di quanto faccia schifo il mondo, ascoltando be-pop. Gli input che il mondo può dare ora, tanti da farci diventare schizofrenici, l’hipster è capace di portarli con se ovunque vada, senza in realtà fare mai nulla.

Cos’altro si comporta così? Cos’altro garantisce esperienza nel prodotto? I brand, il marketing attorno ai brand. Nike garantisce d’essere sportivi, North Face e Patagonia garantiscono viaggi avventurosi, Moleskine garantisce una vita creativa. Non fatemi parlare di Apple, dai. Passiamo agli hipster? Sono morti, dicevo all’inizio, perché hanno risposto a quello che odiavano estremizzandolo. Hanno risposto al consumo diventando iperconsumatori – consapevoli, ma iperconsumatori – per marchi come Apple, ma anche Urban Outfitters o American Apparel è il massimo. Hanno combattuto il consumo e le regole con l’anarchia ma l’anarchia più forte è quella del capitalismo, per questo hanno fatto in realtà molto bene allo status quo.

Concludo, approfondendo questo. L’hipster è un disilluso e guarda con sufficienza gli illusi, l’hipster cerca il bello attorno a sé, o meglio, cerca il bello che possa parlare al posto suo raccontando esperienze, ogni abito, ogni canzone, è un simbolo del suo perenne essere un wannabe[3]. I valori non ci sono più, sono morti, oltre alla gratificazione quotidiana – dovuta e comprensibile, in un mondo terribile – che deriva dal motto sesso droga e musica, aggiungendoci lo stile, non esiste altro.

L’hipster non crea nessuna narrazione, nessuna cultura, preferisce che sia il mondo di cosereali che ha che parli per lui. Da piatti giapponesi a cena a barbe anacronistiche l’hipster ti dice solo quello che vedi, esattamente come nella pubblicità la narrazione è lasciata al brand, qui la narrazione è lasciata a ciò che il suo mondo può dirci, ma non a ciò che può dirci lui. È un pericolo vivo questo, che ha a che fare con ognuno di noi. Vivere senza produrre cultura ma prendere tutto ciò che il mondo può offrirci perché tanto è inesauribile. Non invischiarsi mai completamente, non avere il coraggio di fare Hip-Hop che inciti alla morte delle autorità e non avere il coraggio di seguire il mito di molti, Kurt Kobain, ma soltanto trascrivere frasi ed indossare magliette (questo non è hipster, ma parte di tutti noi).

L’hipster, come tutti noi ora, non ha mai creato nessuna controcultura, ha solo preso da varie controculture storiche quel che gli interessava in un momento preciso e assoluto. Le culture parlano della vita ma l’hipster ha solo preso ciò che, nel profondo, grandi narrazioni globali date dalle corporation digitali, hanno voluto portare. L’unico modo di creare controcultura è creare pensiero e narrare di sé, delle proprie vite, creare musica, arte, linguaggio e farlo in spazi comuni, sociali, d’incontro. Ma a figli della classe media di quella che è stata l’Italia del dopoguerra possiamo chiederlo? L’hipster – e noi ora – parla per un sistema di segni che non è un linguaggio verbale, il loro esprimersi non necessita di cultura e il loro spazio d’incontro è il campo visivo attorno alla persona individuale e chiusa in sé stessa, per questo sono al servizio di ciò che hanno sempre voluto combattere.

Con tutto il mio odio verso l’hipster dentro di me e dentro di voi, vi lascio e rinnovo – come una promessa domenicale – le parole di Pasolini (come da titolo) sui “cappelloni” degli anni ’70, trasferitele e sostituite capelli con tutto l’apparato stilistico che vi viene in mente attorno all’hipster

La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare[4]

Note:

[1] Ecchìsseloricorda.

[2] Francesco Guccini, Addio

[3] Tiziano Bonini, Hipster, a cui penso vada la metà dei crediti di questo articolo. Leggetelo.

[4] Scritti corsari, p.11