
Paura di volare
Deliri di un paranoico passeggero. Una storia vera.
C’è chi per andare sul sicuro si fa prescrivere qualche tranquillante. Chi si ubriaca con alcolici souvenir comprati al duty free. Chi si spara musica a tutto volume nelle orecchie mentre sfoglia una rivista, cercando di disconnettersi dalla realtà. Chi stritola il braccio dello sfortunato accompagnatore. Io tento di restare sveglia il più possibile la sera prima, per cadere in un sonno profondo ed indisturbato mentre gli altri passeggeri sistemano ancora i bagagli a mano nelle cappelliere.
Sono diverse le strategie utilizzate dagli audaci che volano nonostante implacabili apocalittici timori. Eppure l’aereo si sa, è più sicuro della macchina. “Ci sono più morti per incidenti stradali che aerei”. “L’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro”. Lo dicevano anche del Titanic.
L’aereo sul quale sono seduta puzza di patatine al formaggio e di piedi ingessati, sta per ripartire dopo una, forse due? tre? crociere sulla stessa tratta. Avranno messo la benzina? E se si è staccato un bullone nell’ala e non se n’è accorto nessuno? Senza un’ala probabilmente l’aereo non riuscirà a prendere quota. E se invece il bullone si è solo allentato e lo perdiamo in volo? A quando risalirà l’ultima manutenzione?
Dietro di me tre giovanissimi capitolini parlano di altri giovanissimi capitolini, con colorate espressioni capitoline. Se non capissi l’italiano penserei che stanno tentando di comunicare con il pilota, che di sicuro può sentirli. Quello dietro di me non riesce proprio a trovare la posizione migliore, e continua a sbattere piedi e ginocchia contro il mio sedile. Certo che se questo fosse il mio ultimo viaggio farebbe proprio schifo. Che ne so, se uno deve per forza morire in un incidente aereo, che almeno sia dopo aver visto dall’alto le forme di meravigliose terre emerse dal mare, o il tramonto del sole dietro le nuvole con la notte che avanza dall’altro lato…
Nonostante l’abbia seguita tantissime volte, non mi perdo la dimostrazione sulle misure di sicurezza, cercando di ascoltarla bene in tutte le lingue: in un’ottica velatamente complottistica immagino che dietro queste dimostrazioni ci sia la volontà di salvare solo una parte delle persone nell’aereo, quella che parla inglese magari, alla quale le hostess riservano preziose informazioni. Anche perché gli italiani sono rumorosi e a fine crociera applaudono sempre. Non sembra poco plausibile l’intenzione di sterminarci a poco a poco, sfruttando la nostra ignoranza con l’inglese.
Nel momento in cui le hostess indicano gli scompartimenti da cui dovrebbero uscire le maschere d’ossigeno, in caso di perdita di pressione nell’abitacolo, non riesco ad esimermi dallo studiare i miei vicini di sedile: sono persone che sanno mantenere la calma e la lucidità? Immagino la scena di loro che, nel panico generale, prendono quella che dovrebbe essere la mia maschera, lasciandomi soffocare.
Un occhio alla versione cartacea non guasta mai, visto che ho una memoria fotografica. Come assidua e fedele cliente di compagnie low cost non posso non notare un dettaglio ricorrente: gli scivoli di salvataggio. Avete mai notato che gli scivoli si dovrebbero aprire in corrispondenza delle due porte a capo e coda dell’aereo e che i passeggeri seduti nelle file centrali dovrebbero “scivolare” dall’ala? Avete mai notato che l’ala è a tipo due metri da terra? Anche qui dunque si ripropone la già citata ipotesi della selezione: i passeggeri di prime e ultime file scivolano felicemente verso la salvezza; gli altri sopravviveranno solo se specialisti del parkour.
“Su questo aereo i giubbotti di salvataggio sono posizionati negli scompartimenti sopra i sedili”. Una voce lo specifica a dimostrazione terminata. Passeremo sul mare, è un dettaglio rilevante. Ma la mia domanda è sempre la stessa: se siamo sicuri che l’aereo non cadrà, per quale motivo gli assistenti di volo sono costretti ad istruirci sul modo in cui uscire dall’aereo in caso di pericolo? Bisogna essere coerenti. O piuttosto fornirci un paracadute. Che poi il giubbotto di salvataggio è presente anche nei voli che il mare non lo vedono manco da lontano. E non è fatto di una lega che ti fa rimbalzare se tocchi terra in una determinata angolazione.
Nel frattempo l’aereo ha trovato la pista, comincia a fare ancora più rumore e ad accelerare. La serie di parole poco eleganti che inghiottisco per non venire associata ai giovani capitolini dietro di me è lunga e variegata. Spicchiamo il volo, veramente, e il cervello costringe gli occhi a chiudersi e visualizzare la schermata del sito flight radar 24, con milioni di aeroplanini di varie dimensioni che si muovono sul globo. “Con tutti gli aerei che ci sono in giro al momento, perché proprio questo dovrebbe cadere? È una possibilità remotissima” dice la razionalità. “E poi puzza di patatine al formaggio e di piedi, sarebbe davvero una brutta fine” risponde il panico, recuperando un po’ di lucidità. “Certo che la vista è davvero magnifica… Si ma perché si inclina così tanto? Mica è un aereo delle frecce tricolore! Non è che ha perso il fatidico bullone?”.
Lo stress, i pensieri e la stanchezza accumulata mi costringono finalmente a dormire, un sollievo solo momentaneo, interrotto dai calci al sedile del giovanotto di dietro, che provoca la ricaduta nelle più fantasiose paranoie: “cos’era quel rumore? Perché sembra che i motori perdano potenza? È una mia impressione o balliamo un po’ troppo?”. In questi casi l’unico modo per tranquillizzarsi è tentare di interpretare l’espressione della hostess.
La trovo ferma con il carrello a qualche fila di distanza davanti a me, che guarda l’assistente di volo dall’altro lato del corridoio. Guarda il signore che sta servendo. Riguarda il collega. Dice qualcosa al signore e riguarda in fondo al corridoio. Guarda fuori dal finestrino. Guarda ancora il collega e indica “2" con le dita. È un segnale. È la fine, lo sapevo. Se sbarra gli occhi mi metto ad urlare. Si sentono passi decisi che si avvicinano, sicuramente il collega sta andando ad aiutarla con il carrello e a dirle, con un linguaggio in codice per evitare di diffondere il panico, che deve sedersi e allacciarsi le cinture, perché il momento per cui sono stati addestrati è arrivato e devono impegnarsi al massimo per salvare più vite possibile. “Jack, io non sono pronta! L’esame “Evacuazione” l’ho copiato! Ci ho provato e mi è andato bene, perché stavo studiando per “Equilibrio in volo modulo II”: imparare a versare il caffè in virata mi ha preso almeno due settimane…”. Sono nelle loro mani! Che faccio, lo zaino lo prendo? Non è che poi nell’acqua mi fa da zavorra e mi fa annegare? Meglio lasciarlo, prendo solo le cose importanti. Che cosa ci ho messo di indispensabile? No va be’ prendo solo il passaporto, che almeno se mi salvo ma resto affetta da amnesia i soccorritori sapranno dove riportarmi. E le scarpe me le dovrò togliere? Io le tengo, che l’acqua sarà freddissima. Gli squali! Ci sono gli squali nel Mediterraneo! Lo stuart si avvicina alla hostess e le consegna due panini.
Fortunatamente mi riaddormento. Dlin dlon atterreremo tra quindici minuti. Se fossi un pirata urlerei “Terra!” mentre guardo il promontorio della Maga Circe tuffarsi nel mare. Capisco perfettamente la necessità di abbassarsi di quota, ma è proprio necessario farlo così in picchiata e rischiare un ammaraggio? Il giovanissimo capitolino dietro di me finalmente pronuncia una frase che gli fa guadagnare in extremis una rivalutazione positiva “Quaaanto sei beeella Roooma”. Eh sì, quanto è vero.
Ok, stiamo per atterrare, siamo vicini al suolo, amato suolo mio, terra nativa, patria bella. Questo pilota è un incompetente, ma perché non riesce a stare dritto? Sbanda! Sicuramente ha bevuto. Che poi l’alcol ad alta quota sale prima. Ci mancava pure il pilota ubriaco. Ma ti pare che giusto quando ce l’abbiamo quasi fatta deve succedere qualcosa? Con le orecchie tappate, gli occhi socchiusi e uno sbalzo degno di una montagna russa sorrido pensando che il bullone ha retto e che anche questa volta sono arrivata.