Alejandro Aravena e l’Architettura del ribaltamento

Nel 1995 Alejandro Aravena, deluso da una serie di committenze commerciali, tra cui ristoranti e negozi, si ritira dal mondo dell’architettura e decide di aprire un bar. Il locale si chiamava “Sin Nombre”, e per due lunghi anni vive di notte dietro ad un bancone, svegliandosi alle cinque di pomeriggio e andando a letto alle dieci di ogni mattina.

Un giorno indefinito del 1997 un amico scultore gli chiede di progettargli la casa. Aravena accetta, ma ad una sola condizione: avrebbe voluto avere libertà totale sulle scelte progettuali senza intromissioni, e in cambio avrebbe rinunciato alla sua parcella. Il cliente glielo acconsente, e così la passione per l’architettura si accende nuovamente. Da quel momento in poi la sua carriera sarà costantemente in ascesa.

Alejandro Aravena nasce nel 1967, fa il suo ingresso nel mondo dell’architettura nel Cile della fine degli anni ’80, sotto l’ombra di Augusto Pinochet, dove l’informazione e la formazione avevano contorni incerti. Così, armato di taccuino e righello, l’enfant-prodige comincia ad osservare gli edifici attorno a lui che crede più importanti, seguendo criteri in gran parte istintivi, fino ad un viaggio in Italia dove divora visivamente Venezia e si abbuffa delle sue proporzioni. Infatti dopo la laurea nel 19992 presso la Pontificia Università Cattolica del Cile, frequenta corsi post-laurea presso lo IUAV e di incisione presso l’Accademia delle belle arti di Venezia.

Nel 1994 fonda “Alejandro Aravena Architects”, e, dopo la pausa da barista, continua la professione privata fino a diventare Docente di Harvard nel 2000, posizione che ricoprirà fino al 2005, per poi tornare sulla cattedra dell’Università Cattolica del Cile.

Di lui si sanno poche cose, ama portare la camicia fuori dai pantaloni, possibilmente non stirata, ha gli occhi grigi, gli piace l’omelette al formaggio e ha uno strano rapporto col parrucchiere, ma quando parla sa incantare con il carisma tipico dei condottieri sudamericani, come se fosse venuto fuori da un libro di Garcia Marquez, sappiamo che al liceo era indeciso tra il proseguire gli studi nel campo dell’arte o in quello della scienza, così ha optato per la facoltà di architettura, quasi per esclusione, nessuno nella sua famiglia era architetto, e se gli si chiede chi metterebbe nel suo pantheon delle persone più importanti per la sua vita preferisce dirti i nomi di chi lo ha colpito umanamente, piuttosto che architetti celebri a cui si è ispirato, e ti racconta di quel suo professore Fernando Perez che lo ha introdotto nel mondo dell’architettura insegnandogli che non era solo un fatto di talento, ma di principalmente comprensione, ed Hernán Riesco, altro professore che gli ha insegnato a trovare nell’architettura risposte di domande che appartengono alla sfera della politica, ma alla fine, se proprio si insiste, e gli si chiede di proporre qualcuno più conosciuto, Aravena ti risponde Rakesh Mohan, deputato governatore della Banca Centrale dell’India, “un genio dell’economia”, sostiene.

Si legge alle motivazioni della vittoria del premio Pritzker che Alejandro Aravena è stato premiato perché “attraverso i suoi progetti si occupa di creare opportunità per i meno privilegiati, mitiga gli effetti dei disastri naturali, minimizza il consumo energetico degli edifici e da’ grande dignità agli spazi pubblici”. Tom Pritzker, presidente della Fondazione Hyatt, che sponsorizza il premio, ha detto “innovativo e inspirante, Aravena mostra come l’architettura possa migliorare la vita delle persone”.

La vittoria di Aravena farà storcere il naso a molti addetti al mestiere. Infatti il workflow di Aravena è piuttosto insolito nei dibattiti dei salotti di architettura ed è raro trovarne di assonanti nelle riviste. Nella sua gerarchia di priorità antepone lo studio delle contingenze sociali e geografiche a quello della ricerca stilistica (senza dimenticarsi anche di questa, naturalmente). “Se crediamo di essere bravi progettisti, perché non cerchiamo di applicarci nelle questioni che davvero contano?” sostiene Aravena. Rigetta il metodo deduttivo dell’architettura contemporanea occidentale e ne imposta uno parzialmente induttivo, dove l’esperienza sensibile è il punto di partenza dell’iter progettuale. Si pensi, ad esempio alle modalità di accettazione dei tirocinanti nello studio: piuttosto che selezionarli attraverso la lettura dei cv e dei portfolio, si mette subito alla prova il candidato proponendogli un test da risolvere entro cinque giorni. Un chiaro approccio esperienziale alla professione, che rispecchia quello della filosofia dello studio di Aravena.

Le sue attività di architettura si svolgono nello studio “Elemental”, collettivo fondato nel assieme all’ingegnere Andres Iacobelli, nato dalla coesistenza insolita con la compagnia petrolifera cilena COPEC e con la Pontificia Universidad Católica de Chile. Il nome dello studio, Elemental, ricorda che un progetto elementare sia sempre la scelta migliore. E’ qualcosa che va dritto al cuore delle questioni. Elemental divide in tre parti uguali il proprio tempo di lavoro, una parte va alle abitazioni sociali, una ai clienti privati, e una terza si concentra sugli sviluppi urbanistici delle città, specialmente quelle cilene.

Il primo contributo alla causa delle abitazioni sociali arriva nel 2003, quando gli viene commissionato un problema apparentemente senza soluzione: la progettazione di abitazioni per 100 famiglie in Iquique, una città nel nord del Cile, con un budget che permetteva, tra l’acquisto del terreno e la costruzione delle case, soltanto una delle due operazioni. Questo episodio, come altri simili di social housing, sono progetti che molti architetti rifiuterebbero per la bassa retribuzione.

Ma suo fare architettura c’è forte consapevolezza del compito storico della professione, cercando di affrontare il problema della progettazione come fatto che oltrepassa la propria generazione per impegno civile e organizzazione sociale, e in questi termini Aravena assume i tratti di un visionario, un uomo che possiede la virtù della lungimiranza, conscio delle contraddizioni e delle tensioni che governano il sistema socio-economico del globo, e fiducioso dei propri strumenti per affrontarle quando si affida alla sua limpida equazione che va ripetendo in ogni intervista o conferenza: “più è grande il problema, più la sua soluzione ha bisogno di semplicità”

Rispetto alla concezione dell’architettura concepita come un tassello all’interno del processo produzione-consumazione, dove la logica dello sviluppo della città segue necessità economiche, di ottimizzazione e profitto, in cui l’uomo è soltanto l’utilizzatore finale di un prodotto edilizio, nella professione di Aravena questa sovrastruttura lineare viene ribaltata: Aravena non toglie nessuna delle carte in tavola, ma ne cambia l’ordine di gioco: l’interazione umana viene anteposta al prodotto finale, invitando l’uomo a partecipare alla progettazione. Imposta un dialogo orizzontale con i destinatari delle sue opere, studiando le connessioni profonde che legano gli uomini, tra di loro e con i luoghi, rifuggendo il ruolo tradizionale di progettista con le risposte dall’alto, arrivando a soluzioni sempre originali perché “il progetto non sarà mai lo stesso dato che le persone attorno sono sempre diverse”.

Affronta le questioni delle migrazioni dai territori rurali ai tessuti urbani ad alta densità, interpretando la città come uno strumento democratico che deve equidistribuire servizi e opportunità, infatti “le case popolari sono una questione difficile che merita di essere svolta con qualità, non con carità”.

Aravena racconta in un intervista al The Guardian che successivamente al completamente di un complesso di abitazioni sociali nel nord del Cile, si ritrovò a mostrare il progetto al presidente della compagnia nazionale del gas passeggiando tra le case. Formandosi a parlare con una donna che abitava in quelle case, emerse che il figlio della donna e il figlio del presidente erano entrambi studenti dello corso di laurea e addirittura nello stesso gruppo di studio.

Il senso di questa storia, sottolinea Aravena, è nella scelta politica di voler costruire un complesso di edilizia popolare nella zona centrale di una città piuttosto che in periferia. Se le abitazioni fossero state costruite nelle periferie, le possibilità che il figlio della donna avrebbe avuto di muoversi verso il centro della città sarebbero state ridotte notevolmente a discapito del suo proseguimento degli studi. Ecco che la parola chiave diventa “accessibilità”.

Aravena è stato anche scelto come curatore della prossima Biennale di Architettura di Venezia, dove inviterà i partecipanti a condividere soluzioni di problematiche comuni a tutto il mondo, come l’edilizia a basso costo e il tema energetico, con esempi che propongo di agire invece che farsi rapire dalla rassegnazione e dall’amarezza, “volendo dimostrare che in un dibattito costante centrato sulle qualità di un ambiente edificabile, risiede non solo la necessità ma anche l’occasione per l’azione”.

Si comprende come la grande forza motrice nel lavoro di Alejandro Aravena è il principio del “ribaltamento”, il modo in cui, cambiando punto di vista, trasformi la natura delle variabili di un problema. Si pensi all’idea di canalizzare verso una direzione comune fattori divergenti e comunemente ritenuti incompatibili, come l’inclinazione culturale di un nucleo di persone ad ampliare abusivamente un’abitazione, trasformata dall’architetto in risorsa locale per completare le costruzioni, prevedendone l’entità e suggerendone la direzione dell’espansione, come nelle case popolari di Iquique, il ribaltamento di uno spazio pieno in uno vuoto nel tema degli edifici verticali multipiano, la percezione del luogo di lavoro da chiuso ad aperto, come nel Centro di Innovazione UC, oppure la sostenibilità come conseguenza della buona architettura e non come vincolo, la natura più come minaccia ma come risorsa, come nel progetto di Constitution.